Martino V, mentre trovavasi ancora a Costanza, aveva accolti gli ambasciatori della regina Giovanna di Napoli, venuti a prestargli omaggio come ad abituale signore del regno; ed aveva mandato a questa principessa suo nipote, Antonio Colonna, per affrettare la liberazione del conte Giacomo della Marca, che la regina di lui consorte teneva tuttavia in prigione. Il Colonna aveva contratta stretta dimestichezza col nuovo amante della regina, ser Gianni Caraccioli, che ben più di Giovanna regnava in Napoli; egli non ottenne che fosse liberato il conte della Marca, ma un trattato assai vantaggioso per il papa e per la di lui famiglia fu conchiuso col favorito. Obbligavasi la regina ad assistere Martino con tutte le sue forze per fargli ricuperare lo stato della Chiesa; prometteva al fratello ed al nipote del papa considerabili feudi nel regno[378], ed ordinava allo Sforza, che a suo nome comandava in Roma, di consegnare la città con Castel sant'Angelo, Civitavecchia, Ostia e tutte le altre conquiste di Ladislao a Giordano Colonna, fratello del papa, che ne prese possesso in di lui nome[379]. Questo stesso Giordano con suo nipote Antonio e due cardinali recossi poi a Napoli, ove dopo lunghi indugi, il 28 ottobre del 1419, coronò in nome del papa la regina[380]. Antonio Colonna ebbe in ricompensa il principato di Salerno, il ducato d'Amalfi, e fu ancora creduto, che la regina lo lusingasse colla speranza di dichiararlo suo successore.
Questa regina, che il papa aveva in tal modo solennemente riconosciuta, aveva ben poca parte nel governo del suo regno. I suoi amanti ed i suoi generali se ne disputavano il supremo potere, mentre essa non viveva che per abbandonarsi alle sue licenziose passioni. Giacomo della Marca, suo marito, ottenne alla fine, per l'intromissione del papa, d'essere rilasciato dal carcere, ma per vivere in palazzo senza credito e considerazione alcuna, e si può dire sotto la dipendenza di ser Gianni Caraccioli, grande siniscalco e favorito di sua moglie. Egli vide con piacere lo Sforza ed il Caraccioli armare l'uno contro l'altro le loro antiche schiere e disputarsi colle armi in mano il possedimento della regina. La nobiltà di Napoli, omai stanca di portare un vergognoso giogo, sforzò i due rivali a rappacificarsi, e di già cominciava a dar legge alla stessa Giovanna nel suo palazzo[381]. Giacomo si lusingò d'interessare a suo favore quei popoli che per alcun tempo lo avevano riconosciuto per loro re, e che parevano scontenti del presente governo. Egli fuggì sotto mentite vesti in una galera genovese e recossi a Taranto intenzionato di far ribellare alla regina le province meridionali del regno; ma la regina Maria, vedova di Ladislao, che trovavasi a poca distanza da questa città, venne ad assediarvi il fuggitivo re. Giacomo si vide costretto ad imbarcarsi di nuovo; e, tornato in Francia, vestì l'abito di san Francesco, e morì nel suo convento l'anno 1438[382].
Giovanna, liberata di suo marito; avrebbe voluto disfarsi egualmente del suo gran contestabile Sforza Attendolo, riuscendole molesta la di lui rivalità col Caracciolo; onde acconsentì di buon grado che passasse colla propria armata ai servigi di Martino V. Lo Sforza andò a Roma coi valorosi che si erano a lui interamente affezionati; ricevette il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e si apparecchiò ad attaccare Braccio di Montone, suo antico rivale, che il papa voleva ad ogni modo spogliare del principato ch'egli si era formato con pregiudizio della Chiesa[383].
Ma malgrado il sommo suo valore ed abilità poco poteva lo Sforza guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell'arte delle battaglie. Braccio, amato da' suoi soldati, temuto da' suoi vicini, fedelmente ubbidito da' suoi sudditi, trovavasi sempre come in propria casa in qualunque paese facesse la guerra. Egli conosceva e prevedeva tutti i movimenti de' suoi nemici, mentre che i suoi erano da loro ignorati: pareva ch'egli tutto vedesse senz'essere veduto. Seppe trarre lo Sforza tra la propria e l'armata di Tartaglia, suo luogotenente, e dopo avergli tolto un corpo d'infanteria, che i magistrati di Viterbo mandarono al gonfaloniere del papa[384], lo attaccò in un angusto passo tra Montefiascone e Viterbo, gli prese due mila trecento cavalieri e lo inseguì fino alle porte di Viterbo, ove a stento potè lo Sforza salvarsi[385].
Martino V sollecitava la regina di Napoli a somministrare al suo contestabile danaro e munizioni per rifare l'armata: ma il Caraccioli, che aveva udita con piacere la disfatta del suo rivale, e che aveva nuove cagioni di odiarlo, lungi dal permettere a Giovanna di soccorrere lo Sforza, prese le opportune cautele per perderlo interamente[386]. Il papa, adirato di vedersi sagrificato alle private vendette di un amante della regina, nudriva altro segreto motivo d'odio, vedendo senza effetto le speranze che aveva concepite per l'innalzamento della propria famiglia, perchè rifiutavasi la regina di adottare, com'erasene lusingato, per suo figlio Antonio Colonna, di lui nipote. Per vendicarsi di Giovanna, risolse di cambiare tutte le sue alleanze e di favorire le pretese di Luigi III d'Angiò sopra il regno di Napoli. Il malcontento della nobiltà, l'odio dello Sforza, che voleva vendicarsi di Caracciolo, e l'inquietudine del popolo, che vedeva la sua regina di già avanzata in età senza eredi naturali, sembravano dover ravvivare le speranze della casa d'Angiò ed annunciare la prossima caduta di quella di Durazzo. Martino V, prima d'inoltrarsi in così delicati negoziati, risolse di sbarazzarsi della guerra che aveva in su le braccia, ed accettò la mediazione de' Fiorentini per riconciliarsi con Braccio di Montone[387].
La signoria di Firenze nudriva la più alta stima per questo capitano, che una antica alleanza attaccava alla repubblica, e la di cui fedeltà non erasi giammai smentita; ella invitò Braccio a passare egli stesso a Firenze per trattare col papa. Il viaggio del signore di Perugia, fatto negli ultimi giorni di febbrajo del 1420, ebbe tutta l'apparenza di un viaggio trionfale. I suoi compagni d'armi lo seguivano sopra magnifici cavalli, ed erano riccamente vestiti di drappi di seta ricamati d'oro; quattrocento cavalieri coperti di forbitissime corazze, quasi fossero apparecchiati per un torneo lo accompagnavano: seguivano il loro signore i deputati di Perugia, di Todi, d'Orvieto, di Narni, di Rieti e d'Assisi, cercando a gara di superarsi l'un l'altro nella magnificenza degli equipaggi; e camminavano a lato di Braccio i principi di Foligno e di Camerino. La repubblica aveva apparecchiati lungo la strada alloggi e vittovaglie per tutto questo sontuoso corteggio[388]; il popolo si affollava sul di lui passaggio, ed applaudiva con trasporto all'eroe sempre vittorioso, che aveva di fresco acquistata nuova gloria colla rotta dello Sforza.
Martino V nel suo lungo soggiorno in Firenze non aveva data alla repubblica che una sola testimonianza della sua riconoscenza, innalzando la sua chiesa alla dignità arcivescovile[389]. Altronde mostravasi sempre severo e scontento, faceva conoscere un'abilità nel trattare gli affari ed un egoismo, che stranamente contrastavano colla bontà e colla semplicità, che gli si erano supposte quand'era cardinale[390]. Braccio per lo contrario mostravasi pieno di riconoscenza per la città e per gli ultimi cittadini che lo avvicinavano; il popolo ne ammirava l'affabilità e la cortesia, e paragonando i due illustri ospiti, che Firenze accoglieva nello stesso tempo entro le sue mura, preferiva altamente il guerriero al prete; si deliziava nel vedere i tornei e le feste militari che Braccio celebrava alle porte della città, e manifestava il proprio sentimento con poesie lusinghiere pel generale, e piene di sarcasmo pel papa, le quali questi mai non seppe perdonare ai Fiorentini. Due sgraziati versi, ripetuti sotto le finestre di Martino V da alcuni fanciulli, cancellarono la memoria di tatto quanto la signoria aveva fatto per lui, e lo trassero a cercare nuovi amici e nuove alleanze[391].
Per altro il pontefice accolse con bontà Braccio di Montone; accettò la sua apologia per le passate ostilità, e ricevette il giuramento di fedeltà per l'avvenire. Braccio restituì al papa le città di Narni, Terni, Orvieto ed Orta, e ritenne in feudo sotto l'alto dominio della Chiesa quelle di Perugia, d'Assisi, di Cannaria, di Spello, di Jesi, di Gualdo e di Todi. Promise inoltre di condurre le sue truppe contro Bologna, e di costringere questa città a tornare all'ubbidienza della santa sede[392].