Concilio di Costanza; termina il grande scisma d'Occidente. — Giovanna II di Napoli, e suo marito Giacomo, conte della Marca. — Grandezza e rivalità dei due condottieri, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola.
1414 = 1418.
In principio del quindicesimo secolo il rispetto lungamente accordato ai capi del clero aveva dato luogo a sentimenti di odio e di dispetto: lo scisma aveva scosse tutte le credenze; e nella sua durata, eransi distrutte tutte le illusioni vantaggiose ai pastori della Chiesa. I papi ed i cardinali d'ogni partito attaccavano i loro avversarj con una violenza, che tutti rendevali egualmente odiosi. Essi sforzavansi di accreditare gli uni contro gli altri le più vergognose accuse, e s'intentavano reciprocamente i più scandalosi processi. Si andavano per tal modo accumulando agli occhi del popolo le pretese prove delle iniquità del clero, e si terminava per dar fede a tutti gli accusatori. Coloro che i santi maledivano, ed i concilj coprivano d'anatemi, risguardavansi quali uomini macchiati di tutti i delitti. Non potrebbe farsi una più sanguinosa satira dei capi della Chiesa, che raccogliendo ciò che gli scrittori ecclesiastici più riputati hanno lasciato scritto intorno al clero. Ma quanto i loro panegirici ci si resero sospetti in altre circostanze, altrettanto dobbiamo in questa diffidare dei loro libelli. Il clero ha virtù e vizj che gli sono ugualmente proprj; si comprende come il disordine s'introduca in un corpo che fa professione di santità; ma non saprebbesi nè comprendere, nè credere che le sue scelte cadano sempre sopra i più vili uomini, e che faccia esso per suoi capi coloro la di cui condotta è più propria a disonorarli[289]. Se Giovanni XXIII, come ci viene dipinto, fosse stato un avaro e tiranno, un avvelenatore educato in mezzo ai pirati ed un mostro di lascivia[290], nè il concilio di Pisa avrebbe seguiti i suoi consigli, nè Alessandro V sarebbesi affidato alla di lui amicizia, nè un conclave l'avrebbe fatto capo della cristianità.
Non pertanto devesi accordare che tra i padri della Chiesa non erano cosa rara l'ambizione, la venalità, i disonesti costumi e la mondana politica; e questo può giustificare, non dirò già le amare invettive degli scrittori, ma per lo meno l'universale malcontento. Bonifacio IX aveva cominciato a fare quello scandaloso commercio delle indulgenze, che doveva più tardi essere cagione in Germania di tanti sconvolgimenti. I suoi nunzj, arrivando in una città, appendevano alle finestre della casa, in cui abitavano, un'insegna collo stemma del papa e colle chiavi della Chiesa; ergevano nella cattedrale, a canto all'altar maggiore, tavole coperte di magnifici tappeti, simili a quelle de' banchieri, per ricevere il danaro di coloro che venivano a comperare indulgenze; essi annunciavano al popolo l'assoluta autorità loro data dal papa di liberare dal purgatorio le anime degli estinti, e di accordare il più compiuto perdono di tutti i delitti a coloro che volevano farne acquisto. Il clero tedesco riclamava invano contro questo vergognoso traffico di grazie spirituali; perciocchè quelli che osavano disapprovarlo venivano scomunicati e perseguitati come ribelli dalla corte di Roma[291]; di modo che i più religiosi uomini dell'Europa, i più illuminati filosofi d'ogni ubbidienza chiedevano d'accordo la riforma della Chiesa nel suo capo e ne' suoi membri.
Ma mentre che il settentrione e l'occidente dell'Europa volevano scuotere il giogo della superstizione e dell'anarchia romana, gl'Italiani più omai non risguardavano il cristianesimo che come una invenzione politica di cui approfittavano, e presero a difendere con zelo opinioni e pregiudizi, cui essi più non davano fede[292].
Quando i tre concilj, di Pisa, di Costanza e di Basilea, attaccarono successivamente l'autorità dei papi, gl'Italiani si sforzarono di sostenerla come una proprietà nazionale. Essi vedevano la corte di Roma distribuire con prodigalità temporali grazie, cui desideravano di partecipare, lusingandosi tutti di godere un giorno della benefica influenza che un semplice prete esercitava su tutta l'Europa. Vedevansi attaccati come nazione, perchè venivano accusati d'avere comunicati al clero tutti i vizj ond'era accusato; quindi si difesero nazionalmente, e questa contesa diede loro uno spirito di corpo, che prima non conoscevano. Bastava che un prelato fosse italiano, perchè riuscisse sospetto a coloro che bramavano la riforma, e bastava che fosse loro sospetto perchè questi si attaccasse al papa e facesse con lui causa comune. Altronde gl'Italiani non erano legati alla Chiesa, nè da caldo entusiasmo, nè da viva fede, nè da un sentimento religioso o da un bisogno del loro cuore. Appena la credenza loro influiva sulla propria condotta; e se essi conservavano tale credenza, devesi attribuire alla niuna cura che si prendevano di esaminarla. Vedevansi pochissimi Italiani abbracciare con fervore le pratiche di divozione che s'indicavano quali sicuri mezzi per giugnere al cielo. Il secolo più non produceva santi, tranne alcune donne interamente separate dal mondo. Più non vedevansi dottori approfondire i misterj della fede, muovere nuove dispute intorno al domma, e richiamare a sè l'attenzione universale coi loro talenti per la controversia, colla scienza teologica, o coll'arditezza de' loro sistemi. Più non vedevansi eretici in Italia, perchè la religione cattolica più non era l'oggetto delle meditazioni de' pensatori. Tutti coloro che aspiravano ad acquistarsi credito in filosofia, coloro che collo studio degli antichi volevano innalzarsi a qualche gloria, prendevano i sapienti dell'antichità, Aristotile e Platone come fiaccole della loro fede; questi consultavano essi e non i padri della Chiesa intorno a quanto dovevano credere[293]. Tutti gli uomini di stato non avevano omai altra religione che la loro politica; per ultimo, il popolo, sempre allettato dai grandi spettacoli, sempre entusiasta per le belle arti ed affezionato alle feste, mantenevasi attaccato al culto de' suoi padri non per proprio convincimento, ma per immaginazione. Osservando l'ordinaria sua condotta non sarebbesi pur sospettato che fosse cristiano; ma una grande calamità, o la pompa d'una festa lo richiamava nelle chiese; non vi portava affetto ma abitudine, nè credeva che di più si richiedesse per la salute.
In Italia il clero era numerosissimo, ma nè troppo ricco, nè troppo potente. Il solo papa era sovrano temporale, mentre tutti i vescovi ed abati de' monasteri erano rientrati nell'ordine di semplici cittadini. Le loro entrate d'ordinario non eccedevano i bisogni del loro rango, e siccom'essi non erano esposti alle seduzioni del potere e della ricchezza, la condotta loro era per lo più esemplare. I soli depositarj dell'autorità del papa, i legati ed i cardinali, erano talvolta cagione di scandalo. In Germania ed in Inghilterra per lo contrario le ricchezze del clero risvegliavano la cupidigia del governo, mentre in Italia i preti soggiacevano in comune cogli altri cittadini alle pubbliche tasse, e spesso ancora pagavano in proporzione più che i laici; perciò niuno pensava a spogliarli, ed alcuna gelosia non favoriva i progetti dei riformatori.
Perciò l'Italia si rimase indifferente alla riforma della Chiesa; quell'Italia, che aveva dato l'esempio dell'indipendenza religiosa, e che sola aveva disprezzate le minacce e le scomuniche dei papi, quando questi facevano tremare tutta l'Europa, non rivolse contro il culto stabilito la letteratura e la filosofia che coltivava con tanto impegno; ed il clero italiano si collegò tutto a favore del papa. Nel quindicesimo secolo cominciò un'accanita disputa tra i riformatori del settentrione ed il clero del mezzodì, e si andò invigorendo, e ravvivando più volte fino al susseguente secolo. I paesi settentrionali si separarono finalmente dalla Chiesa romana, mentre questa, resa inespugnabile dalle stesse sue battaglie, ne' paesi che le si conservarono fedeli, ricuperò l'impero sopra gli spiriti e le coscienze che pareva avere affatto perduto. E per tal modo la superstizione e l'ignoranza subentrarono all'incredulità ed allo scetticismo.
Giovanni XXIII convocando il concilio a Costanza non ignorava, che colla scelta di questa città veniva ad accordare un grandissimo vantaggio ai Tedeschi, i più caldi avversarj dell'autorità pontificia. Il suo assentimento gli era stato strappato nell'epoca in cui le conquiste di Ladislao omai più non gli lasciavano alcun ricovero in Italia; ma la morte di questo principe, cui era succeduta Giovanna II, sua sorella, variava affatto la situazione del papa ne' suoi stati. Egli credeva non avere di che temere da una donna debole ed inclinata ai piaceri; mentre l'assemblea della Chiesa, innanzi alla quale egli doveva comparire, gl'ispirava un terrore che non sapeva dissimulare. Ma invano cercava egli di eludere la sua promessa; l'intiera cristianità era convocata; i più potenti monarchi volevano ad ogni modo mettere fine allo scisma, ed i cortigiani medesimi di Giovanni XXIII lo supplicavano caldamente a recarsi a Costanza[294].
Assai difficile è il dare imparziale giudizio di Giovanni XXIII, non essendosi quasi conservati che i libelli ingiuriosi de' suoi nemici[295], e la scandalosa accusa, per altro approvata da lui medesimo, e ratificata da un concilio. Non pertanto il costante alleato de' Fiorentini, l'ospite e l'amico di tutta la famiglia dei Medici, il protetto di Luigi II d'Angiò, che adoperò tutta la propria influenza per fargli ottenere la tiara, non può essersi macchiato di tutti i delitti onde venne imputato. Se fosse stato quale ci viene dipinto, niuno avrebbe osato mostrarsi suo amico. La sua condotta ci fa piuttosto conoscere un uomo destro ma debole, che accortamente sapeva giudicare gli altri, e prevedeva con sottile accorgimento l'esito degli avvenimenti, ma che non aveva la necessaria fermezza per evitare i pericoli dai quali sentivasi minacciato, e che in seguito si assoggettava alle calamità con cristiana umiltà e con una dolcezza degna di compassione.