Giovanna ed Alfonso mandarono persone di comune confidenza a Braccio da Montone per averlo con onorate condizioni al loro servigio; lo trovarono già tornato a Perugia, intento ad abbellire quella città con sontuosi edificj, mentre i suoi soldati erano distribuiti ne' quartieri d'inverno nelle vicine borgate. Braccio, che aveva di fresco sposata la sorella del signore di Camerino, non potè mettersi in campagna che nella vegnente primavera (1421); ma si valse intanto del danaro rimessogli da Alfonso per adunare nuovi soldati, ed in marzo, prendendo la strada degli Abruzzi, entrò nel regno di Napoli[404].
La Calabria e quasi tutta la costa orientale del regno aveva abbracciato il partito d'Angiò; ma le battaglie che avevano luogo nelle province erano di non molta importanza, limitandosi i signori feudatarj a guastare di quando in quando il paese de' loro nemici. Intanto le truppe vivevano a discrezione nelle campagne che attraversavano, e gravissimi disordini tenevano dietro alle più leggeri scaramucce. La somma della guerra riducevasi alle porte di Napoli, e colà recossi Braccio per iscacciare d'Aversa lo Sforza e Lodovico d'Angiò. Fu accolto con mille dimostrazioni d'onore da Alfonso, ch'era poc'anzi giunto ancor esso a Napoli; ed essendo creato principe di Capoa, conte di Foggia e grande contestabile del regno, si rese in breve padrone delle fortezze del suo nuovo principato, la maggior parte delle quali trovavansi in potere del nemico[405].
Per altro l'avvicinamento dei due emuli re e di due grandi generali, in così circoscritto spazio, non produsse quegli importanti avvenimenti che si aspettavano. Lodovico III, stanco della sua inazione, passò a Roma presso Martino V, ch'era venuto a soggiornare nella sua capitale in sul finire del precedente anno. Braccio cercava di sedurre i generali dello Sforza, e gli riuscì di staccare da lui Giacomo Caldora, gentiluomo napolitano, che aveva mostrato estrema avversione alla regina. Tentò in appresso il Tartaglia, che aveva altra volta militato sotto di lui, e che lo aveva abbandonato per seguire lo Sforza; ma questi diffidando del Tartaglia, lo fece arrestare; e dopo averlo assoggettato alla tortura, lo condannò alla morte, alienando con tale crudele atto la metà de' suoi soldati che amavano il Tartaglia[406].
Mentre la guerra più omai non si faceva che colla seduzione e cogl'intrighi, la corte di Giovanna veniva agitata dalle segrete pratiche del grande siniscalco Caraccioli. Vedeva questi con estrema diffidenza il crescente potere di Alfonso, e temeva che questo principe non lo trattasse un giorno come Giacomo della Marca aveva trattati altri amanti della regina. Palesò parte delle sue gelosie a Giovanna, e persuase questa principessa a trattare con Lodovico d'Angiò; e di già parlavasi di rivocare l'adozione d'Alfonso, per sostituirgli il principe francese[407]. Queste pratiche non rimasero lungamente ignote al principe arragonese; e, nella universale diffidenza, questi pensava soltanto ad assicurarsi delle avute fortezze contro la regina, Braccio a dilatare i confini del suo principato di Capoa, lo Sforza a far vivere le sue truppe a spese dei Napolitani; e l'anarchia poteva durar lungo tempo, se Martino V non si stancava di sussidiare Lodovico d'Angiò. L'armata dello Sforza era omai quasi affatto distrutta, e richiedevansi ragguardevoli spese per rifarla. Alfonso minacciava di ricominciare lo scisma facendo in tutti i suoi regni riconoscere Benedetto XIII, che ancora viveva a Peniscola sempre pretendendo di essere il pontefice. Lodovico, cedendo alle istanze del papa consegnò alla Chiesa le due città d'Aversa e di Castellamare, le sole che gli si fossero conservate fedeli. Poco dopo (1322) il papa le restituì alla regina, la quale riprese ai suoi servigi lo Sforza, di cui voleva formarsi un appoggio contro suo figlio adottivo, e che attaccandosi di nuovo alla regina non lasciava di favorire segretamente la casa d'Angiò[408].
In questi quattro anni la Lombardia non era stata meno travagliata dalle rivoluzioni di quel che lo fosse il regno di Napoli. Filippo Maria Visconti, duca di Milano, era tutto intento a ricuperare le province che ubbidivano a suo padre, e che si erano ribellate in tempo della minorità sua e di suo fratello. Egli allora non prevedeva che lavorava pel figlio di quello Sforza che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni di Napoli, e che in questo medesimo tempo, costretto a mutar partito, perdeva quasi affatto il suo credito e la sua armata.
Il duca Filippo Maria conservava con un carattere più debole alcuni tratti di Giovanni Galeazzo suo padre. Era la medesima effeminata ambizione che facevagli sempre desiderare nuove conquiste, senza avere il coraggio di avvicinarsi al suo esercito, o di mirare in faccia il soldato nemico. Colla stessa perfida politica, colla stessa tortuosa condotta ingannava i nemici e gli amici; aveva la stessa arte di nascondere sotto ogni sua azione un secondo fine contrario a quello che mostrava d'essersi proposto; finalmente al suo carattere basso e crudele era, come in suo padre, congiunta una inaspettata generosità. Ma distinguevano Filippo Maria dal padre una minore forza di volontà, minore arte nella condotta de' suoi progetti e nella scelta de' mezzi, minor conoscenza della amministrazione, minori talenti per sorprendere il popolo e per farsi amare[409].
Il primo uso che fece il duca di Milano delle forze, che andava ricuperando, fu quello di liberarsi della sua benefattrice con non minore crudeltà che ingratitudine. Beatrice Tenda, vedova di Facino Cane, aveva portato al duca, sposandolo in seconde nozze, la sovranità di Tortona, Novara, Vercelli ed Alessandria, ed il comando d'un numeroso e ben disciplinato esercito, che aveva ristabiliti gli affari dei Visconti. Se la dolcezza, la generosità, la pazienza, la nobiltà del carattere, possono supplire in una donna alla gioventù ed alla bellezza, Beatrice meritava d'essere amata; ma ella contava vent'anni più del marito, il quale, oppresso dalla ricordanza dei beneficj della consorte, stanco delle sue virtù, irritato dalla pazienza medesima ch'ella opponeva ai suoi sregolamenti, l'accusò d'avere violata la fede conjugale con uno de' più giovani cortigiani, cui strappò di bocca colla tortura una falsa confessione. Il timore d'un atroce supplicio, o la speranza d'acquistarsi il favore del sovrano con una calunnia, persuasero questo giovane a rinnovare la sua confessione ai piedi del palco, ove fu condotto colla duchessa in presenza della corte e del popolo. «Siamo noi dunque in un luogo (soggiunse allora Beatrice con fierezza) ove gli umani timori debbano superare il timore del Dio vivente, innanzi al quale siamo vicini a comparire? Ho sofferti come voi, Michele Orombelli, i tormenti coi quali vi è stata estorta quella vergognosa confessione; ma quegli atroci dolori non ridussero la mia lingua a calunniarmi. Un giusto orgoglio avrebbe preservata la mia castità, quand'anche la mia virtù non avesse potuto farlo; per altro, per quanta distanza passi tra di noi, non vi credeva tanto vile da disonorarvi in quell'unico istante che vi si presentava per rendervi glorioso. Frattanto il mondo mi abbandona; il solo testimonio della mia innocenza depone contro di me: dunque più non mi resta, o mio Dio, che ricorrere a te. Tu vedi ch'io sono senza colpa, e che ne vado debitrice alla tua grazia; tu preservasti i miei pensieri come la mia condotta da ogni impudicizia. Oggi forse tu mi castighi d'avere violato con seconde nozze il rispetto da me dovuto alle ceneri del primo sposo. Accetto con sommissione la prova che mi viene dalla tua mano; raccomando alla tua misericordia quello, la di cui grandezza volesti che fosse opera mia, e spero dalla tua bontà, che, come tu conservasti l'innocenza della mia vita, tu conserverai ancora agli occhi degli uomini pura ed incontaminata la mia memoria.» Beatrice e Michele Orombelli perdettero all'istante la testa sul palco[410].
Giovanni Galeazzo, senza essere egli stesso militare, aveva avuta una rara felicità, o un singolare talento nello scegliere i suoi generali; Filippo Maria non fu meno di lui fortunato. Seppe distinguere Francesco Carmagnola ed accordargli una confidenza proporzionata ai suoi talenti. Francesco Carmagnola era stato dal duca notato all'assedio di Monza, in quel delicato momento, in cui Filippo, vedendosi perduto se non conseguiva l'eredità di suo fratello, erasi posto alla testa dell'armata. Osservò un semplice soldato che inseguiva Ettore Visconti fino tra le file nemiche, e che indubitatamente l'avrebbe fatto prigioniere, se il suo cavallo correndo non cadeva. Filippo diede a questo soldato il comando di un piccolo corpo di truppe, ed ebbe in breve novelle prove del suo ardire e d'una intelligenza ancor più grande del suo valore. Lo creò in allora capo del suo esercito, ed i più strepitosi avvenimenti giustificarono una così felice scelta[411].
Il Carmagnola si dispose a conquistare tutto il paese posto tra l'Adda, il Ticino e le Alpi. I più forti castelli di questa provincia Trezzo, Lecco e Castel d'Adda, gli aprirono le porte nel 1416. Nello stesso anno il duca, contro la fede dei trattati, fece arrestare Giovanni da Vignate, signore di Lodi, che aveva chiamato a Milano sotto pretesto d'avere con lui una conferenza. Il figlio di questo signore venne pure arrestato nella stessa Lodi dalle truppe del Visconti, che scalarono le mura di questa città il 19 agosto del 1416, e Giovanni da Vignate e suo figliuolo perirono in Milano sul patibolo[412].
Filippo Araceli, gentiluomo di Piacenza, aveva consegnata la sua patria al duca di Milano in principio del 1415. Ma avendo poco dopo avuta cagione di lagnarsi del Visconti, gli aveva di nuovo fatto ribellare i suoi concittadini, ed aveva il 25 ottobre dello stesso anno preso il titolo di signore di Piacenza. Araceli contavasi tra i più valorosi ed esperti guerrieri del suo tempo. Adunò tutti i signori della Lombardia, che si erano divisa l'eredità di Giovanni Galeazzo; fece loro sentire, che comune era la causa di ognuno di loro, poichè il duca di Milano pensava a spogliarli tutti. Pandolfo Malatesti, signore di Brescia, Gabrino Fondolo di Cremona, Lotiero Rusca di Como, i Coleoni di Bergamo, i Beccaria di Pavia e Tomaso di Campo Fregoso, doge di Genova, si obbligarono alla vicendevole difesa. Il Visconti mandò nel 1417 il Carmagnola nella bassa Lombardia. È noto che questo generale e Filippo Araceli si fecero un'accanita guerra, e che le principali città di questa provincia furono più volte prese e riprese; ma confuse o perdute sono le memorie di tali avvenimenti, ed incerte le epoche. Il Carmagnola occupò Piacenza, ma non la sua cittadella; onde conoscendo di non poter difendere questa città contro Pandolfo Malatesti che si avvicinava per attaccarla, obbligò tutti gli abitanti ad uscirne coi loro più preziosi effetti, che fece imbarcare sul Po. L'Araceli e Pandolfo Malatesti, quando entrarono in quelle deserte strade, furono sbalorditi da tanta desolazione; i loro soldati, che si erano sparsi nelle case per saccheggiarle, ne uscirono come spaventati non avendovi trovati che vecchi arredi di niun valore. Per lo spazio d'un anno questa grande città rimase deserta, essendovi rimasti nascosti tre soli abitanti in tre diversi quartieri. Frattanto l'erba andava crescendo in tutte le strade fino all'altezza del ginocchio, e la cicuta si alzava innanzi alle porte delle case quasi per vietarne l'ingresso[413].