La bandiera di Firenze coi gigli d'oro spiegavasi innanzi all'armata; le grida di libertà eccheggiavano nelle strade, e mentre i vincitori prendevano possesso della loro conquista, il loro trionfo non venne macchiato da verun disordine. Gli ambasciatori romani vennero a Firenze a ringraziare la signoria della buona disciplina osservata dalle sue truppe; e la signoria rispose esortando il popolo romano a conservare la libertà della sua patria con non minore zelo che la purità della fede[229].

Luigi d'Angiò non era tornato in Provenza che per adunarvi una nuova armata, onde spingere la guerra con maggior vigore. I Fiorentini, che lo stavano di giorno in giorno aspettando, desideravano che il papa andasse a soggiornare in Roma, onde meglio assicurarsi dello stato della Chiesa, ed agevolare per l'entrante primavera l'impresa del regno. Il Malatesta e Paolo Orsini occupavano Ostia, Tivoli e le fortezze che in Roma erano rimaste in potere de' Napolitani[230]. Braccio di Montone pizzicava gli abitanti di Perugia, e papa Alessandro sotto la protezione de' suoi tre generali, sarebbesi trovato in Roma sicurissimo. Ma Baldassar Cossa voleva persuaderlo a recarsi a Bologna, di cui egli aveva usurpata la sovranità, e malgrado le più calde istanze de' Fiorentini, il papa segui i consigli dell'ambizioso legato. Colà ben tosto cadde infermo, e morì il 3 di maggio del 1410[231]. Baldassar Cossa, che gli successe sotto nome di Giovanni XXIII, per un'elezione che si racconta non essere stata libera, venne accusato d'aver avvelenato il suo predecessore per essergli surrogato; e questo papa, diffamato e deposto dal concilio di Costanza, non si è mai interamente purgato dal sospetto di tale delitto[232].

Finchè Boucicault governò Genova a nome del re di Francia, la comunicazione tra la Provenza e la Toscana era stata facile e sicura, ed il re Luigi d'Angiò aveva potuto senza inquietudine far attraversare il mar ligure ai suoi soldati. Ma i Genovesi erano omai impazienti del giogo francese, perchè ogni giorno vedevano usurpati ora l'uno ora l'altro de' loro privilegi; onde, malgrado la solenne loro capitolazione, la Liguria veniva quasi trattata come paese di conquista. In sul finire del 1409 fu chiamato dalle fazioni di Milano a prendere parte nelle turbolenze della Lombardia. Raccolse quanto aveva di truppe per recarsi presso il duca di Milano Giovanni Maria Visconti; ma quando stava per porsi in viaggio, il marchese di Monferrato e Facino Cane attraversavano gli Appennini e giugnevano presso le mura di Genova, uno dalla banda della Polsevera, l'altro per la valle di Bisagno. Questi due generali, in guerra colla Francia e con Boucicault, rappresentarono ai Genovesi l'opportunità dell'occasione per iscuotere il giogo che gli opprimeva. Infatti il popolo prese le armi il 6 di settembre del 1409, uccidendo, o cacciando fuori di città tutti i Francesi, e nominando il marchese di Monferrato, capitano della repubblica, colla stessa autorità attribuita in altri tempi al doge[233].

Dopo questa rivoluzione i Genovesi abbracciarono caldamente il partito opposto alla Francia, strinsero alleanza con Ladislao, ed armarono una flotta per sorprendere nel passaggio Luigi d'Angiò, ed impedire in tal modo l'impresa del regno.

Il re Luigi era partito dalla Provenza con quattordici galere, due grandi vascelli ed altri molti più piccoli; egli trasportava su questa flotta molti cavalieri colle loro armi, cavalli ed il denaro necessario per pagarli. Quando avvicinavasi alle coste della Toscana fece forza di vele con parte della sua flotta ed entrò in Porto Pisano. Ma rimasero a dietro sei delle sue galere, che furono non lungi dalla Meloria incontrate il 6 maggio 1410 da cinque vascelli genovesi. Mentre durava un'accanita zuffa tra queste due squadre s'avvicinarono nove vascelli di Ladislao, onde le galere provenzali dovettero soggiacere alla superiorità del numero; due furono colate a fondo, tre prese e condotte a Porto Venere, ed una sola potè salvarsi a Piombino[234]. I Genovesi, approfittando della vittoria, s'impadronirono in appresso del porto di Telamone che apparteneva alla repubblica di Siena. Cominciarono altresì alcune ostilità contro quella di Firenze, ch'ebbero fine soltanto il 27 aprile del 1413, in forza d'una pace conchiusa a Lucca[235].

La flotta provenzale, dopo avere sbarcati a Piombino i corazzieri, fece vela alla volta di Napoli; levò contribuzioni nelle isole d'Ischia e di Procida, e dopo avere sparso il terrore in tutte le coste, e preso Policastro, secondò le operazioni di Niccola Ruffo, che sollevava la Calabria in favore di Luigi d'Angiò[236].

Era il principe medesimo arrivato a Roma il 24 di settembre con un'armata che sembrava formidabile, ed aveva sotto i suoi ordini i Provenzali; ed inoltre Gentile di Monterano cogli emigrati di Napoli del partito angioino, e Braccio di Montone colla sua compagnia: lo Sforza, assoldato dai Fiorentini, Angelo della Pergola dai Sienesi e Paolo Orsino dal papa, facevano altresì parte dell'armata del re[237]. Ma quest'armata mancava di danaro e di munizioni. I Provenzali più non avevano ricevuto soldo da che avevano abbandonata la Francia; a Paolo Orsini erano dovuti quattro mesi; lo Sforza aveva dissipato tutto il danaro che aveva ricevuto; Braccio da Montone riclamava dal canto suo alcuni arretrati; e sebbene i Fiorentini dessero delle anticipazioni ai soldati a nome di tutti i loro alleati, essi soli supplire non potevano a tanta spesa, e l'armata non trovossi in istato di muoversi. E per tal modo questa campagna, che aveva costato prodigiose somme, terminò senza che la lega ottenesse un solo vantaggio. Luigi, dopo avere consumato molto tempo nel riconciliare i suoi capitani sempre apparecchiati ad azzuffarsi gli uni contro gli altri, venne a Bologna in sul finire dell'anno per concertare con Giovanni XXIII le operazioni della futura campagna[238]. I Fiorentini, scoraggiati dalla non curanza de' loro alleati, e vedendo che lasciavasi cadere tutto sopra di loro il peso della guerra, diedero orecchio alle proposizioni di pace che faceva loro Ladislao. Egli offriva la cessione di Cortona coi castelli di Pierli e Mercatale in compenso delle mercanzie, ch'egli aveva tolte ai mercanti fiorentini quando erano cominciate le ostilità. Queste proposizioni furono accettate, ed il trattato fu soscritto il 7 gennaio del 1411, comprendendovi i Sienesi; e Luigi d'Angiò, e Giovanni XXIII, che restavano in guerra con Ladislao, furono costretti di approvare essi pure la condotta dei Fiorentini[239].

Non pertanto Giovanni XXIII risolse di andare a stabilirsi in Roma, onde potere più vivamente trattare la guerra che oramai doveva sostenere quasi colle sue forze. Entrò nella sua capitale l'11 aprile del 1411, e fu ricevuto dal popolo con acclamazioni e festevoli voci[240]. Ma nello stesso tempo la città ove aveva fin allora dimorato, e di cui aveva acquistata la sovranità molto tempo prima d'essere papa, scuoteva il suo giogo per tornare in libertà. Gli artigiani ed il popolo di Bologna presero le armi il giorno 11 di maggio, opprimendo d'imprecazioni la nobiltà e la chiesa, che gli avevano ridotti in servitù. Occuparono e spianarono la fortezza ove il legato aveva lasciata guarnigione; ma respinsero il Malatesti che voleva approfittare della rivoluzione per togliere loro diversi castelli, e colla mediazione della repubblica fiorentina conservarono a Giovanni XXIII la loro ubbidienza spirituale, spogliandolo però della sovranità[241].

Era pure andato a Roma Luigi d'Angiò, ed aveva riuniti sotto le sue insegne i medesimi condottieri che nella precedente campagna erano stati dati dai diversi stati della lega. Egli seppe persuaderli a seguirlo contro il suo nemico, sebbene non avesse abbastanza danaro per pagare il loro soldo, e che non si fosse veduta mai un'armata della sua più povera. Era per altro composta di dodici mila corazzieri, i migliori soldati che avesse l'Italia[242]. Luigi condusse quest'armata a Ceperano; Ladislao lo stava aspettando a Rocca Secca con un'armata press'a poco d'eguali forze. Luigi d'Angiò passò il fiume il 19 di marzo del 1411, ed attaccò impetuosamente il nemico, e così fattamente lo ruppe, che quasi tutti i Baroni, che servivano nell'armata di Ladislao, furono fatti prigionieri, e vennero in potere del vincitore gli equipaggi, e lo stesso vassellame del re. Ladislao fuggì a Rocca Secca, e di là verso san Germano; e sarebbe stato facile il raggiugnerlo e farlo prigioniere, se i vincitori non fossero stati trattenuti dal saccheggio del campo nemico[243]. «Il primo giorno dopo la mia disfatta, diceva egli medesimo, il mio regno e la mia persona erano egualmente in potere de' nemici; il secondo giorno la mia persona era in salvo, ma se lo volevano, erano tuttavia padroni del mio regno; il terzo giorno tutti i frutti della loro vittoria erano perduti»[244]. In fatti i soldati vittoriosi, premurosi di procurarsi un poco di danaro, vendevano ai loro prigionieri per pochi ducati e libertà ed armi. Ladislao avvisato di ciò, mandò da san Germano trombetti con danaro, ed in tal modo riebbe in poche ore quasi tutta la sua armata[245].

Quando Luigi d'Angiò volle finalmente approfittare della vittoria trovò occupati dai soldati di Ladislao tutti i passi del regno di Napoli. Le sue truppe mancarono bentosto di vittovaglie, e molte caddero ammalate; la preda che avevano fatta non le rendeva punto più docili, nè loro teneva luogo degli arretrati che avanzavano; onde il 12 di luglio Luigi fu obbligato di tornare a Roma[246]. In principio del susseguente mese imbarcossi sul Tevere per tornare in Francia, ove morì in agosto del 1417, senza aver fatti nuovi tentativi per conseguire il suo regno di Napoli[247].