Il papa, dopo il suo ritorno in Italia, aveva trattato coi Bolognesi, ed aveva acconsentito che conservassero la libertà[393]; ma quando potè volgere contro di loro le armi di Braccio, colorì la sua aggressione col pretesto d'una rivoluzione accaduta nella repubblica. Antonio Galeazzo Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che aveva usurpata la signoria in principio del secolo, aveva, come il padre, usurpata la signoria della sua patria, scacciandone i Canedoli suoi rivali. Ma il di lui dominio non ebbe lunga durata; il 26 di gennajo del 1420 aveva approfittato d'una sedizione per usurpare la sovrana autorità[394], e prima che terminasse il giugno dello stesso anno, era di già stato spogliato da Braccio di tutti i suoi castelli, e ridotto ad abdicare la signoria, aprendo le porte della sua capitale alle truppe del papa[395].
Circa lo stesso tempo Sforza Attendolo erasi pure recato a Firenze per trattare con Martino V. A questo generale il pontefice affidò tutti i suoi segreti, sperando colla di lui assistenza di vendicarsi della regina Giovanna e del Caracciolo. Incontrò non pertanto qualche difficoltà a persuaderlo ad abbandonare il partito di Durazzo, cui aveva giurata fedeltà; per abbracciare quello d'Angiò[396]; ma gli ambasciatori di Lodovico III, che trovavansi presso il pontefice, ridussero lo Sforza a promettere i suoi servigi al loro padrone, anticipandogli ragguardevoli somme, colle quali, messa insieme una nuova armata, questo generale si avviò alla volta di Napoli. Quando giunse a poca distanza di questa città restituì alla regina il bastone di gran contestabile che aveva da lei ricevuto, dichiarandole, che per sottrarsi ai capricci del Caraccioli, rinunciava a qualunque legame verso di lei, e rivocava i giuramenti che le aveva prestati. Dopo tale dichiarazione, credendosi sciolto da qualunque obbligo verso la medesima, proclamò Lodovico III d'Angiò, re di Napoli, ricordando il suo ereditario diritto, fondato nell'adozione di Giovanna I; invitò i baroni angioini e tutti i partigiani dei re francesi ad unirsi a lui ed investì Napoli nel mese di giugno dalla banda di porta Capuana[397].
Fa veramente sorpresa il vedere Lodovico d'Angiò scegliere per la conquista d'un regno lontano il tempo in cui la sua patria era quasi soggiogata da uno straniero. Il 21 maggio del 1420, Carlo VI, o piuttosto il duca di Borgogna, in suo nome, aveva soscritto il trattato di Trojes, col quale diseredava il Delfino, e trasferiva ad Enrico V d'Inghilterra il diritto di successione alla corona di Francia. Di già l'Inglese regnava omai in Parigi invece del monarca imbecille, di cui aveva sposata la figlia; il Delfino erasi ritirato a Poitiers, e più non veniva ubbidito che da alcune province poste al mezzodì della Loira, quando Lodovico d'Angiò lo abbandonò, seco conducendo tutti i cavalieri e soldati attaccati alla sua sorte, ed adunando tutto il danaro che potè avere in mezzo alla miseria universale, per andare a far prova di sua fortuna in un paese, in cui suo padre e suo avo non avevano provate che sventure[398].
Lodovico aveva armata, parte in Provenza e parte a Genova, una flotta di nove galere e di cinque navi da trasporto; con questa flotta presentossi in faccia a Napoli il 15 agosto, sorprendendo Castell'a Mare, mentre lo Sforza occupava Aversa, che diventò il quartiere generale della parte d'Angiò[399]. Il papa, ch'era l'anima di quest'intrapresa, e che colle sue istigagioni aveva persuasi lo Sforza e Lodovico a cominciarla, affettava ancora di mantenersi neutrale; e si offriva in qualità di arbitro e di conciliatore, e ridusse Lodovico e Giovanna a mandargli ambasciatori a Firenze per giustificare innanzi a lui i loro titoli.
Il deputato di Giovanna era Antonio Caraffa, cui lo spirito versuto e dissimulato aveva fatto dare il soprannome di Malizia. All'istante costui conobbe quali erano le vere disposizioni del pontefice, e ciò che doveva da lui aspettarsi; ma nella sua corte medesima, e quasi sotto i suoi occhi seppe trovare nuovi alleati alla sua sovrana, e suscitare a Martino ed a Lodovico un avversario pericoloso.
Don Garzia Cavaniglia, gentiluomo valenziano era ambasciatore d'Alfonso V, re d'Arragona, di Majorica, di Sicilia e di Sardegna, presso il papa. Cercava di ottenere dalla corte di Roma la cessione dell'isola di Corsica, che nello stesso tempo il suo padrone cercava di togliere colle armi ai Genovesi. Il Malizia offrì all'Arragonese una corona più degna della sua ambizione. Fece sentire a quest'ambasciatore, che Giovanna, ultimo rampollo della prima casa d'Angiò, era padrona di disporre del suo regno a favore di colui che adotterebbe per suo figliuolo; ch'era disposta di dare così magnifica ricompensa a quegli che l'assisterebbe nelle presenti circostanze, e che la politica e l'interesse de' suoi popoli la consigliavano a cercare di preferenza l'amicizia del suo più prossimo vicino. In forza della sua alleanza con Alfonso, le due Sicilie sarebbero di nuovo riunite, e due popoli fratelli, divisi dopo i vesperi siciliani, tornerebbero sotto un solo sovrano, disceso dal canto di donna dagli eroi svevi e normanni, che prima avevano regnato nella Puglia. Cavaniglia abbracciò avidamente il progetto di Malizia, somministrò a quest'inviato della regina i mezzi di recarsi segretamente presso Alfonso, in allora occupato nell'assedio del forte castello di Bonifazio in Corsica. Il re d'Arragona, omai stanco della resistenza dei Corsi, rinunciò volentieri ad una guerra senza gloria, per un'intrapresa che annuciavasi sotto così favorevoli auspicj. Fece immediatamente partire alla volta di Napoli diciotto galere con tre de' suoi migliori generali, promettendo di seguirli egli stesso tra non molto[400].
Già da lungo tempo non si ebbe più occasione di parlare del regno di Sicilia, che, perdendo le sue ricchezze e le sue forze sotto una serie di deboli re, minori o insensati, più non aveva parte all'equilibrio d'Italia. Federico II, il sesto re della razza arragonese dopo i vesperi siciliani, era morto del 1368, lasciando sua sola erede la figlia Maria. Questa portò la corona a Martino II, figliuolo del re d'Arragona, il quale era morto senza prole l'anno 1409, onde suo padre, chiamato pure Martino, riunì i due regni. Dopo di lui passarono nel 1410 a Ferdinando, figliuolo di sua sorella e di Giovanni, re di Castiglia. Alfonso era figliuolo di questo Ferdinando, ed aveva cominciato a regnare nel 1416[401]. Per una singolare fortuna questo principe ambizioso e destinato a tanta gloria, era per così dire straniero a tutti i regni da lui governati. In Arragona vedevasi con gelosia circondato dai Castigliani che suo padre aveva con lui condotti, ed il desiderio di sottrarli agli occhi del popolo e delle Cortès, non fu uno degli ultimi motivi, che gli fecero intraprendere la spedizione di Corsica, ed in appresso quella di Napoli[402].
Così cominciava nel regno di Napoli quella sanguinosa accanita contesa fra i Francesi e gli Spagnuoli, che, inutilmente assopita, doveva di quando in quando rinascere, comunicarsi all'intera Italia in sul finire del quindicesimo secolo, ed essere cagione della ruina de' suoi stati indipendenti. La rivalità tra le due case d'Arragona e d'Angiò doveva più tardi coprire il regno di Napoli di soldati stranieri; ma da principio i due pretendenti alla corona sostennero i loro diritti colle armi italiane, approfittando della rivalità dei due grandi capitani, Braccio di Montone e Sforza.
I luogotenenti di Alfonso si presentarono il 6 di settembre in faccia a Napoli; ed al loro arrivo la flotta di Lodovico d'Angiò, trovandosi più debole, si ritirò. Lo Sforza, che assediava Napoli col duca d'Angiò, fece inutili sforzi per impedire lo sbarco degli Arragonesi, ma fu costretto a ritirarsi; e Raimondo Periglios, comandante dell'armata d'Alfonso, fu ricevuto da Giovanna colle più distinte dimostrazioni d'onore, gli si affidarono Castel Nuovo, e Castello dell'Ovo, perchè li tenesse in deposito pel suo padrone, ed il re d'Arragona venne proclamato figliuolo adottivo della regina di Napoli, ed erede presuntivo del regno[403].