Il 10 agosto si celebrò il matrimonio di Giacomo della Marca e di Giovanna II, la quale, intimidita dal caso dello Sforza, acconsentì che il marito prendesse il titolo di re. Questi infatti, determinato avendo di voler regnare e riformare i costumi della consorte e della sua corte coi più severi provvedimenti, fece carcerare Pandolfo Alopo, e sottoporre alla tortura, per istrappare dalla sua bocca la confessione delle debolezze della regina; dopo di che lo fece perire con crudele ed ignominioso supplicio[343]. Lo Sforza pure, posto alla tortura, non sarebbesi sottratto alla morte, se sua sorella Margarita, moglie di Michelino Attendolo, non faceva arrestare quattro ambasciatori napoletani che passavano presso al suo campo, e non dichiarava che gli avrebbe trattati nello stesso modo che sarebbe stato trattato suo fratello[344].

Il re, per indole diffidente e crudele, superati aveva i consigli e l'aspettazione de' cortigiani; teneva la regina gelosamente custodita quasi prigioniera nel suo palazzo, dandola in guardia ad un cavaliere francese che mai non l'abbandonava. Giulio Cesare di Capoa però ingannando quest'argo, ottenne di parlarle senza testimonj. «Io ero ben lontano, diss'egli alla regina, di prevedere la schiavitù in cui vi vedo precipitata dall'imprudente consiglio da me dato al re; ero ben lontano dal supporre che Alopo e Sforza non sarebbero allontanati dalla corte che per cedere il loro luogo ai Francesi, e che tutti gl'impieghi dello stato caderebbero nelle loro mani. Ma se ho commesso questo primo fallo, dipende altresì da me il porvi riparo. Io posso trarvi dalla vostra prigione e rendervi lo scettro, che vi fugge di mano; basta che voi giuriate soltanto di avere per ben fatto quanto io sono per operare in vostro vantaggio.» La regina promise quanto voleva Giulio Cesare, e seppe allora che questi voleva uccidere suo marito. Per altro bentosto, o perchè spaventata fosse da tale attentato, o perchè diffidasse di Giulio Cesare, o perchè volesse di lui vendicarsi, la regina palesò al re Giacomo l'offerta fattagli da questo signore. Il re si nascose nel gabinetto di Giovanna, per udire, senz'essere veduto, ciò che il conte d'Altavilla le direbbe in una seconda conferenza; e dopo di avere udite le sue proposte, lo fece prendere, e lo mandò al supplicio con tutti i congiurati che aveva nominati[345].

Colla rivelazione di questo segreto avendo la regina alquanto ricuperata la confidenza del marito, ottenne dopo un anno di riclusione la licenza di assistere ad una festa che un mercante fiorentino le aveva preparato nel suo giardino il 13 settembre del 1416. Il popolo, che sempre detesta un governo straniero, non sapeva tollerare l'autorità che si arrogavano il re Giacomo, ed i suoi Francesi. Fu vivamente commosso allorchè vide comparire la regina sopra un cocchio scoperto, triste, scolorita, e simile ad una prigionera; i nobili invitarono i borghesi a spalleggiarli, e tutt'insieme diedero mano alle armi per liberare dalla prigionia la loro sovrana. Costrinsero le sue guardie a condurre il cocchio all'arcivescovado, indi le fecero aprire il palazzo della Capuana, mentre il re minacciato fuggì al castello dell'Uovo. Colà non potendo sostenere un assedio, trattò sotto la guarenzia della città cogl'insorgenti, rinviò quasi tutti i Francesi che aveva seco condotti, e restituì alla regina la suprema amministrazione degli affari ch'egli si era usurpata[346].

La regina non poteva far a meno d'un favorito, onde non ebbe appena ricuperata la libertà che s'affezionò a ser Gianni Caraccioli, cui diede la carica di gran siniscalco già occupata da Pandolfello Alopo. Tale scelta era meno indegna della prima; perciocchè alle qualità fatte per piacere a Giovanna, univa il Caraccioli somma prudenza; onde l'amante della regina potè acquistarsi l'amore della nobiltà e del popolo. Nello stesso tempo era stato liberato di carcere lo Sforza, e ristabilito nella carica di gran contestabile: ottenne in feudo la città di Troja ed altre ragguardevoli terre nel suo vicinato col titolo di conte[347]; e subito dopo venne incaricato di combattere contro un rivale degno di lui.

Un altro capitano di ventura, che non meno dello Sforza era amato dai proprj soldati, prese nello stesso tempo a fondare in Toscana un nuovo principato. Braccio di Montone era stato incaricato da Giovanni XXIII di mantenergli fedele lo stato di Bologna, allorchè questo pontefice era partito alla volta di Costanza; Braccio illustrò la sua dimora in Toscana con brillanti spedizioni contro i signori di Forlì, di Ravenna e di Rimini, ch'erano nemici del pontefice, e che volevano approfittare della sua lontananza per ingrandirsi[348]. Per altro ogni volta che Braccio lasciava Bologna, que' cittadini prendevano le armi per riavere la libertà; ma il suo sollecito ritorno gli sforzava a soggiacere nuovamente al giogo che detestavano[349]. Frattanto Giovanni XXIII fu deposto e chiuso in carcere, onde gli stessi suoi partigiani perdettero la speranza di vederlo giammai ricuperare la tiara; i Bolognesi incoraggiati da Antonio e da Battista Bentivoglio, e da Matteo de' Canedoli, presero un'altra volta le armi il 5 gennajo del 1416 per sottrarsi ad un giogo straniero[350]. Ossia che Braccio non isperasse di potere vincere la resistenza degli abitanti, o che più non si credesse in debito di mantenerli ubbidienti a Giovanni XXIII, si accontentò di trattare con loro. Il papa gli aveva accordati in feudo alcuni castelli del territorio bolognese, che Braccio vendette alla città per trenta mila fiorini; si fece pure rendere cinquantadue mila fiorini di soldi arretrati a lui dovuti, ed a tali condizioni consegnò ai Bolognesi la loro cittadella, ed il godimento dell'antica libertà. Tutti coloro che erano stati esiliati sotto il governo di Baldassar Cossa, vennero richiamati e ristabiliti in tutti i diritti di cittadinanza[351].

Braccio, che aveva arricchiti i suoi soldati colle spedizioni di Romagna, e che riceveva dai Bolognesi una ragguardevole somma di danaro, determinò di condurre la sua armata ad un'intrapresa ch'egli aveva da lungo tempo meditata, e che sempre per diversi motivi aveva dovuto differire. I Perugini che avevano esiliato Braccio, e che da ventiquattro anni si trovavano in guerra colla nobiltà e col partito de' Baglioni, più non pensavano all'inimicizia di quest'illustre emigrato perchè lontano. Essi avevano riavuta la loro libertà dopo la morte di Ladislao, e se la godevano così tranquillamente dopo la deposizione di Giovanni XXIII, che avevano perfino licenziato Ceccolino dei Michelotti, loro compatriotto, che aveva lungo tempo avuto il comando de' loro soldati. Braccio per addormentarli nella piena loro sicurezza trattava di mettersi ai servigi del duca di Milano, e mandava perfino parte de' suoi equipaggi in Lombardia: ma frattanto aveva celatamente preso al suo soldo il Tartaglia, che allora trovavasi in Frascati con sei cento cavalli; promettendogli d'ajutarlo a conquistare i feudi dello Sforza, che di quei tempi trovavasi in carcere a Napoli. Questa fu la prima origine delle nimicizie tra questi due capitani, inimicizia che divise tutte le truppe d'Italia in due scuole ed in due fazioni rivali[352]. Braccio, attraversando rapidamente la Romagna, valicò gli Appennini e presentossi innanzi a Perugia affatto inaspettato. Aveva di già occupati i ponti del Tevere e spinte le sue pattuglie fino alle porte della città prima che i Perugini sapessero da quale nemico erano attaccati[353].

Braccio per approfittare della loro sorpresa diede più assalti alle mura, ma venne sempre respinto con perdita: i suoi soldati penetravano facilmente nei sobborghi, di dove era d'uopo salire il pendio per giugnere alla città, ed una grandine di pietre e di tegole, che venivano scagliate da tutte le finestre e da tutti i tetti, li forzavano a rinculare[354]. I Perugini avevano chiesto soccorso a Paolo Orsini ed a Carlo Malatesta; e mentre questi andavano adunando i loro soldati, invocarono ancora la mediazione dei Fiorentini. Questi, siccome antichi amici ed alleati di Braccio, lo avevano assistito nelle precedenti sue guerre contro Perugia, in allora soggetta a Ladislao; ma dopo che i Perugini ebbero ricuperata la libertà, i Fiorentini desiderarono di proteggerli, e mandarono deputati a Braccio intromettendosi a loro favore; non credettero però di venire ad aperta rottura con un alleato per difendere contro di lui la causa dei proprj nemici[355].

Frattanto tutto il territorio di Perugia era stato successivamente sottomesso dalle armi di Braccio, avendo riconosciuta la sua autorità cento venti castelli ed ottanta villaggi[356]. La città trovavasi assediata; ed i magistrati per risparmiare il sangue de' cittadini avevano severamente vietato di uscire dalle mura e di combattere; avevano inoltre fatto murare quasi tutte le porte; ma i Perugini erano i più bellicosi popoli dell'Italia, e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli, saltavano armati giù dalle mura, o si facevano calare con una fune al basso, per non parere di soverchiare i loro nemici conservando il vantaggio del terreno[357].