Finalmente Filippo nel 1418 trionfò di tutti i suoi nemici, parte per le proprie perfidie e parte pel valore del suo generale. Filippo Araceli fu scacciato da tutte le terre murate che occupava nel territorio di Piacenza, e costretto a salvarsi in Venezia. Ottenne in allora dalla repubblica il comando di un'armata che fu mandata contro il patriarca d'Aquilea, ed ebbe maggior fortuna sostenendo una causa straniera che la propria. Castellino Beccaria era stato arrestato a Pavia, indi ucciso in carcere per ordine del duca di Milano. Suo fratello Lancellotto, che si era salvato ne' castelli che possedeva fra Tortona ed Alessandria, venne assediato in quello di Serravalle, ed essendosi reso a discrezione, venne appiccato nella pubblica piazza di Pavia[414]. Lotiero Rusca, tiranno di Como, disperando di potersi a lungo difendere in questa città, la consegnò volontariamente al duca, conservando per sè Lugano col titolo di conte[415]. Finalmente il Carmagnola penetrò nella riviera di Genova per ridurre all'ubbidienza ancora Tomaso di Campo Fregoso.

I Genovesi credevano d'avere ricuperata la libertà, allorchè scacciarono fuori dalle loro mura i Francesi l'anno 1411, ed il marchese di Monferrato nel 1413. Ma sebbene Genova non avesse un padrone però non era più repubblica. Invano i suoi cittadini avevano cercato di dare consistenza alla loro costituzione, e di assoggettare l'elezione del loro doge alle formalità osservate in Venezia[416]. L'odio che divideva le più potenti famiglie era così violento, ed ogni capo di partito aveva sotto di sè tanti clienti e vassalli, che la città era trasformata in un campo di battaglia, ove le parti nemiche guerreggiavano continuamente. Più non trattavasi tra le opposte fazioni dell'interesse de' Guelfi o dei Ghibellini, della nobiltà o del popolo, della libertà o del servaggio, ma di distruggersi a vicenda perchè si odiavano. Nell'istante medesimo in cui, per le cure de' magistrati e del clero, si riconciliavano le parti, e si giuravano pace, un'occhiata orgogliosa, un motto piccante, un gesto talvolta sinistramente interpretato, erano sufficienti motivi per far di nuovo sguainare le spade, e ritornare in duolo tutta la città. Abbandonata era la navigazione, languiva il commercio, devastate vedevansi le campagne, le terre incendiate, ed ogni giorno alcuno de' più magnifici palazzi della città veniva spianato.

In tempo di tali civili guerre, Giorgio Adorno, Barnabò Goano e Tomaso di Campo Fregoso vennero successivamente innalzati alla dignità ducale. L'ultimo sembrava più d'ogni altro proprio a rendere la pace alla repubblica; egli godeva dell'amicizia e della stima di Giorgio Adorno, suo antico rivale, cui doveva la propria elezione; aveva date ai suoi concittadini non dubbie prove della sua moderazione, del suo disinteresse, del suo valore; aveva pagato col proprio danaro i debiti del pubblico tesoro, che ammontavano a sessanta mila fiorini[417]; ed era ajutato nella sua amministrazione dallo sperimentato valore e dai varj talenti de' suoi cinque fratelli nel fiore dell'età, a lui egualmente tutti affezionatissimi. Ma non era dato a niun uomo di poter lungo tempo comprimere odj tenuti vivi da troppo mortali ingiurie. I Guarci, i Montalti e gli Adorni abbandonarono la città nel 1417 e si rifugiarono presso il duca di Milano. Nel 1418 i marchesi di Monferrato e del Carreto abbracciarono l'alleanza di Filippo Maria, e le foci delle montagne furono aperte a Francesco Carmagnola dagli emigrati o dai traditori. Tre mila cavalli ed otto mila pedoni saccheggiarono, durante tutta l'estate, le valli della Polsevera e di Bisannio; la fortezza di Gavi, creduta inespugnabile, venne consegnata ai nemici, ed i Genovesi perdettero tutti i loro possedimenti posti nella parte settentrionale delle montagne[418].

Mentre questa repubblica lottava con tanto svantaggio contro il duca di Milano, i Fiorentini, che avevano di già veduti soggiacere altri avversarj di questo principe, avrebbero dovuto ajutare un popolo libero, che non poteva essere soggiogato senza che ne sentisse danno l'equilibrio dell'Italia, e senza che l'ambizioso Visconti portasse le sue viste sulla Toscana. Verun trattato di pace tra la repubblica fiorentina ed il duca di Milano avevano terminata la guerra accesa da Giovanni Galeazzo; ma la signoria, vedendo tanti nemici congiurati contro il duca, aveva da lungo tempo cessato di fargli guerra. Mentre, del 1419, i Genovesi domandavano caldamente soccorsi per difendersi, il duca sollecitava i Fiorentini a terminare con onorevole pace le loro contese. La signoria ondeggiava indecisa tra i suoi timori dell'avvenire, ed una vicina speranza. Desiderava di ridurre i Genovesi in necessità di venderle il castello di Livorno, che signoreggiava le foci dell'Arno e Porto Pisani, e che pareva inceppare il commercio di Pisa. Livorno era stato ceduto a Boucicault da Gabriele Maria Visconti, signore di Pisa, e quando il maresciallo francese era stato scacciato da Genova, quel porto ed il suo castello erano venuti in mano dei Genovesi. La signoria fiorentina, che ardentemente desiderava di fare quest'acquisto, si rallegrava dell'imbarazzo in cui trovavansi i Genovesi, e rifiutavasi di soccorrerli senza la cessione di Livorno.

Niccola d'Uzzano ed i suol amici si opponevano ne' consigli di Firenze all'opinione di coloro che volevano che la repubblica trattasse col duca di Milano, loro sembrando che col fare seco la pace si venissero a sanzionare le di lui usurpazioni, e si facesse conoscere ai Genovesi ed al signore di Brescia che si abbandonavano alla loro sorte. Ma il popolo accusava l'aristocrazia e l'antico partito guelfo d'inquieta ambizione; non vedeva nella sua politica che desiderio d'ingrandirsi colla guerra, e mostrava un così aperto malcontento, che la signoria si vide forzata a sottoscrivere, in gennajo del 1419, un trattato con Filippo Maria. I Fiorentini si obbligavano a non prendere parte in tutte le rivoluzioni della Lombardia oltre i fiumi della Magra e del Panaro, ed il duca prometteva di non immischiarsi di tutto quanto accaderebbe al levante di questi due fiumi, il primo de' quali divide la Lunigiana dallo stato di Genova, l'altro il Bolognese dal Modanese[419].

Ma i Fiorentini, quando supponevano che i Genovesi potrebbero difendersi colle proprie loro forze, non avevano preveduto che sarebbero ben tosto attaccati da un nuovo avversario. Alfonso d'Arragona, prima che Malizia venisse ad invitarlo a nome della regina Giovanna di recarsi a Napoli, aveva di già fatto vela dalle coste della Catalogna con tredici vascelli rotondi e ventitre galere. Impaziente di sottrarsi alle rimostranze delle sue cortes ed alla gelosia de' suoi sudditi, andava a cercar conquiste in lontane parti. Attaccò, senza esserne provocato, la Corsica, che dipendeva da Genova; per tradimento occupò Calvi, e molti gentiluomini corsi, sedotti dalle sue offerte, spiegarono le sue insegne, ed il solo castello di Bonifazio, posto all'estremità meridionale dell'isola sopra uno scosceso promontorio, conservossi fedele ai Genovesi. Alfonso lo attaccò, e stette nove mesi ostinato intorno a quest'assedio. In ultimo Giovanni Fregoso, fratello del doge, penetrando a traverso della flotta catalana, riuscì a vittovagliare Bonifazio. Il re d'Arragona perdette allora ogni speranza di averlo; abbandonò la Corsica per passare a Napoli, ov'era aspettato, ed altro non ottenne dalla sua impresa contro quell'isola che la vergogna d'avere violato un trattato di pace[420].

Le grandi spese che la guerra contro gli Arragonesi aveva cagionata alla repubblica determinarono finalmente i Genovesi a vendere Livorno ai Fiorentini. Il contratto fu convenuto il 30 giugno 1421 pel prezzo di cento mila fiorini[421]. Ma i Genovesi desideravano ben più di vendicarsi degli Arragonesi che di conservare la loro libertà; il Carmagnola avea rinnovati ogni anno i guasti nel loro territorio, e tutti gli alleati loro erano stati soggiogati dalle armi del duca, e ridotti ad alienarsi da loro. Tomaso di Campo Fregoso sentì egli stesso la necessità di terminare una guerra ruinosa per la sua patria, quando vide Filippo Maria fare alleanza coi Catalani ed attaccare Genova per mare e per terra. Le stesse condizioni sotto le quali la repubblica erasi data al re di Francia, vent'anni prima, vennero offerte ed accettate; ed il duca di Milano guarantì le costituzioni della città e la libertà interna; il conte Carmagnola, come luogotenente del Visconti, venne surrogato al doge; ed a Fregoso, che abdicò la sua dignità, fu data in ricompensa la signoria di Sarzana. Ma siccome questa città è posta al di là della Magra, il duca di Milano, disponendone in tal modo, veniva a violare il trattato che aveva recentemente fatto coi Fiorentini[422].

I Guelfi di Lombardia ed i piccoli principi di questa contrada eransi pure lusingati di trovare rifugio sotto la protezione dei Veneziani, più ancora che i Fiorentini interessati ad opporsi agli ambiziosi progetti di conquista del duca di Milano. Ma il senato di Venezia, invece di prendere di mira il prossimo danno onde era minacciato, lasciavasi illudere dalla propria ambizione. Vedeva Sigismondo imbarazzato in una doppia guerra, in Boemia contro gli Ussiti, ed ai confini dell'Ungheria contro i Turchi. Il patriarca d'Aquilea, Luigi II di Teschen, alleato dell'imperatore, non poteva da lui sperare soccorsi; ed i Veneziani, tostocchè videro spirata la tregua di cinque anni che avevano fatta con Sigismondo, attaccarono (1418) il patriarca. Cividale, Sacile e Porto Gruaro loro si arresero nella prima campagna, e nella susseguente Filippo Araceli, generale delle truppe veneziane, occupò Feltre e Belluno. Finalmente Udine, capitale del patriarcato, si arrese alla repubblica il 7 giugno del 1420, e nella stessa campagna s'arrese pure tutta la provincia, come anche la parte dell'Istria, che dipendeva dall'alta signoria dei patriarchi. Il conte di Gorizia prestò omaggio al doge pei feudi dipendenti dalla chiesa d'Aquilea, ed in tal modo tutto il Friuli venne aggregato per sempre agli stati della repubblica[423].