Giovanna non ricusò di rendere la sua grazia all'antico suo contestabile, e promise a Braccio di accoglierlo graziosamente. Pure quando Sforza, nell'atto di ricevere il bastone del comando, doveva prestare il giuramento d'ubbidienza, non essendo i ministri d'accordo intorno alla formola, disse la regina: «Chiedetelo a Sforza medesimo; egli ha dati tanti giuramenti a me ed ai miei nemici, che niuno sa meglio di lui come uno si obbliga, e come si scioglie dalle promesse[439].»
Malgrado questo rimprovero la regina desiderava l'amicizia dello Sforza, e subito conferì con lui per affezionarselo più strettamente. Ella cominciava ad avere qualche gelosia di Alfonso, suo figliuolo adottivo, che non trascurava veruna occasione per rendersi da lei indipendente, e per affidare le fortezze del regno ai suoi soldati. Il grande siniscalco, ser Gianni Caraccioli, teneva gli occhi aperti sulla condotta del re d'Arragona; temeva di vedersi trattato da questo principe, come Pandolfello Aloppo lo era stato dal conte della Marca, e doveva aspettarsi di trovare il figliuolo di Giovanna non meno geloso del marito. In fatti Alfonso, re d'Arragona e di Sicilia, non poteva piegarsi agli ordini del grande siniscalco colla docilità degli altri cortigiani: vedeva con dispiacere quest'amante di una vecchia regina pretendere di governare i suoi stati e le sue armate con un titolo così vergognoso; voleva consolidare la propria indipendenza, e si era acquistato l'affetto e l'intera devozione di Braccio di Montone. Sebbene il Caraccioli avesse antichi motivi di odio contro lo Sforza, conobbe che niuno poteva meglio di lui provvedere alla sicurezza della regina, e mantenere l'equilibrio tra i due sovrani. Una segreta alleanza si strinse perciò fra di loro: il generale promise di difendere Giovanna contro tutti i suoi nemici, senza eccettuare il figlio adottivo. Dopo di ciò, per dare una specie di pubblica sanzione a questo nuovo contratto, lo Sforza giurò d'ubbidire agli ordini tanto della regina e del re riuniti, come di quello dei due che avrebbe il primo chiesta la sua assistenza[440].
L'alleanza che lo Sforza aveva contratta con Lodovico d'Angiò più non era agli occhi della regina un motivo per diffidare del suo generale; anzi godeva di potere adoperare lo Sforza per trattare con questo principe; perciocchè si era oramai pentita di non avere accolte le profferte del papa, e di non avere piuttosto adottato Lodovico che Alfonso, per riunire in tal modo i diritti delle due case di Durazzo e d'Angiò, e terminare tutte le guerre civili di Napoli[441].
Avendo Braccio di Montone ricondotte le sue truppe in Toscana, assediò Città di Castello, città che in allora governavasi a comune sotto la protezione del papa, e malgrado l'ostinata resistenza degli abitanti la costrinse a capitolare. Ricondusse poi i suoi soldati a Perugia, e li tenne occupati tutto l'inverno nel cavare un canale, che regolava lo scolo delle acque del lago di Trasimeno[442]. In primavera del 1428, recossi negli Abruzzi per assumere il governo di quella provincia che la regina Giovanna gli aveva confidata; ma Aquila, capitale degli Abruzzi, chiuse le porte in faccia al generale che veniva a comandarvi, e risolse di difendersi[443].
Martino V non vedeva senza timore questo capitano stendere i suoi dominj tutt'all'intorno di Roma, e bloccare in certo modo la corte pontificia nella capitale de' suoi stati. Di già Braccio di Montone possedeva al nord di Roma quasi tutta l'Ombria, e parte della Marca, ed al mezzogiorno il principato di Capoa coi feudi che gli erano stati dati dalla regina Giovanna. Altro non gli mancava per chiudere Roma da ogni lato che la conquista degli Abruzzi, ed egli vi si accingeva con tre mila duecento cavalli e mille fanti di truppe ben agguerrite. Martino con promesse di soccorsi e con pressanti esortazioni incoraggiò gli abitanti dell'Aquila a difendersi. Esortò la regina a togliere il comando a Braccio, ed a promettere la sua protezione agli assediati: e, siccome ella era di già titubante, un inaspettato avvenimento la costrinse immediatamente a decidersi[444].
Giovanna ed Alfonso nella vicendevole loro diffidenza avevano scelte due delle fortezze di Napoli per loro abitazione. La regina occupava il castello di Capuano, e suo figlio adottivo Castelnuovo. L'uno e l'altro erano circondati da guardie e da un apparecchio militare. I ministri d'un sovrano non andavano mai presso l'altro senza timore, ed un consiglio di stato era omai diventato una spedizione pericolosa. Il Caraccioli aveva ricusato di passare a Castelnuovo senza un salvacondotto scritto da Alfonso, e munito del suo suggello[445]. Malgrado questo salvacondotto, Alfonso, che abborriva questo favorito, lo fece arrestare il 22 maggio del 1423 mentre entrava in consiglio; egli aveva, dicesi, intenzione di arrestare ancora la regina per mandarla prigioniera in Catalogna, e presentossi immediatamente alla porta del suo castello. Ma le guardie di Giovanna, vedendolo accompagnato da maggior quantità di gente che non era solito d'avere, ricusarono di lasciarlo entrare; e perchè insisteva e minacciava, la guardia tirò sopra di lui per allontanarlo[446]. Bentosto si vociferò in palazzo che Caraccioli era stato arrestato; onde Giovanna, di già assediata nel castello di Capuano, spedì sollecitamente a chiamare lo Sforza in suo soccorso. Sforza, le di cui truppe si trovavano accampate nella Campania, si pose in cammino il 25 di maggio per liberare la sua sovrana.
Questo generale, che da una lunga serie di rovesci era stato ridotto, come ancora la sua armata, in estrema povertà, era seguito solamente da un migliajo di cavalieri mal equipaggiati. Giunto sotto al castello di Capuano, incontrò in un luogo detto alle Formelle, le truppe arragonesi riccamente vestite. «Miei figliuoli (disse, volgendosi ai suoi soldati), ecco gli abiti ed i cavalli che vi ho destinati.» All'istante la battaglia cominciò, e si mantenne sei ore con molta intrepidezza da ambidue le parti. Finalmente essendo riuscito allo Sforza di atterrare un muro che gli chiudeva il passaggio, potè circondare i nemici con parte della sua infanteria. Allora furono rotti gli Arragonesi, fatti prigionieri quasi tutti i loro capitani, saccheggiato il loro quartiere, ed i soldati dello Sforza arricchiti colle spoglie della corte. Alfonso si chiuse in Castelnuovo, preparandovisi a sostenere un assedio. Ma per compiere la rivoluzione ch'egli aveva cercato d'operare in Napoli aveva ordinato che si allestisse una flotta in Catalogna, la quale, composta di ventidue galere con otto grossi vascelli e con truppe da sbarco, giunse in faccia a Napoli l'undici giugno del 1423, quindici giorni dopo la battaglia delle Formelle. Lo Sforza tentò invano d'impedire lo sbarco de' soldati; egli fu a poco a poco respinto fuori di Napoli, e costretto di condurre la regina ad Aversa nel castello ch'erasi a lui reso[447].
La regina divisa da Caraccioli abbandonavasi alla disperazione, ed avrebbe sacrificate le migliori province, e tutto il regno per la libertà dell'amante. Malgrado la lunga nimicizia dello Sforza col gran siniscalco, il primo acconsentì per ricuperarlo a dare in cambio ad Alfonso i venti più distinti prigionieri, che aveva fatti alla battaglia delle Formelle. In allora il siniscalco ed il contestabile, riuniti presso la regina, la persuasero ad appoggiarsi per sua difesa al partito di Angiò; Lodovico, che viveva povero a Roma, fu invitato ad Aversa presso Giovanna, la quale scrisse a tutte le corti d'Europa per dichiarare che essendosi Alfonso demeritato colla sua ingratitudine il favore accordatogli, ella rivocava la fatta adozione, e gli sostituiva Lodovico III, duca d'Angiò, che dichiarava duca di Calabria e presuntivo erede del regno; oltre di che gli permise di conservare il titolo di re, che già portava, onde non fosse d'inferiore rango al suo rivale. Lodovico, ch'era di carattere dolce e probabilmente debole, non ispinse mai le sue pretese al di là di quanto compiacevasi la regina di accordargli; poco tempo si trattenne in corte, ed essendosi recato nella Calabria, seppe rendere caro il proprio governo a' suoi sudditi[448].
Frattanto Alfonso vide con grandissima pena riunirsi contro di lui le due antiche fazioni di Durazzo e d'Angiò, ed il papa appoggiare con tutte le sue forze le misure che per escluderlo dalla sua eredità prendeva la regina. Egli invitò Braccio di Montone ad accorrere in suo soccorso, ma Braccio, che in pari tempo era in forza de' suoi obblighi chiamato a difendere i Fiorentini contro il duca di Milano, non sapeva risolversi a levare l'assedio dall'Aquila; perciocchè questa città l'aveva irritato colla sua resistenza; egli credeva il suo onore compromesso, aveva in questa guerra praticati atti di crudeltà di cui non erasi mai inaddietro macchiato[449], e gli abitanti dell'Aquila opponevano a' suoi attacchi una gagliarda ostinazione resa maggiore dalle sue crudeltà. Inoltre erano essi stati assicurati della più efficace protezione per parte della regina e del papa; ed accostumati in mezzo alle montagne, alla più dura e laboriosa vita, più pazientemente che ogni altro popolo d'Italia sopportavano i disagi e le privazioni della guerra. Alfonso, vedendo che non poteva persuadere Braccio a levare quell'assedio, non si trovò abbastanza forte per sostenersi solo contro la regina e lo Sforza. Altronde lo richiamavano in Ispagna gli affari di quel regno, ove voleva ottenere la libertà di suo fratello, prigioniere del re di Castiglia. Partì adunque colla sua flotta per le coste della Catalogna, e lasciò don Pedro d'Arragona, altro suo fratello, a Napoli con alcuni condottieri italiani[450]. Viaggio facendo sorprese Marsiglia, che saccheggiò per tre giorni, per vendicarsi di Lodovico d'Angiò, cui apparteneva questa città.
Dopo la partenza d'Alfonso, la regina Giovanna, più non si vedendo minacciata da immediato pericolo, volse il pensiero a liberare gli abitanti dell'Aquila, che in undici mesi d'assedio avevano consumate le loro munizioni ed i viveri, e che caldamente chiedevanle soccorso. Ordinò dunque allo Sforza d'aiutarli; e questi si pose in cammino nel cuore dell'inverno con suo figliuolo Francesco, ed il 4 gennajo del 1424 giunse in riva al fiume Pescara. Alcuni soldati di Braccio occupavano la città di tal nome, i quali avevano afforzate le rive del fiume con palafitte, dietro le quali si erano appostati alcuni arcieri. Ma lo Sforza tenendo dietro alla riva volle guadare il fiume presso alla sua foce, persuaso di trovare un facile passaggio nelle acque del mare. Vi entrò armato di tutto punto col caschetto in testa e colla lancia in mano, seguìto da quattrocento corazzieri che con lui giunsero sull'altra riva, di dove scacciarono i nemici. Intanto i venti di mezzodì, essendosi rinforzati, spinsero nel fiume le acque del mare, che lo gonfiarono a dismisura, rendendone il guado assai pericoloso. Il rimanente de' corazzieri, che trovavasi ancora sull'opposta riva, ricusava d'ubbidire allo Sforza che gli accennava d'avanzare: egli, impaziente della loro tardanza, spinse di nuovo il suo cavallo in mezzo alle acque per condurre egli stesso i suoi soldati; ma giunto in mezzo al fiume, vedendo uno de' suoi paggi in balia delle acque vicino ad annegarsi, egli s'abbassò per prenderlo, e nello stesso istante mancarono i piedi di dietro al suo cavallo. Lo Sforza cadde di sella, e scomparve sotto le acque, mentre il cavallo cercava di salvarsi a nuoto. Due volte fu veduto questo guerriero, coperto di troppo pesanti armi per poter nuotare, alzare fuori delle acque le mani coperte di guanti di ferro, e giugnerle in atto supplichevole; ma l'onda lo strascinò senza che si potesse ajutarlo, ed il suo cadavere non fu mai trovato. Così morì in età di cinquantaquattro anni uno de' più intraprendenti ed intrepidi, uno de' più valorosi generali e de' più esperti politici che avesse fino allora prodotti l'Italia[451].