In fatti i Fiorentini erano sicuri di attirare nel loro campo tutti i condottieri del re di Napoli coll'offerta di maggior soldo. Nè tale diserzione sarebbesi riputata vergognosa o sleale, perchè i capitani non prendevano servigio che per un termine assai breve, passavano senza scrupolo sotto le nemiche insegne quando giugneva il termine stabilito nel contratto. Il solo Alberico da Barbiano, grande contestabile del regno, non sarebbesi dato al migliore offerente, perchè una personale animosità contro Baldassar Cossa, legato di Bologna, lo teneva unito al partito di Ladislao. Ma questo grande ristauratore della milizia italiana morì appunto in quest'epoca nel castello di Pieve, presso Perugia[210]. Il 17 maggio dello stesso anno, Otto Bon Terzo, ch'era stato suo allievo e suo compagno d'armi, e che dopo erasi innalzato con una mescolanza di valore e di perfidia alla signoria di Parma e di Reggio, venne assassinato da Sforza di Cotignola, suo rivale, per ordine del marchese Nicolò d'Este in una conferenza che tennero in Ribiera[211]. Ladislao aveva da sè alienato per sempre un terzo condottiere, non meno illustre dei due precedenti; era questi Braccio di Montone, gentiluomo emigrato di Perugia, capo del partito dei nobili e dei Ghibellini in questa città. In tempo del suo esilio aveva fedelmente servito il re di Napoli, ed aveva sperato, col di lui ajuto, d'essere richiamato in patria. Ma i Perugini offrirono a Ladislao di aprirgli le loro porte, purchè rinunciasse alla protezione dei loro emigrati. Il re non esitò punto a sagrificare i suoi alleati per rendersi padrone di Perugia; promise di più di far assassinare Braccio, e questi non si sottrasse alle insidie che gli vennero tese, che per esserne stato avvisato da uno de' suoi amici[212].
I dieci della guerra di Firenze si affrettarono di prendere Braccio al loro servigio; si assicurarono altresì dell'alleanza de' Sienesi, che a seconda del partito che abbraccerebbero potevano decidere della sorte della Toscana. I gentiluomini e la fazione dei dodici erano sospetti di favorire Ladislao, ma il governo s'attaccò ai Fiorentini, e promise di non separare la propria dalla loro fortuna[213]. I due popoli mandarono a Ladislao ambasciatori per persuaderlo a rinunciare alla sua intrapresa, mentre che il re spedì dal canto suo negoziatori a queste due città per separare l'una dall'altra, ed offrire le più vantaggiose condizioni a quella che s'unirebbe a lui[214].
Ladislao aveva adunati dodici in quindici mila uomini di cavalleria; ed i Fiorentini quando scoppiò la guerra non ne avevano più di mille duecento[215]. Si affrettarono di prendere al loro soldo Malatesta di Pesaro ed altri capitani, ed in breve riunirono due mila quattro cento lancie, ognuna di tre corazzieri, e si trovarono a portata di assicurare tutti i luoghi forti del loro territorio[216]. Il re di Napoli guastò da principio tutto il circondario di Siena fino sotto le mura delle città; si avanzò poi dalla banda di Arezzo, per la valle di Chiana sperando di sorprendere questa città, o Monte Sansovino, ch'eragli stato promesso da alcuni traditori. Ma, sebbene la grande superiorità delle sue forze lo rendesse padrone della campagna, non ottenne di prendere una sola terra fortificata, e le sue intraprese si limitarono a distruggere le vigne, ed a bruciare le messi[217]. Nello stesso tempo dodici galere napoletane infestavano i mari di Pisa, ruinando il commercio de' Fiorentini, e togliendo l'isola dell'Elba a Gherardo Appiano, signore di Piombino, e vassallo della repubblica[218].
In appresso Ladislao volse le sue armi contro Luigi di Casale, signore di Cortona ed alleato de' Fiorentini. Questo piccolo principe aveva pochi diritti all'affetto de' suoi sudditi. L'anno precedente aveva colla vita rapito il sovrano potere a Francesco di Casale, suo cugino ed amico[219]. I Cortonesi non vollero esporsi ai mali della guerra pel vantaggio del loro tiranno, e quando videro il nemico guastare i loro campi, bruciare gli ulivi, sradicare le viti, aprirono le porte della città a Ladislao, e Luigi di Casale fu condotto nelle prigioni di Napoli coll'ambasciatore fiorentino che trovavasi presso di lui[220].
In questo tempo Braccio di Montone, chiudendo la sua piccola armata ne' castelli vicini a Cortona, teneva aperti gli occhi sui movimenti di Ladislao, per approfittare d'ogni suo fallo. Non voleva esporsi ad una battaglia, ma sorprendeva i distaccamenti napolitani, loro intercettava i convogli, tagliava a pezzi i foraggieri[221], e togliendo loro in tal modo i mezzi di provvedersi di vittovaglie li ridusse in breve a tali strettezze, che Ladislao fu costretto di ricondurre le sue truppe a Roma, dopo di avere lasciate grosse guarnigioni in Perugia, Cortona, e nelle città della Marca e del ducato di Spoleti[222].
I Fiorentini erano impazienti di portare a vicenda le armi loro negli stati del nemico. Avevano chiamato in Italia Luigi II d'Angiò, figlio del principe adottato dalla regina Giovanna, e che perciò pretendeva avere dei diritti sul regno di Napoli. Speravano i Fiorentini di riaccendere in suo favore la fazione degli Angioini, e fecero riconoscere Luigi come re di Napoli dal concilio di Pisa e da papa Alessandro V. Luigi d'Angiò, che giunse a Pisa in sul finire di luglio del 1409 con cinque galere e mille cinquecento cavalli, ricevette ad un tempo dal papa l'investitura dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, ed il gonfalone della Chiesa[223]. Si unì poco dopo a Malatesta di Pesaro, generale de' Fiorentini, a Braccio di Montone, ad Agnello della Pergola ed alle truppe di Siena e di Bologna, ed entrò nello stato della Chiesa. Orvieto, Viterbo, Montefiascone, e non poche altre città del patrimonio gli aprirono le loro porte senza opporre resistenza[224]. Paolo Orsini, che comandava in Roma a nome di Ladislao, passò dalla banda dei nemici, e si pose al soldo dei Fiorentini con due mila uomini di cavalleria[225]. Egli si era tenuto in possesso di Castel sant'Angelo e del Vaticano; ma il conte di Troja, comandante di Perugia, aveva ricondotte a Roma tutte le guarnigioni lasciate in Toscana da Ladislao con due mila cavalli, e difendeva il passaggio del Tevere e le mura d'Aureliano[226].
L'armata della lega attaccò da prima il quartiere di Transtevere che è posto dalla stessa banda del fiume che il Vaticano; ma non avendo potuto forzarne i trinceramenti, passò il fiume a guazzo presso a Monte rotondo ed attaccò Roma dalla parte della Sabina egualmente con infelice esito. Luigi d'Angiò, scoraggiato da questi infruttuosi esperimenti, lasciata l'armata, tornò a Pisa, di dove ripassò colle sue galere in Provenza. Il legato di Bologna, Baldassar Cossa, venne a Firenze ed in seguito raggiunse a Pistoja papa Alessandro V, che colà aveva stabilita la sua corte[227]. Ma Malatesta, il generale fiorentino, rimase avanti a Roma con Paolo Orsini e Braccio da Montone[228]; stancheggiò la guarnigione napolitana con frequenti attacchi, incoraggiò gli amici della libertà, e quelli dell'unione della Chiesa, ed il 2 gennajo del 1410 gli furono aperte le porte della capitale della cristianità.