Il popolo non sapeva adottare veruna dissimulazione in politica, ed altamente disapprovò un trattato con un nemico che non cessava di voler nuocere, ed avrebbe con lui preferita la guerra aperta; onde fu d'uopo che la signoria in certo modo facesse forza ai due consigli, per persuaderli a ratificare la pace d'Assisi[263]. Infatti Ladislao meditava sempre qualche nuovo tradimento. Dopo che Paolo Orsini erasi sottratto allo Sforza, ed uscito vincitore dall'assedio di Rocca Contratta, il re aveva cercato di riconciliarsi con questo generale, e lo aveva di nuovo richiamato al suo servigio[264]. L'Orsini e lo Sforza servivano di nuovo nella stessa armata, e tutti due si trovavano pressa Ladislao a Perugia, allorchè questi fe' subitamente arrestare e caricare di catene Paolo Orsini, Orso di Monte Rotondo, e molti altri baroni romani, che vivevano sicuri sulla fede dei trattati. Il re mostrava contro di loro la più violenta collera, e più non dubitavasi che il supplicio di cui spesso li minacciava non fosse principio di qualche nuova guerra, quando Ladislao fu colpito da una malattia probabilmente cagionata dalle eccessive sue dissolutezze. Ancora non era noto il flagello vendicatore dell'incontinenza, che meno di un secolo dopo fece tanto danno a tutta l'Europa; ma il re fu preso da un male della stessa natura, i di cui sintomi fecero credere che un nuovo veleno gli fosse stato avvertitamente comunicato da una delle sue amanti; e si vide bentosto una di queste, che era figlia di un medico di Perugia, morire per la violenza degli stessi dolori[265]. Il re, i di cui patimenti rendevansi insopportabili, fecesi da prima trasportare in ceste a Roma, e colà s'imbarcò sul Tevere per passare a Napoli, ma appena giunto in questa città vi morì il 6 agosto del 1414[266].

Tali furono le rivoluzioni dell'Italia meridionale ne' sei anni che passarono tra il concilio di Pisa e quello di Costanza. Nello stesso tempo il settentrione dell'Italia e della Germania trovavasi pure in balìa di convulsioni politiche che colmavano la misura delle disgrazie di questo periodo di turbolenze e di anarchia.

Invano l'imperatore Roberto erasi sforzato di ristabilire la pace della Germania e della Chiesa; infruttuose riuscirono tutte le sue pratiche; gli elettori ed i principi dell'impero gli avevano fatte provare, colle loro orgogliose ed arroganti pretese, quasi non minori umiliazioni di quelle date a Wencislao suo predecessore. L'elettore di Magonza, il margravio di Baden, ed il conte di Virtemberga avevano del 1405 formata una lega colle città libere della Svevia e del Reno. Questa lega, detta di Marbac, aveva dettate leggi all'imperatore, e si era mantenuta malgrado i suoi ordini e le sue preghiere. Le più ingiuste lagnanze formavansi contro l'imperatore; ognuno spogliava il fisco imperiale, ed ognuno rimproverava poi all'imperatore la debolezza cui era ridotto per le usurpazioni de' suoi vassalli. Era accusato dell'accordata indipendenza al ducato di Milano, e della trasmissione di quello del Brabante alla casa di Borgogna; ma non gli era stata accordata veruna assistenza per riunire questi feudi al dominio imperiale; finalmente lo volevano risponsabile per non avere il concilio di Pisa ristabilita la pace della chiesa, perchè egli stesso aveva ricusato di sottomettervisi, conservandosi fedele al partito di Gregorio XII[267]. Forse i Tedeschi non sarebbersi limitati a lagnanze ed a rimostranze; forse Roberto correva pericolo di essere deposto come lo era stato il suo predecessore, se la morte non lo avesse il 19 maggio 1410 sottratto a nuove umiliazioni[268].

Wencislao, dopo di avere perduta la corona dell'impero, continuava a regnare in Boemia; ma la Germania non voleva di nuovo ubbidire a questo monarca indolente e dedito alla crapula. Si convocò una dieta a Francoforte per nominare un nuovo re de' Romani; i suffragi si divisero tra Jossa, marchese di Moravia, e Sigismondo, re d'Ungheria, fratello di Wencislao. L'uno e l'altro vennero proclamati dai loro partigiani il 28 ottobre del 1410, e la Germania ebbe per pochi mesi tre imperatori, siccome la cristianità aveva tre papi; ma fortunatamente pel riposo dell'Europa Jossa morì l'8 gennajo del 1411, ed in allora tutti gli elettori aderirono a Sigismondo, onde lo stesso Wencislao gli diede il proprio voto come re di Boemia[269].

Sigismondo aveva più volte colle sue crudeltà e colla mala fede eccitate ribellioni in Ungheria: appassionato per i piaceri poco meno di suo fratello, aveva più volte perduto nell'intemperanza, o in amorose pratiche un prezioso tempo, mentre i suoi nemici disprezzavano la sua autorità. Tutt'ad un tratto usciva da tanta inerzia, ed in allora la sua vendetta era tanto più terribile, in quanto che veruna considerazione di rango o di gloria, verun trattato, verun giuramento gli poneva limiti. Quand'aveva una volta formato un progetto, gli dava esecuzione con grandissima attività. Affatto non curante della fatica e dei pericoli, egli scorreva l'Europa colla rapidità del suo avo Giovanni di Boemia, quello che venne risguardato come un corriere tra i re. Sigismondo, sovrano ad un tempo del Brandeburgo e dell'Ungheria era stato chiamato dalle rivoluzioni de' suoi stati, lontani l'uno dall'altro, ad attraversare più volte tutta la Germania. Disfatto a Nicopoli, fuggì a Costantinopoli, e tornò per la Grecia e per la Schiavonia nei suoi stati. Finalmente per terminare lo scisma, visitò la Polonia, la Francia, l'Italia, la Spagna, e lo zelo disinteressato ch'egli manifestò in quest'ultima circostanza gli meritò una gloria di cui fin allora sarebbesi creduto incapace[270].

Quando Sigismondo fu eletto imperatore, trovavasi in aperto dissidio colla repubblica di Venezia per cagione di Zara e di altre città della Dalmazia che questa aveva comperate da Ladislao[271]. Perciò prima d'andare a prendere la corona imperiale volle aprirsi la strada d'Italia per il patriarcato d'Aquilea e per il Friuli. In dicembre del 1411 vi mandò sei mila cavalli ungari sotto la condotta di Pipo Scolari fiorentino[272], cui egli aveva tutta accordata la sua confidenza, ed aveva innalzato al titolo di Ban[273]. Subito dopo un secondo corpo di altri sei mila Ungari venne a raggiugnere questo generale; onde il patriarca si vide costretto a ricoverarsi in Venezia, lasciando che tutta la provincia fosse occupata dalle truppe del re; e Taddeo del Verme, capitano delle truppe della repubblica, si riputò fortunato di aver potuto impedire l'invasione della provincia di Treviso.

Ma dopo questi prosperi avvenimenti gli Ungari non ottennero ulteriori vantaggi. Carlo Malatesti, signore di Rimini, fu posto alla testa dell'armata veneziana; questi, sebbene si lasciasse sorprendere il 9 agosto 1412 presso alla Motta al passaggio della Livenza, fece pentire gli Ungari del loro attacco, e li costrinse a ritirarsi con perdita. Egli medesimo ricevette in tale occasione tre ferite, che l'obbligarono a rinunciare al comando dell'armata. La signoria gli diede per successore suo fratello, Pandolfo Malatesti, signore di Brescia[274]. Le due armate ricevevano vicendevoli rinforzi, e lo stesso Sigismondo aveva raggiunta la sua; ma non poteva avanzare in un paese tagliato da molti fiumi, e dove tutti i villaggi erano cinti di mura. La guerra si mantenne due anni ai confini senza che una parte si trovasse più avvantaggiata dell'altra. Tutte le operazioni di Sigismondo si ridussero adunque a prese e riprese di castelli, che snervavano le armate avversarie, senza che ottenessero lo scopo che si erano proposto[275].

Sigismondo era impaziente di superare l'ostacolo che i Veneziani opponevano al suo ingresso in Italia; perciocchè ardentemente desiderava di spegnere lo scisma, e per giugnere a quest'intento voleva avere in Lombardia una conferenza con Giovanni XXIII. Voleva prendere a Milano la corona di ferro, onde non presentarsi ai principi della Germania che dopo di avere ottenuto ciò che invano i suoi predecessori avevano cercato di ottenere. Ma perchè non faceva verun avanzamento nè nella Marca Trivigiana, nè nell'Istria, ove assediò molti castelli, diede finalmente orecchio a proposizioni di pace. Giovanni XXIII si offrì mediatore tra Sigismondo e la repubblica, senza che potesse conciliare le loro pretese; in appresso vi si intromise, ma vanamente ancor esso, il re di Polonia; e per ultimo il conte di Cilly, suocero di Sigismondo, ottenne di intavolare un trattato. Le negoziazioni s'aprirono a Trieste il 26 febbrajo 1413, il di cui risultato fu una tregua di cinque anni fra l'imperatore ed i Veneziani firmata il 18 aprile dello stesso anno[276].