Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarant'uno priori ed ottantasette abati di monasteri, si erano adunati a Pisa per il concilio. Vi si trovavano pure i deputati di quattordici arcivescovi e di cento due vescovi assenti, i generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei re di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di Boemia, quelli di Wencislao, che pretendeva di essere re de' Romani, e quelli di Luigi d'Angiò, che pretendeva d'essere re di Napoli. Roberto, l'altro re de' Romani, e Ladislao, l'altro re di Napoli, spedirono pure ambasciatori a Pisa, ma solo per sostenere contro il concilio la causa di Gregorio XII. D'altra parte vi si recarono gli ambasciatori di Castiglia e d'Arragona per difendere quella di Benedetto XIII[202]: onde si calcolò che più di dieci mila forestieri venissero a stabilirsi in Pisa in tempo del concilio.

I prelati adunati dichiararono nell'ottava loro sessione, ch'erano costituiti in concilio ecumenico, e che perciò erano giudici supremi dei due papi. I processi di questi vennero subito cominciati, e dopo lunghissime discussioni furono ambidue condannati il 5 giugno del 1409, nella quindicesima sessione, come colpevoli di scisma e di eresia; tutti due vennero esclusi dalla comunione de' fedeli, e fu dichiarato vacante il papato[203].

I cardinali delle due ubbidienze, riuniti in un solo corpo, entrarono in conclave il 15 di giugno. Il cardinale Cossa ricusò l'offertagli tiara, ed indicò, quale soggetto più degno di portarla, Pietro di Candia, arcivescovo di Milano, che raccolse tutti i suffragi. Questo cardinale fu consacrato a Pisa il 7 luglio del 1409 sotto il nome d'Alessandro V; ed il primo atto del suo pontificalo fu quello di tranquillare le coscienze intorno a tutto quanto erasi fatto in tempo dello scisma, e di ratificare tutte le nomine ai beneficj, e tutte le dispense ottenute dall'una e dall'altra parte, tutte abolendo le censure e le scomuniche che erano state pronunciate in occasione delle divisioni della Chiesa[204].

Nella XXIVma ed ultima sessione, tenuta il 7 agosto 1409, il concilio di Pisa impose al nuovo papa l'obbligo di convocare sollecitamente un altro concilio per riformare la Chiesa nel suo capo e nelle sue membra[205]. Un papa quasi universale era stato renduto alla Cristianità; la maggior parte dell'Europa gli ubbidiva, e soltanto la Spagna riconosceva ancora Benedetto XIII, come il Malatesti in Romagna, Ladislao a Napoli e Roberto di Baviera in Germania difendevano tuttavia Gregorio XII: e questo avanzo di divisione nella Chiesa diede motivo al concilio di Costanza. Ma se quello di Pisa non conseguì intero lo scopo per cui si era adunato, cominciò per lo meno una nuova epoca per la Chiesa. In quest'assemblea fu visto svilupparsi uno spirito repubblicano ed aristocratico, che limitava l'autorità dei papi, e che voleva mettere limiti al loro potere monarchico: il consiglio della Chiesa si appropriò il diritto di giudicare il suo capo, di condannarlo e di deporlo; manifestò le pretensioni che dovevano dirigere la condotta dei padri di Costanza e di Basilea, e diede principio a quella lunga contesa che dopo un secolo di vicissitudini doveva terminarsi colla riforma[206].

CAPITOLO LXI.

Ladislao, re di Napoli, occupa gli stati della Chiesa; minaccia Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore, muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in Lombardia; deplorabile stato di questo paese.

1409 = 1414.

Erano pochi anni passati da che la repubblica fiorentina era stata liberata dai timori che le ispirava Giovanni Galeazzo, quando un nuovo avversario, ancora più formidabile, si dichiarò contro di lei. Educato in mezzo alle guerre civili, avvezzato a lottare contro accanite fazioni, in un paese in cui la stessa amicizia era senza buona fede, Ladislao riuniva la politica perfida di Giovan Galeazzo ad un valore personale, che questo principe non conobbe mai, e ad un'ambizione ancora più smisurata che quella del duca di Milano. Ladislao spingeva le sue mire al di là del regno d'Italia, cui aspirava il suo predecessore ed ambiva la corona imperiale, sperando di toglierla a Wencislao ed a Roberto, che l'uno e l'altro non potevano farsi ubbidire dai loro grandi vassalli, ed aveva preso per divisa: Aut Cæsar aut nihil[207]. Di già quest'orgogliosa iscrizione leggevasi sulle bandiere quando s'impadronì della maggior parte dello stato ecclesiastico. Le città di Roma, Ascoli, Fermo, Perugia, Todi, Assisi, ed altre ancora, eransi a lui sottomesse; non pertanto egli pretendeva sempre di essere il protettore e l'amico di Gregorio XII, ed aveva convenuto di pagargli venti mila fiorini all'anno in compenso dell'entrate degli stati che gli toglieva. Con questa modica somma il papa fuggiasco doveva mantenere tutta la sua corte[208].

Ladislao aveva domandato che i Fiorentini lo riconoscessero per legittimo sovrano degli stati della Chiesa, e a tale prezzo loro offriva la sua alleanza. I Fiorentini non vollero acconsentirvi, perchè riguardavano le province usurpate dal re come parte del patrimonio del legittimo successore di san Pietro, ed erano risoluti di darle ancora in sua mano. «Quali truppe avete voi dunque da oppormi?» domandò Ladislao sorpreso, ai loro ambasciatori. «Le tue,» rispose audacemente Bartolomeo Valori[209].