Mentre i soldati di Schwitz aspettavano a Poleggio quelli di Glaritz, che quelli di Zurigo, Appenzel e san Gallo erano ancora in cima al san Gottardo, le quattro bandiere di Lucerna, Undervald, Uri e Zug, sotto le quali non si contavano più di tre mila alabardieri, presentarono battaglia nel campo d'Arbedo presso Bellinzona alla migliore cavalleria dei due più famosi condottieri d'Italia.

I corazzieri di Pergola, vedendo gli Svizzeri, piombarono loro addosso tenendosi sicuri di rovesciarli e di tagliarli a pezzi; ma questi gli stavano aspettando di piè fermo, opponendo l'insuperabile loro forza all'impeto della cavalleria. Furono spesso osservati tagliare con un colpo di spada le gambe ai cavalli che venivano sopra di loro, o prenderli per i piedi e strascinarli a terra col cavaliere[434]. Erano di già caduti quattrocento cavalli, senza che i corazzieri italiani avessero ancora guadagnato un palmo di terreno; onde Pergola e Carmagnola ordinarono ai loro cavalieri di mettere piede a terra, opponendo in tal modo una infanteria quasi invulnerabile alle alabarde degli Svizzeri. La battaglia si rinnovò allora con accanimento, e molti valorosi perirono da ambidue le parti. Lo Schultheiss di Lucerna si dispose alla resa, e ne diede il segno piantando la sua alabarda in terra; ma il Carmagnola, riscaldato dalla pugna e dalla perdita sofferta, non volle dar quartiere. Rinnovò l'attacco, che gli Svizzeri sostennero col coraggio fin allora dimostrato. Improvvisamente seicento Svizzeri, che si erano avanzati per foraggiare nella valle di Misocco, piombarono sulla retroguardia italiana con orribili grida. Credette il Carmagnola, che la seconda armata degli Svizzeri, rimasta a Poleggio, avesse rifatti i ponti ch'egli aveva distrutti, e lo caricasse, onde si ritirò verso Bellinzona, lasciando che gli Svizzeri rientrassero nelle loro montagne[435][436].

Avevano gli Svizzeri perduti trecento novantasei uomini; gl'Italiani un numero tre volte maggiore, e ciò che più monta, i loro soldati erano atterriti, avendo conosciuto con quali uomini avevano combattuto; con uomini che prima di andare alla guerra giuravano di non ritirarsi dal campo di battaglia, di non arrendersi e di non abusare della vittoria disonorando le spose o le figlie dei vinti[437]. Per altro la valle Levantina venne conquistata dal Carmagnola: gli Svizzeri, distratti dalle proprie dissensioni, perdettero più anni, avanti che si vendicassero della sofferta perdita; e Filippo Maria Visconti; più potente di qualunque altro principe che mai regnasse in Italia dopo la caduta del regno dei Longobardi, era ubbidito dalla sommità del san Gottardo fino al mar Ligure, e dai confini del Piemonte fino a quelli degli stati del papa.

CAPITOLO LXIV.

La regina Giovanna II, irritata contro Alfonso d'Arragona, adotta Lodovico d'Angiò. — Morte dello Sforza e di Braccio; disastrosa guerra dei Fiorentini col duca di Milano; alleanza dei Veneziani; presa di Brescia.

1422 = 1426

I due generali che più d'ogni altro avevano contribuito alla gloria delle armi italiane, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola, trovavansi uniti ai servigi della corte di Napoli. Allievi ambidue del grande Alberico da Barbiano, il ristauratore dell'arte della guerra in Italia, erano stati in gioventù amicissimi; l'ambizione gli aveva divisi; l'emulazione tra le due compagnie d'avventurieri da loro formate gli aveva determinati quasi sempre ad abbracciare contrarie parti; e nelle contese, cui d'ordinario erano essi affatto stranieri, mai non avevano, da oltre venti anni, cessato di combattere, ora in nome dei re di Napoli e delle repubbliche della Toscana, ora dei signori di Lombardia e della Chiesa. I soldati da loro formati contrassero perciò una tal quale abitudine di rivalità, che si mantenne viva lungo tempo dopo la morte dei due generali.

Per altro quando la superiorità dei talenti di Giovanni di Montone, o la superiorità delle ricchezze della corte che lo aveva preso al suo soldo, gli ebbero dato un incontestabile vantaggio sopra il suo emulo, parve che si rinnovasse l'antica amicizia tra questi illustri generali. All'epoca in cui papa Martino V restituì alla regina Giovanna il piccolo numero di castelli che il partito d'Angiò possedeva ancora nel regno, mentre Lodovico III ritiravasi in Roma per condurvi una vita oscura, lo Sforza si presentò nel campo di Braccio con quindici de' suoi soldati senz'armi, chiedendogli consiglio ed assistenza per rimontare la sua armata quasi affatto distrutta. I due generali, dimenticato ogni antico rancore, e senza veruna diffidenza, cercarono di giustificare la vicendevole condotta, ed i loro piani di campagna; si manifestarono perfino le segrete intelligenze che avevano avute l'uno nel campo dell'altro, e perfino le congiure cui avevano preso parte. Parlarono in appresso senza riserva de' loro futuri progetti, e Braccio, che desiderava di tornare in Toscana per dilatare i confini del suo principato di Perugia, persuase lo Sforza a riconciliarsi colla regina Giovanna, incaricandosi egli medesimo di trattare l'accordo[438].