Ma così prosperi avvenimenti non permisero per altro ai Veneziani di posare le armi: essi continuarono la guerra nell'Istria, nella Dalmazia, nell'Albania contro i feudatarj del re d'Ungheria, e non ottennero che conquiste comperate a caro prezzo. Vero è che di quando in quando concepivano qualche gelosia degli acquisti che Filippo Maria andava ogni giorno facendo ai loro confini; ma si lasciavano bentosto addormentare dalle proteste di amicizia che questi loro faceva, e lasciavano vilmente in sua balia i più fedeli amici e servitori della repubblica.

Poichè Filippo Araceli ebbe abbandonato lo stato di Piacenza, Rinaldo Palavicini, che vedeva avvicinarsi le armi del duca, volontariamente cedette san Donnino di cui era signore. I Rossi, i Pellegrini, gentiluomini di Parma, si sottomisero da se medesimi[424]; e Niccolò, marchese d'Este, temendo di perdere tutt'ad un tratto le due città di Parma e di Reggio, che già avevano appartenute a Giovanni Galeazzo, cedette volontariamente la prima per ottenere da Filippo Maria l'adesione al possedimento della seconda. Questo trattato venne sottoscritto dai due sovrani l'8 aprile del 1321[425].

Intanto Francesco Carmagnola attaccò Pandolfo Malatesti, signore di Brescia e di Bergamo. In pochi giorni gli tolse quasi tutte le terre murate del Bergamasco, e bentosto trovò modo d'entrare in Bergamo dalla banda della montagna, che non credevasi esposta a verun attacco; le valli di san Martino e molte terre della campagna bresciana s'arresero volontariamente a Filippo Maria Visconti[426].

Tali conquiste vennero alcun tempo sospese da una tregua trattata in nome di Martino V tra Filippo Maria e Pandolfo Malatesti; ma il duca di Milano approfittò della sospensione delle ostilità per attaccare Cabrino Fondolo, tiranno di Cremona. I castelli di Pizzighettone e di Soncino s'arresero ai Milanesi quasi senza fare resistenza[427]: onde Gabrino offrì ai Veneziani la cessione di Cremona, e quanto ancora gli restava nel suo territorio, contro un equitativo compenso; così pure fece di Brescia Pandolfo Malatesti; ma queste due profferte furono rigettate[428]; ed il signore di Cremona fu sforzato a trattare col duca, cui cedette il suo principato ad eccezione del castello di Castiglione, ove si ritirò co' suoi tesori.

In quest'epoca medesima in cui i Veneziani dovevano essere adombrati dalla ambizione del duca di Milano, conchiusero con lui un trattato di pace per dieci anni, onde potere, senza impedimenti, terminare le loro conquiste in Dalmazia, lasciando in balìa alle preponderanti forze del duca Pandolfo Malatesti, loro antico alleato, che aveva inoltre lungo tempo comandate le armate della repubblica, e non guarantendo che gli stati di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e di Peschiera, perchè queste due fortezze, formando un'importante linea di difesa alle province veneziane di terra ferma, non potevano, senza una estrema imprudenza, lasciarle esposte alle invasioni del Visconti[429].

A Pandolfo non restava altro appoggio che quello di suo fratello Carlo, signore di Rimini, che in fatti gli mandò un ragguardevole corpo di truppe sotto gli ordini di Luigi di Fermo: ma questo generale fu sorpreso e fatto prigioniero dal Carmagnola, il quale ruppe affatto la di lui armata, onde Pandolfo costretto di venire a trattato di pace, non l'ottenne dal duca che colla cessione di Brescia e di tutto il suo territorio, ricoverandosi egli a Rimini presso al fratello[430].

Subito dopo Giorgio Benzone, signore di Crema, venne ridotto alla stessa necessità, onde cedendo questa città a Filippo Maria, egli compì la sommissione della Lombardia[431]; più non rimaneva un solo di quanti tiranni eransi divisi le spoglie di Giovan Galeazzo Visconti, ed avevano per lo spazio di vent'anni renduto misero così bel paese. Essi non avevano potuto opporre agli artificj ed alle armi del duca di Milano nè la coscienza di una buona causa, nè l'amore de' loro sudditi, nè la costanza degli alleati, ed erano caduti l'uno appresso l'altro quasi senza combattere. Ma le vittorie di Filippo Maria, avvicinandolo a due popoli liberi, gli fecero sperimentare un altro genere di resistenza. Vedremo nei susseguenti capitoli quale lunga lotta ebbe a sostenere contro i Fiorentini; quale perseveranza ne' suoi progetti, quale costanza nelle sventure, quale moderazione nelle vittorie, questa virtuosa repubblica seppe opporre alla di lui ambizione. Aveva pure da prima provato ciò che poteva fare contro i suoi mercenarj soldati il valore impetuoso degli Svizzeri.

Dopo la sommissione di Como, la famiglia Rusca, che aveva governata questa città, erasi ritirata a piè delle Alpi. Avevale lungamente ubbidito Bellinzona, ma la sovranità di questa piccola città era adesso cagione di lite tra molti pretendenti, e gli Svizzeri del cantone d'Uri vi tenevano guarnigione per difendere l'ingresso della valle Levantina ed i passaggi del san Gottardo. Antonio Rusca e Giovanni, barone di Sax, vendettero i diritti che avevano sulla medesima città a Filippo Maria, il quale in marzo del 1422 fece sorprendere la guarnigione svizzera da Angelo della Pergola, suo condottiere, ed occupò Bellinzona. Nello stesso tempo occupò Domodossola, altra piccola città posta all'apertura del passaggio del Sempione, di dove s'innoltrò fino ai piedi del san Gottardo, occupando tutta la valle Levantina[432].

In altra circostanza questa violazione de' trattati e dei diritti di buona vicinanza avrebbe sollevata tutta la Svizzera. Ma molti semi di discordia eransi sparsi tra i confederati dopo la guerra mossa all'Austria dietro eccitamento del concilio di Costanza. Molti cantoni ricusarono lungo tempo di prendere le armi per una lite che credevano loro straniera; e quando finalmente mandarono le loro truppe oltre il san Gottardo, una segreta gelosia teneva le une in modo separate dalle altre, che la retroguardia, composta dei soldati del cantone di Schwitz, era distante un giorno di viaggio dalle altre.

Non pertanto l'armata svizzera, composta di quattrocento arcieri e di tre mila fanti armati d'alabarde, scese nella valle Levantina, senza prendersi cura di sapere quanti soldati avevano a Bellinzona Francesco Carmagnola ed Angelo della Pergola. Questi due generali avevano sei mila scelti corazzieri e diciotto mila fanti[433], ed a tanta superiorità di numero aggiugnevano il vantaggio d'avere occupati i passaggi delle valli vicine, d'avere sorpresi i magazzini de' loro vicini e posta guarnigione in Bellinzona, ove tenevano in sicuro le loro munizioni.