Papa Martino V viene a stabilire la sua dimora in Firenze; di concerto collo Sforza vuole rilevare in Napoli il partito d'Angiò, mentre Giovanna II adotta Alfonso d'Arragona. — Conquiste del duca di Milano in Lombardia; guerra degli Svizzeri.
1418 = 1422.
Dopo la morte del re Ladislao la repubblica fiorentina godeva una costante tranquillità. Il partito dell'oligarchia guelfa, che aveva ripresa la superiorità nel 1382, mantenevasi in possesso dell'autorità suprema col credito che gli avevano dato le brillanti sue conquiste. Mentre egli governava lo stato, Pisa, Arezzo e Cortona erano state assoggettate ai Fiorentini, ed i confini della repubblica si erano allargati da ogni lato molto al di là de' suoi antichi limiti. La metà della Toscana ubbidiva alla signoria; e mentre che gli stati vicini erano oppressi dalle calamità della guerra, i soli Fiorentini vivevano felici sotto una potente protezione; l'agricoltura faceva prosperare le campagne; le città erano animate da numerose manifatture; ed i capi dello stato, quasi tutti dediti al commercio, accumulavano immense ricchezze, che l'eguaglianza repubblicana loro non permetteva di erogare senza pubblico vantaggio. Le leggi sontuarie reprimevano il lusso e permettevano la magnificenza. I principali cittadini, le loro spose e figlie andavano per la città a piedi; frugale era la loro mensa; semplici e modeste le vesti, e sempre le medesime; non era loro permessa nè l'insolente pompa de' servitori, nè vistosi cavalli e carrozze, nè vesti di porpora, nè ricami, nè giojelli; ma potevano bensì a voglia loro consacrare al divin culto sontuosi templi, o innalzare palazzi la di cui magnificenza ne paraggiasse il buon gusto; e la scuola d'architettura di Firenze si lasciò bentosto a dietro tutte le sue rivali. I cittadini erano in libertà di ornare questi palazzi di sculture e di quadri, e di raccogliervi preziose biblioteche; bentosto artisti, che forse non saranno mai superati, rinnovarono la gloria de' pittori e scultori d'Atene, e bentosto i dotti recarono a Firenze preziosi manoscritti dall'Oriente, dal Ponente e dal Settentrione. Lo stesso commercio rese utili servigi alle scienze; perciocchè le navi che si spedivano a Costantinopoli, ad Alessandria, ec. con istoffe di Firenze, tornavano frequentemente cariche delle opere di Omero, di Tucidide, o di Platone.
Dopo l'espulsione dei Ciompi, Maso degli Albizzi era sempre stato alla direzione della repubblica. Mentre trionfava la fazione nemica, egli aveva sofferta una lunga serie di disgrazie. Suo zio aveva perduta la testa sul patibolo, siccome molti de' suoi amici, le sue case erano state incendiate, ed egli medesimo cacciato in esilio. Ma dopo il suo ritorno la fortuna volle compensarlo delle sofferte calamità con trentacinque anni di prosperità e di gloria. Egli era l'anima di tutti i consigli della repubblica; amici di lui degni lo circondavano, e lo ajutavano, e conoscendo la penetrazione del suo ingegno ed il vigore del suo carattere, mai non osarono di venire in concorrenza con lui. Durante la sua amministrazione la repubblica aveva fiorito; i nemici degli Albizzi erano stati severamente puniti per i mali che gli avevano fatto; gli Alberti e tutti i loro partigiani erano stati esiliati, ammoniti, o spogliati d'ogni autorità; e per ultimo le private ricchezze di Maso eransi accresciute di pari passo colla pubblica fortuna, quand'egli morì del 1417 in età di 70 anni, carico di beni e di onori[368].
Niccola d'Uzzano, suo amico e contemporaneo, gli successe nell'opinione di cui godeva presso la repubblica, e la conservò fino al tempo in cui Rinaldo, figliuolo di Maso Albizzi, potè occupare ne' consigli il posto di suo padre. Contavansi inoltre tra i capi dello stato, Bartolommeo Valori, Nerone de' Nigi Diotisalvi, Neri di Gino Capponi, e Lapo Niccolini[369]. Vero è che nelle liste dei priori punto non vedonsi i loro nomi occupare distinte cariche, perchè le popolari elezioni e la sorte uguagliavano tutti i cittadini, ma qualunque volta i pericoli dello stato facevano nominare i decemviri della guerra, i capi del partito degli Albizzi occupavano i primi posti in quest'importante magistratura[370]. Inoltre qualunque volta ancora con autorizzazione del parlamento nominavasi una balia per formare di nuovo le borse d'elezione della magistratura, i capi del partito Albizzi presiedevano allo scrutinio, ed avevano cura di chiamare i loro amici alla signoria, escludendo tutte le persone della contraria parte; ed in particolare ricusarono ostinatamente di ammettere agli ufficj pubblici le tre famiglie degli Alberti, dei Ricci, de' Medici. Gli Albizzi, nel principio della loro amministrazione e finchè la memoria del tumulto de' Ciompi ispirava ancora lo spavento, avevano approfittato della pubblica animosità, per ispogliare queste famiglie di parte dei loro beni, per esiliare i più distinti loro capi, e per privare gli altri membri degli onori dello stato. Ma di mano in mano che andavasi dileguando la memoria di quella rivoluzione, il favore pubblico si attaccava di nuovo agli antichi difensori del partito popolare. I progressi della generale prosperità avevano procurata l'agiatezza ed una signorile educazione ai figliuoli di coloro che nel 1378 formavano l'ultima classe del popolo; e questi vantaggi si erano guadagnata la pubblica considerazione, di modo che non vedevansi senza risentimento persone distinte per ricchezze e per istruzione escluse dalle cariche, che avevano occupate i loro padri quando altro non erano che poveri artigiani. E come è della natura delle oligarchie di andarsi sempre più ristringendo, così è proprio loro carattere l'andar sempre eccitando una più viva gelosia.
In mezzo alle sofferte persecuzioni, la famiglia de' Medici non aveva mai abbandonata la mercatura, onde aveva adunate immense ricchezze. Il più distinto uomo di questa famiglia era Giovanni di Bicci. Ai talenti amministrativi aggiugneva Giovanni tanta dolcezza e moderazione, che si era guadagnato l'amore perfino de' nemici della sua famiglia. Tre volte dopo il 1402 aveva seduto come priore nella signoria[371], e suo figlio Cosimo, cui era serbato maggior lustro, ottenne pure lo stesso onore l'anno 1416[372]. Giovanni aveva inoltre fatto parte della magistratura dei dieci della guerra[373]; ma fu lungo tempo tenuto lontano dal supremo rango di gonfaloniere di giustizia. Finalmente ottenne anche questa carica in settembre del 1421[374], e tale condiscendenza del partito aristocratico, eccitò trasporti di gioja nel popolaccio, il quale credeva d'aver ricuperato il suo vindice.
Ma Giovanni, invece di cercare di farsi un partito nell'opposizione, secondò le politiche viste del governo in tutte le diverse cariche ch'egli occupò. Erano di que' tempi tutte pacifiche, ed i Fiorentini erano determinati a non prendere parte nelle diverse guerre che squarciavano l'Italia. Lasciavano che la Lombardia andasse agitandosi in una spaventosa anarchia fra i tiranni che si erano divisi gli stati di Giovanni Galeazzo ed il figliuolo di questo duca, Filippo Maria, che cercava di ricuperarli. Dopo la morte di Ladislao i Fiorentini avevano rinnovate con Giovanna di Napoli le antiche alleanze che avevano coi re delle due Sicilie. Erano uniti con istretta amicizia a Braccio di Montone, il valoroso capitano che si era formato uno stato ai loro confini, e che aveva promesso di venire a comandare al primo invito le loro truppe. Trovarono inoltre conveniente d'assicurarsi altresì dell'amicizia del papa, tostocchè l'elezione del concilio di Costanza rese un capo alla Chiesa universale; e perchè nel lungo tempo dello scisma, Roma e tutto lo stato ecclesiastico avevano scossa l'autorità pontificia, i Fiorentini offrirono a Martino V un asilo nella loro città finchè gli riuscisse di far valere i diritti de' suoi predecessori, e finchè si credesse sicuro della ubbidienza de' suoi sudditi.
Martino V era partito da Costanza fino dal 16 di maggio del 1418; ma egli viaggiava lentamente assai onde avere il tempo di negoziare in tutti i paesi che attraversava, e di riunire alla santa sede i popoli che in tempo dello scisma eransi accostumati ad una grandissima indipendenza religiosa. Si trattenne in fatti a Berna, a Ginevra, a Torino, a Milano, a Brescia, a Mantova, e non giunse a Firenze che il 26 febbrajo del 1419. Non volle tenere la strada di Bologna, perchè risguardava questa città come ribelle[375].
Il principale oggetto delle sollecitudini del papa era quello di assicurare i suoi diritti alla cattedra di san Pietro contro i due rivali che ancora gli restavano. Benedetto XIII, chiuso nella fortezza di Paniscola e protetto dal re d'Arragona, lo teneva sempre inquieto; Giovanni XXIII, prigioniere in Baviera, aveva ancor esso de' segreti partigiani, che risguardavano come calunniose le accuse presentate al concilio contro di lui, e perciò violenta ed illegale la sua deposizione. Altronde i Tedeschi, trattando colla Chiesa, avevano mostrato un cotale spirito d'indipendenza, che Martino stava in timore che non rendessero la tiara al suo rivale qualunque volta credessero aver motivo di dolersi di lui[376]. Ottenne adunque colle sue istanze, che Giovanni XXIII fosse trasportato in Italia, avendo intenzione di farlo custodire in Mantova in un perpetuo carcere. Ma Giovanni, viaggiando, trovò modo di fuggire; dall'asilo che aveva ottenuto nella Liguria, si affrettò di scrivere al papa che riconosceva legittima la sua elezione e la propria deposizione; ed la pari tempo implorava la clemenza del suo successore. Gli amici che il fuggitivo teneva in Firenze, ed in particolare Giovanni de' Medici, s'interposero presso Martino affinchè si riconciliasse con un uomo, cui doveva il proprio innalzamento, e di cui aveva difesa la causa fino all'istante in cui lo aveva sagrificato alla propria grandezza. Gli rappresentarono che l'unità della chiesa era meglio assicurata colla volontaria abdicazione di Giovanni XXIII, che colla sua prigionia, e lo persuasero a promettere al deposto papa un favorevole accoglimento in Firenze. Giovanni XXIII, avendo ripreso il nome di Baldassar Cossa, venne il 13 maggio a gettarsi ai piedi di Martino V, e dopo averlo pubblicamente riconosciuto per legittimo papa, da lui ricevette nuovamente, dopo pochi giorni, il cappello cardinalizio, e fu dichiarato il primo del sacro collegio. Ma poco tempo si vide onorare la corte del suo successore, essendo morto, alcuni mesi dopo la sua abdicazione, in Firenze, ov'ebbe dalla signoria magnifici funerali[377].