Carlo Malatesta, avendo messi insieme a Rimini due mila settecento cavalli, avanzava dalla banda di Assisi, ed aveva sotto i suoi ordini Agnolo della Pergola, che aveva opinione di essere uno de' più valorosi capitani del suo tempo. Ceccolino dei Michelotti aveva adunati mille cavalli a Spello, nell'Umbria, e Paolo Orsini era partito da Roma per soccorrere Perugia, e di già credevasi vicino a Narni. Braccio attaccò bruscamente l'armata di Ceccolino, a Spello; ma non potè forzarla ne' suoi trinceramenti, nè impedirle in seguito di unirsi al Malatesta. Tentò almeno di venire a battaglia con questi due generali prima che loro si aggiugnesse ancora l'Orsini, ed il 7 luglio del 1416 si schierò in un angusto piano fra sant'Egidio ed il Tevere in sulla strada d'Assisi.
I più celebri generali ed i migliori soldati d'Italia trovaronsi gli uni contro gli altri in quasi egual numero da ambo le parti; ma la condizione di Braccio era più pericolosa, perchè i Perugini potevano fare una sortita ed attaccarlo alle spalle, o poteva sopraggiugnere Paolo Orsini e raddoppiare il numero de' suoi nemici. Le due armate, della medesima nazione, del carattere medesimo, non avevano nè più impetuoso, nè maggiore accanimento l'una dell'altra. Braccio divise la sua armata in piccoli corpi assolutamente indipendenti gli uni dagli altri, che attaccavano isolatamente, ed in appresso ritiravansi per rifare i loro ranghi, indi tornar di nuovo all'attacco; il Malatesta, secondo l'antica tattica, non fece che tre corpi della sua armata, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall'altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio aveva fatto apparecchiare moltissimi recipienti pieni d'acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti di rompere i loro ranghi. La pugna durò sette ore nel mese di luglio, sotto un ardente sole, e in mezzo ad un aere tutto ingombro di polvere. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere in distanza di soli cinquecento passi non potevano resistere alla tentazione di andare colà a dissetarsi, e ruppero le loro ordinanze. Braccio approfittò di quest'istante per piombare impetuosamente sopra di loro[358]. Il Tartaglia da una banda, e gli emigrati perugini dall'altra ne rovesciarono moltissimi nel fiume; ed il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi un passaggio con circa quattrocento cavalli, restando Carlo Malatesta prigioniere con due nipoti e circa tre mila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, che aveva avuta la stessa disgrazia, perchè era l'oggetto del personale odio di Braccio, siccome colui ch'era capo in Perugia d'un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere[359]. I Perugini, scoraggiati della disfatta dei loro ausiliarj, otto giorni dopo aprirono le loro porte a Braccio di Montone, riconoscendolo per loro signore e richiamando tutti i fuorusciti. Il 19 luglio Braccio fece il suo solenne ingresso nella conquistata città, seguito dalla nobiltà emigrata già da 24 anni e dalle vittoriose sue truppe. Accettando la sovranità della sua patria, promise di conservare le sue antiche leggi e parte della sua libertà[360].
E veramente Perugia non si era assoggettata ad un tiranno simile ai Visconti o agli altri usurpatori di Lombardia. Braccio di Montone era un grande capitano; e se dobbiamo prestar fede al suo biografo, era pure un grand'uomo ed un buon sovrano. Durante l'assedio di Perugia aveva occupato Todi; non molto dopo si diedero a lui spontaneamente Rieti, Narni ed altri castelli dell'Umbria. Paolo Orsini, sorpreso a Colle Fiorito da Tartaglia e da Luigi Colonna, fu ucciso combattendo o forse assassinato il 5 agosto del 1416, e la sua armata dispersa[361]. Carlo Malatesta ed i suoi nipoti dopo cinque mesi di prigionia si riscattarono pel prezzo di ottanta mila fiorini; Spoleti e Norcia pagarono contribuzioni al loro potente vicino, e tutta l'Umbria riconobbe l'autorità di Braccio di Montone[362].
Per attaccare il popolo alla sua gloria, volle Braccio che tutte le città da lui conquistate mandassero a Perugia, il giorno dell'apertura de' gran giuochi, un tributo con una bandiera portante il loro stemma. Erano questi giuochi una specie di torneo proprio agli abitanti di questa città, che Braccio ristabilì in tutta la sua pompa, persuaso che nulla era più proprio a mantenere il bellicoso carattere de' suoi concittadini. L'alta e la bassa città formavano due affatto separati quartieri, che in primavera periodicamente combattevano tutti i giorni di festa per solo amore di gloria e non per ispirito di partito. La battaglia si cominciava da due corpi di truppa leggermente armati, e lanciavansi pietre, e cercavano di pararne i colpi con un largo mantello, che i veliti ravvolgevano intorno al sinistro braccio. In appresso due falangi di più pesanti armature coperte entravano in piazza. Sotto ad una compiuta armatura di ferro i combattenti portavano cuscinetti pieni di cottone o di stoppa per ammorzare i colpi. Ogni corazziere teneva una lancia senza ferro colla mano destra, e colla sinistra uno scudo, servendosene a vicenda per ferire e per parare i colpi. La vittoria era di coloro che giugnevano ad occupare il mezzo della piazza, e quand'era terminato il tempo assegnato alla battaglia un araldo d'armi divideva i combattenti abbassando tra di loro uno steccato, e proclamava il vincitore. Talvolta ancora una delle due parti si dava per vinta e mandava a chiedere pace. Due ore venivano destinate alla battaglia de' fanciulli, onde renderli bellicosi fino dall'infanzia; tre ore a quella dei giovinetti ed il rimanente del giorno a quella degli uomini fatti. Malgrado la forza, delle armi difensive e la debolezza delle offensive, non terminava mai il giorno senza che si spargesse sangue. Ogni giorno dieci in venti uomini cadevano morti o feriti; ma non perciò fra le due parti conservavasi verun rancore; e quando la festa era finita, tutte le vicendevoli ingiurie venivano scordate[363]. Così a Pisa, ov'erano in uso somiglianti mischie sul ponte di marmo, abbiamo veduto ancora nel 1807 le parti di santa Maria e di sant'Antonio combattere con un accanimento, che ricordava i tempi di emulazione, d'energia e di gloria della repubblica.
Braccio aveva sotto i suoi ordini molti illustri capitani attaccati alla sua fortuna; Niccolò Piccinino, che cominciò a militare come semplice soldato sotto le sue insegne, aveva date tali prove d'ingegno e di valore, che di già gli era affidato un importante comando[364]; il Tartaglia, buon soldato e mediocre generale, era miglior esecutore degli altrui progetti, che capace di formarne egli medesimo; finalmente Michele Attendolo, fratello dello Sforza, che in tempo che questi trovavasi in carcere a Napoli, venne a porsi al soldo di Braccio. Ma quando volle questi dare al Tartaglia i feudi di casa Sforza, Michele abbandonò Braccio per andare a difendere il patrimonio della propria famiglia; e, sagrificato dal suo capo, trovò soccorsi nell'amicizia di suo fratello d'armi Niccolò Piccinino, che gli prestò danaro per armare la sua piccola truppa[365].
Nella vegnente campagna Braccio si avanzò verso Roma, che durante la vacanza della santa sede non aveva sovrano. Presentossi innanzi alla città il 3 giugno del 1417 chiedendo che fosse affidata alla sua custodia, finchè un nuovo papa venisse personalmente a prendere possesso della sua capitale. Giacomo Isolani, cardinale di sant'Eustachio e legato di Roma persuase i Romani a chiudere le porte ed a difendersi. Vero è che fu presto forzato di ritirarsi in Castel sant'Angelo, ed a permettere a Braccio l'ingresso in città, il quale prese il titolo di difensore di Roma, e nominò un nuovo senatore[366].
Frattanto lo Sforza non era più prigioniero a Napoli, e trovavasi ancora alla testa delle truppe del regno e delle proprie. Desiderava l'occasione di vendicarsi di Braccio, che accusava di avere vilmente approfittato della sua disgrazia per ispogliarlo. Dietro gli ordini della regina Giovanna, si pose in marcia con un grosso esercito per iscacciare il suo rivale da Roma, e liberare il cardinale Isolani. Una malattia, che cominciava a dilatarsi tra i soldati, consigliò Braccio alla ritirata prima di venire alle mani col suo nemico. Ma l'odio che questi due capi si erano giurato parve raddoppiarsi, in Braccio perchè costretto di fuggire, nello Sforza perchè non poteva mandare ad effetto la vendetta che aveva sperato di fare[367].