Nel secondo e nel terzo anno la divisione andò sempre nel concilio crescendo: quasi tutte le pubbliche sessioni erano turbate da amari vicendevoli rimproveri; spesso la confusione ed il tumulto impedivano d'intendersi, e di continuare la disamina degli oggetti proposti, ed oramai cominciavasi a temere che qualche più violenta scena non dividesse l'assemblea, e non gettasse la Chiesa in uno scisma più difficile a distruggersi che il precedente. Mossi da tali considerazioni i cardinali chiedevano caldamente, che loro si permettesse di procedere all'elezione di un nuovo papa. Favorivano la loro domanda gl'Italiani, i Francesi e gli Spagnuoli, e vi si opponevano l'imperatore, i Tedeschi e gl'Inglesi[329]; i quali in ultimo dovettero pur cedere. Per questa volta soltanto l'elezione del capo della Chiesa venne affidata ad un doppio collegio, l'uno formato da trenta deputati eletti dalle cinque nazioni, l'altro dai ventitre cardinali riuniti delle tre ubbidienze, ed il candidato per essere eletto doveva riportare i due terzi dei suffragj dell'uno e dell'altro collegio. Questi cinquantatre elettori furono, il sette novembre del 1417, chiusi nello stesso conclave, e l'undici dello stesso mese ne uscirono per proclamare Ottone Colonna, cardinale di san Gregorio al Velo d'oro, che prese il nome di Martino V. Aveva il Colonna ricevuto il cappello cardinalizio da Innocenzo VII l'anno 1405, ed era stato addetto ai pontefici di Roma fino all'epoca del concilio di Pisa; dopo la quale epoca aveva abbracciata la causa di Alessandro V, e del suo successore Giovanni XXIII, che prima d'ogni altro cardinale egli aveva seguito nella sua fuga, e cui più lungo tempo d'ogni altro si era conservato fedele[330].

Non fu appena eletto il papa, che subito, abbracciando gl'interessi della chiesa romana, tentò di mandare a vuoto tutti i progetti di riforma. Fece con ogni nazione parziali concordati, onde sopprimere gli abusi che davano motivo a più gagliardi lagnanze, ed ottenere per tal via la continuazione degli altri: tali concordati o regolamenti quasi ad altro non si riferivano che ai diritti della corte romana nella promozione dei beneficj, ed alle vesti del clero. Dopo la pubblicazione de' medesimi, pronunciò lo scioglimento del concilio nella quarantacinquesima sua sessione, il 22 aprile del 1418[331].

Si era sperato che il concilio avrebbe ristabilita la pace tra la Francia e l'Inghilterra, onde portare le armi della cristianità contro i Turchi, approfittando della divisione scoppiata nella casa Ottomana dopo la morte di Solimano; ma il secondo anno del concilio la battaglia d'Azincourt distrusse le forze de' Francesi[332]; e nel susseguente anno il duca di Borgogna riconobbe Enrico V d'Inghilterra per re di Francia. Sebbene il concilio non pronunciasse sentenza intorno alle vertenze ereditarie tra Giovanna di Napoli e Sigismondo rispetto all'Ungheria, come tra la stessa Giovanna e Luigi d'Angiò rispetto al regno di Napoli ed alla Provenza, pure ogni guerra, finchè i padri della Chiesa si tennero adunati, rimase sospesa tra questi principi, e quantunque Giovanna assumesse i titoli di regina d'Ungheria e di contessa di Provenza, non pensò a portare le sue armi fuori delle province ereditate da suo fratello.

Giovanna II era vedova di Guglielmo, figliuolo di Leopoldo III duca d'Austria, e dopo la morte del marito era tornata a Napoli, ove si abbandonava senza ritegno ai vizj che avevano precipitato nel sepolcro suo fratello. Appena salita sul trono fu veduta circondarsi da indegnissimi favoriti; il più screditato dei quali era Pandolfello Alopo, che aveva nominato suo siniscalco, ed in appresso decorato dei titoli di conte e di camerlingo. Egli non aveva più di venticinque anni, e la regina quarantacinque; ed il primo non era raccomandato da altro merito che da quello della sua bella persona[333]. Questo principale favorito e gli altri cortigiani tenevano continuamente occupata la regina in licenziose feste, allontanandola da tutte le cure del governo.

Intanto la notizia della morte di Ladislao era stata annunciata a Roma l'otto agosto del 1414; il 10 tutta la città prese le armi, e gli ufficiali furono cacciati di città a nome della Chiesa e del popolo[334]. Lo Sforza, che Ladislao aveva lasciato all'assedio di Todi, lo levò quando intese la morte del re, e dopo di avere cercato invano di ricondurre i Romani all'ubbidienza, continuò il cammino verso Napoli, onde approfittare del credito che gli davano le sue truppe per avere molta parte nel governo; ma appena vi giunse, che Pandolfello Alopo lo fece sostenere, e custodire nella stessa prigione in cui trovavasi da qualche tempo Paolo Orsini[335].

Molti principi chiedevano le nozze della regina, la quale sentiva il bisogno di un possente appoggio per mantenersi sul vacillante trono su cui era salita. Si decise all'ultimo nel 1415 per Giacomo di Borbone, conte della Marca, sperando ohe la sua unione con un principe della real casa di Francia non la lascierebbe esposta a nuovi attacchi di Luigi d'Angiò, suo competitore. Convenne per altro che suo marito non avrebbe che il titolo di conte e di governatore generale del regno, a sè sola riservando la dignità ed il potere reale[336].

Pandolfello Alopo, ch'era stato costretto di acconsentire a questo matrimonio, volle, prima che avesse effetto, assicurarsi in corte un partito abbastanza forte per mettersi al coperto da ogni timore per parte dello sposo di Giovanna. Andò a trovare in prigione Sforza Attendolo, gli offrì la sua parentela, la mano di Catarina sua sorella, e l'intero favore della regina[337].

Il valoroso contadino di Cotignola erasi di già innalzalo al rango de' principi feudatarj; e Ladislao nominandolo grande contestabile del regno, gli aveva dati sette castelli o piccole città nel patrimonio di san Pietro, delle quali le più importanti erano Marta, Cività di Penna e Piano Castagnaro[338]. Inoltre lo Sforza possedeva alcuni altri castelli, come tributario della repubblica di Siena[339]; e siccome colui che non lasciava fuggire occasione alcuna di accrescere i suoi feudi, ch'egli risguardava come base della sua potenza, sposando la sorella del favorito della regina, si fece cedere altri castelli vicini a quelli che di già possedeva[340].

Ma l'appoggio principale dello Sforza era una compagnia d'avventurieri, che gli era molto più affezionata di quello che lo fisse mai stato verso i suoi condottieri verun altro di questi corpi. Lo Sforza aveva chiamati presso di sè tutti i suoi parenti; aveva a tutti dato qualche comando nell'armata, e tra questa gente, educata come lui nella povertà e nella fatica, aveva trovati non pochi valorosi guerrieri, ufficiali intrepidi e fedeli, che altra ambizione non nudrivano che quella di rendere potente il capo della loro famiglia, d'eseguire i suoi progetti, e di essere gli stromenti del suo sublime ingegno[341]. L'armata di Sforza era il suo regno, egli l'aveva formata, egli l'alimentava; era l'arbitro assoluto de' suoi movimenti, facendole a vicenda abbracciare i più opposti partiti, sicuro che giammai un solo ufficiale, un solo soldato preferirebbe lo stato, cui temporariamente serviva, al suo generale. Lo Sforza, che conosceva la sua potenza, non poneva limiti alla propria ambizione. Non si proponeva già, come il duca Guarnieri, o come il conte Lando, di arricchire i suoi soldati a spese dei popoli, levando sulle città e sulle province grosse contribuzioni. Egli voleva regnare, e di già aveva veduti altri avventurieri innalzarsi col loro valore al rango di principi. Pandolfo Malatesti governava Brescia, Facino Cane ed Otto Bon Terzo avevano regnato in Alessandria ed in Parma: la debolezza di Giovanna e la lontananza del papa, aprivano al primo conquistatore tutte le province dell'Italia meridionale; e lo Sforza accolse avidamente l'alleanza di Pandolfo Alopo, che pareva sgombrargli la strada a nuove grandezze.

Premeva al favorito ed al suo alleato che lo sposo della regina non s'innalzasse oltre il rango assegnatogli nel contratto nuziale; e quando Giacomo della Marca arrivò da Venezia a Manfredonia, lo Sforza gli si fece incontro, determinato di non permettergli che prendesse altro titolo che quello di conte. Ma i cortigiani dell'estinto re, invidiando Alopo e lo Sforza, eransi recati in folla presso allo sposo della regina, per prevenirlo contro i di lei favoriti. Giulio Cesare di Capoa, uno de' conti d'Altavilla, che aveva raccolti molti de' soldati di Ladislao, e che aspirava al comando delle armate, fu quello che si adoperò con maggiore zelo contro lo Sforza; e col suo esempio trasse tutti gli altri cortigiani a salutarlo col titolo di re. Di concerto con questo principe, quando giunsero a Benevento, si azzuffò col contestabile, onde furono ambidue arrestati per avere sguainate le spade nel palazzo del monarca; ma Giulio Cesare venne subito rilasciato, e lo Sforza gettato in oscuro carcere[342].