Sigismondo approfittò subito della tregua per passare in Lombardia. Questa contrada era stata in preda alle più funeste rivoluzioni; i generali dei due fratelli Visconti non si erano accontentati d'usurpare la tirannide nelle città loro date in custodia, che volevano ancora regnare sui loro antichi padroni, e si disputavano colle armi alla mano il favore del duca di Milano o del conte di Pavia, e gl'impieghi che questi due principi potevano ancora accordare. Qualunque si fosse il capitano vittorioso, ogni vittoria era sempre seguita dal sacco di una città, ed i cittadini, indifferenti a tutte le contese dei generali, erano abbandonati ai soldati come una ricompensa dovuta al loro valore; ogni eccesso era permesso ai condottieri, e gli uomini brutali e feroci, che militavano sotto di loro, costringevano spesse volte con orribili tormenti i borghesi, che avevano arrestati, a liberarsi con enormi taglie.

La storia non presenta forse verun periodo più infelice di quello che tenne dietro alla morte di Giovan Galeazzo. I soldati superavano in crudeltà tutto quanto si racconta dei popoli più barbari; non animati da verun entusiasmo, non erano pure suscettibili di sentimenti generosi. Essi non conoscevano altra passione militare che quella delle ricchezze, della licenza, della carnificina; questa aveva loro poste le armi in mano, non già il patriotismo, non lo spirito di partito, non lo zelo religioso, onde nè pietà nè rispetto divino od umano li potevano persuadere a deporle. I popoli esposti alla loro barbarie soffrivano tanto più quanto erano ridotti a maggiore civiltà. Uomini avvezzi a non soffrire privazioni, che non conoscevano nè pericoli, nè dolori, uomini che vivevano nell'agiatezza e nel riposo, che conoscevano le arti e gli allettamenti della vita socievole, passavano in un istante senza propria colpa, senza motivo, dall'opulenza all'estrema miseria, da una vita delicata al cavalletto dei carnefici[277]. Giovanni Maria, figliuolo primogenito di Giovanni Galeazzo, e duca di Milano, non si era riservata altra parte nel governo che quella di ordinare i supplicj. Fino dall'infanzia circondato dai delitti, egli aveva contratte le più feroci passioni. Egli non vedeva nelle formalità della giustizia che un'occasione di soddisfare la sua infernale sete del sangue. Si faceva cedere i delinquenti per cacciarli coi cani da corsa. Il suo cavallerizzo, Squarcia Giramo, che aveva nudriti i suoi mastini di carne umana, per avvezzarli a questa caccia reale, era il suo principale favorito. Siccome gli mancavano le vittime, dichiarò che vendicherebbe la morte di sua madre, alla quale per altro egli stesso aveva contribuito più d'ogni altro, e fece squarciare dai cani Giovanni da Pusterla, Antonio Visconti, suo fratello Francesco, e molti altri gentiluomini ghibellini. Diede pure in preda ai suoi mastini il figliuolo di Giovanni da Pusterla in età di soli dodici anni, e perchè questo fanciullo gittavasi ginocchioni domandando grazia, i cani si fermarono e non vollero toccarlo. Squarcia Giramo col suo coltello da caccia lo scannò, ed i cani ricusarono tuttavia di gustare il suo sangue o le sue viscere[278].

Frattanto Facino Cane, tiranno d'Alessandria, dopo essersi impadronito della reggenza degli stati di Filippo Maria conte di Pavia, costrinse pure colle armi alla mano Giovanni Maria ad ammetterlo nel suo consiglio. Spogliò ben tosto i due fratelli di tutta la loro autorità, li privò della libera disposizione delle loro entrate, e li ridusse a tale ristrettezza, che mancavano talvolta di vesti e di cibo. Facino non aveva figliuoli e lasciò vivere i due Visconti soltanto perchè non aveva alcun interesse di disporre della loro eredità. Ma egli stesso nel 1412 venne sorpreso da malattia mortale. I Milanesi videro con orrore che Giovanni Maria, liberato dal giogo di Facino, tornerebbe a regnare con maggiore ferocia di prima; i Posterla, Biagio Trivulzi, Mantegazzi ed altri gentiluomini milanesi, determinati di non aspettare il rinnovamento della tirannide, attaccarono il duca il 16 maggio del 1412 mentre si recava alla chiesa di san Gottardo, e lo uccisero. Facino Cane morì poche ore dopo, giurando che se avesse vissuto, avrebbe vendicata la morte del figlio del suo signore[279].

Si crede che i congiurati avessero determinato di far morire ancora Filippo Maria, e dare l'eredità dei Visconti ad Ettore, figliuolo naturale di Barnabò, ed a Giovanni Piccinino figliuolo di Carlo Visconti. Ambidue entrarono in Milano con una dozzina d'amici tostochè ebbero avviso della morte di Giovanni Maria; ed Ettore, che chiamavasi il soldato senza paura, venne immediatamente proclamato duca di Milano. Ma Filippo Maria, udita la morte del fratello e di Facino, dispiegò tutt'ad un tratto un'attività che da lui non si sperava. Egli si assicurò della guardia del castello di Pavia, ove trovavasi rinchiuso, incusse timore ai Beccaria che lo avevano lungo tempo oppresso, e li costrinse a ricevere i suoi ordini, si affezionò i partigiani di Facino Cane, e per raccogliere l'eredità di questo generale, e dare ai suoi soldati un pegno del suo affetto, sposò la di lui vedova, Beatrice Tenda, sebbene in età di quarant'anni, mentr'egli ne aveva appena venti[280].

Vincenzo Marliano, che aveva il comando della cittadella di Milano, ricusava di aprirla ad Ettore, dichiarando che riconosceva Filippo quale erede legittimo dell'ultimo duca; ma le truppe di Facino, che trovavansi acquartierate in città, non sapevano a quale partito appigliarsi; chiedevano nuovi saccheggi e nuovi doni, e davano orecchio alle proposizioni di Ettore ed a quelle di Pandolfo Malatesti che volevano prenderle al loro soldo. Inaspettatamente seppero che la vedova del loro generale si era immediatamente rimaritata col nuovo duca, e che questa offriva loro tutte le grazie ch'esse potevano pretendere; a tale notizia si affollarono sotto le sue insegne, le aprirono le porte di Milano, di dove Ettore dovette fuggire, e Filippo Maria, che fece il suo ingresso nella capitale il 16 giugno del 1412, consolidò ben tosto la sua autorità sopra la Lombardia, e vendicò la morte del fratello sopra i di lui uccisori[281].

Qualunque fosse il desiderio che nudriva Sigismondo di unire immediatamente all'impero le città della Lombardia a norma degli obblighi imposti ai suoi predecessori, non si trovò abbastanza forte per attaccare il duca Filippo Maria, ed entrato in Italia, si ristrinse a trattare i soli affari della Chiesa. Recossi a Lodi, che in allora dipendeva da Giovanni di Vignate, e colà si scontrò in tre ambasciatori di papa Giovanni XXIII coi quali doveva fissare il luogo in cui sarebbe convocato il nuovo concilio. Il papa, stretto dalle armi di Ladislao, abbandonato dai suoi alleati, e temendo il biasimo della cristianità, non osava rifiutarsi ad adunare un concilio, sebbene temesse di essere da lui giudicato. Aveva prima data commissione ai suoi legati d'insistere perchè l'assemblea si tenesse in qualche città d'Italia; ma quando ebbero l'ultima udienza di congedo, stracciò le sue istruzioni, e loro diede facoltà piene ed assolute[282]. L'imperatore ed i Tedeschi temevano l'influenza della politica di Roma sopra il concilio, e la corruzione del clero italiano. Volevano un'assemblea affatto libera per procedere alla riforma della Chiesa, che stava loro a cuore forse più che l'unione, e scelsero la città imperiale di Costanza, che, posta quasi nel centro della cristianità, sembrava opportunissima a tenervi un concilio ecumenico. I legati di Giovanni XXIII approvarono questa scelta, ma quando il papa ebbe notizia di tale risoluzione, ne fu profondamente afflitto. Previde l'indipendenza e la severità di un'assemblea, cui non si mancherebbe di denunciare la sua condotta, e che, composta essendo in gran parte di oltramontani, poco avrebbe a sperare o a temere da lui. Non pertanto ratificò quanto avevano fatto i suoi legati, e recossi presso Sigismondo per concertare preventivamente tutto ciò che rendevasi necessario per il concilio[283].

I due capi della cristianità si trattennero lungamente insieme nelle due città di Piacenza e di Lodi, che l'una e l'altra appartenevano a Giovanni di Vignate[284]. Visitarono ancora Cremona, e l'imperatore accordò alcune grazie a Gabrino Fondolo tiranno di questa città[285]. Essendo ambidue saliti alla sommità del campanile della cattedrale, di dove scopresi quasi l'intera Lombardia ed il maestoso corso del Po, Gabrino Fondolo, che aveva di già ottenuto colla più nera perfidia la sovranità di cui godeva, ebbe un istante il pensiero di precipitare l'imperatore ed il papa dall'alto di quel campanile per cagionare nella cristianità una inaspettata rivoluzione, di cui egli avrebbe approfittato. Quando, undici anni dopo, questo tiranno era vicino a perdere la testa in Milano per ordine di Filippo Maria, dichiarò di non essere d'altro pentito che del non aver dato esecuzione a tale pensiero[286].

Frattanto l'imperatore ed il papa avendo concepito qualche sospetto intorno alla fedeltà del loro ospite, abbandonarono subito Cremona[287]. L'imperatore rendendosi a Como ebbe una conferenza con Filippo Maria duca di Milano; il papa prese la strada di Ferrara per tornare a Bologna; ma tutti e due prima di separarsi avevano pubblicati d'accordo editti e bolle per invitare il clero della cristianità ad unirsi a Costanza il 1.º novembre del 1414, e tutta la Chiesa aspettava con impazienza l'apertura di quest'augusta assemblea dalla quale sperava il ristabilimento della sua antica purità ed il ritorno della pace[288].

CAPITOLO LXII.