L'armata che lo Sforza aveva creata, e che teneva riunita coll'ascendente del suo genio, e colla confidenza che ispirava ai compagni della sua fortuna, poteva essere disciolta nello stesso istante della sua morte. Verun legame di dovere o d'onore stringevano gli uomini che avevano servito sotto le sue insegne; tutti risguardavano con perfetta indifferenza la lite tra Alfonso e Giovanna, e non cercavano nella guerra che il soldo ed il saccheggio. Perciò poteva temersi che offrissero i loro servigj a Braccio, cui erano tanto vicini; e di già pochi mesi prima alcuni di loro avevano congiurato contro Francesco, figliuolo dello Sforza, che aveano accompagnato in Calabria[452]. L'armata dello Sforza non era soltanto la più importante parte della sua eredità, ma inoltre la garanzia di tutto il rimanente. La regina gli aveva accordati ragguardevoli feudi, meno come ricompensa de' passati servigi, che come prezzo di quelli che da lui si riprometteva in avvenire; ed avrebbe indubitatamente spogliato di molti beneficj il di lui figliuolo, quando non avesse sperato qualche compenso. Il figliuolo dello Sforza non diede mai prova maggiore di forza d'animo e di presenza di spirito quanto in questa difficile circostanza, nella quale, malgrado il turbamento e il dolore che gli cagionava la morte del padre, seppe tener uniti sotto le stesse insegne i suoi soldati, farli giurare di non abbandonarlo, ridurli a promettergli ubbidienza, sebbene fosse il più giovane dei capitani che avevano militato sotto suo padre, e finalmente togliere loro con una sorprendente attività il tempo di riflettere e la tentazione di rendersi indipendenti. Visitò alla testa delle sue truppe tutti i feudi donati a suo padre, e che formavano la sua eredità; si assicurò della ubbidienza de' suoi vassalli, indi tornò ad Aversa, ove la regina, a lui grata per avere saputo conservarle un'armata, gli confermò il comando delle sue truppe, ordinando a lui ed a' suoi fratelli di prendere il nome di Sforza, reso famoso dal padre, ma che fin allora non era stato che un suo soprannome[453].
Prima che Francesco Sforza tornasse in Aversa una flotta genovese di quattordici grandi vascelli, e di ventidue galere era giunta nelle acque di Napoli sotto gli ordini di Guido Torello, generale al servizio del duca di Milano. Filippo Maria Visconti aveva recentemente conchiusa un'alleanza colla regina Giovanna e col papa contro il re d'Arragona, ed aveva facilmente determinati i Genovesi, suoi nuovi sudditi, a fare i più grandi sforzi per combattere con lui i Catalani loro perpetui rivali. Per altro i Genovesi avevano creduto di servire sotto gli ordini di Francesco Carmagnola, governatore della loro città, nel quale avevano intera confidenza, e non furono meno indispettiti di questo generale medesimo, quando un nuovo favorito del duca venne a soppiantare quest'illustre guerriero, ed a prendere il comando di una flotta, che poteva dirsi creata dal nome del Carmagnola[454]. Peraltro Guido Torello ottenne nella spedizione molti vantaggi: prese Gaeta, Procida, Castell'a Mare, Sorrento e Massa, indi condusse la sua flotta in faccia a Napoli. Nello stesso tempo Francesco Sforza attaccava la città dalla banda di terra. L'infante don Pedro di Arragona non aveva che pochi Spagnuoli sotto i suoi ordini; i condottieri italiani lo servivano senz'amore; Bernardino della Carda degli Ubaldini lo abbandonò per raggiugnere Braccio da Montone suo antico generale, e Giacomo di Caldora, dopo aver trattato coi nemici, aprì finalmente le porte di Napoli a Francesco Sforza. L'armata della regina, ricuperando la sua capitale, non commise violenze contro gli abitanti: don Pedro si chiuse in Castelnuovo cogli Arragonesi, ed il Caraccioli non volle che si assediasse, per tenere Lodovico d'Angiò più sommesso col timore del suo rivale[455].
Intanto Braccio di Montone trovavasi sempre all'assedio dell'Aquila. Allorchè fu avvisato che l'armata dello Sforza avanzavasi contro di lui, che un distaccamento aveva di già passato il fiume di Pescara, e battute le truppe che lo difendevano, aveva determinato di levare l'assedio, e già si era allontanato poche miglia dall'Aquila, quando tre corrieri, speditigli uno dopo l'altro, gli annunciarono la morte del suo rivale, altre volte suo compagno d'armi e suo amico. Allorchè seppe l'accaduto dimenticò l'accanimento con cui aveva contro di lui combattuto, il pericolo che gli sovrastò, ed il timore che gli aveva fatto abbandonare un assedio continuato undici mesi con tanta ostinazione; pianse il grand'uomo che l'Italia aveva perduto, e si credette egli stesso minacciato di vicina morte; quasi che fosse tempo di ritirarsi dall'arena, quando il suo rivale non poteva più combattervi. I sentimenti degli eroi del quindicesimo secolo erano quasi sempre sotto l'influenza degli astrologhi e degl'indovini, e questi avevano dato maggior valore ai presentimenti di Braccio. Si dice che precedentemente essi avevano annunciate le circostanze della morte di questi due capitani, che avevano raccomandato allo Sforza di non esporsi ai fiumi, e di risguardare il lunedì come giorno infausto; che la vigilia del passaggio del fiume un sogno gli aveva prenunciata la sorte che lo aspettava; che il suo stendardo era caduto innanzi a lui, mentre entrava nelle acque, e che i suoi ufficiali lo avevano inutilmente supplicato a non disprezzare tanti funesti presagi. Dall'altro canto gl'indovini avevano annunciato a Braccio, che non sarebbe sopravvissuto al suo emulo, e l'avveramento delle prime loro predizioni dava maggior peso alla seconda[456].
Qualunque si fosse l'impressione che tali presagi avevano fatto sulla mente di Braccio, non lasciò di spingere con tutto l'ardore l'assedio dell'Aquila. Dal canto loro gli abitanti di questa città, privi de' soccorsi che aspettavano dallo Sforza, non perciò si scoraggiarono; non s'arresero alle intimazioni di Braccio; distribuirono le vittovaglie con maggiore economia, e fecero sapere alla regina che credevansi in istato di potersi difendere fino al primo giorno di giugno, supplicandola a non differire dopo tale epoca a soccorrerli[457].
Tostocchè Giovanna si vide in possesso della sua capitale, pensò a liberare una città fedele, che da sì lungo tempo, per cagion sua, soffriva tanti patimenti, e ad allontanare dai confini del regno il solo nemico che poteva darle timore. Martino V prometteva di assecondarla con tutte le sue forze, ed il duca di Milano le spedì ajuti, onde impedire Braccio di soccorrere i Fiorentini. L'armata combinata di questi tre sovrani si adunò sotto Giacomo di Caldora, il più attempato de' condottieri che militavano nel regno di Napoli; e Francesco Sforza con tutta la sua valorosa gente si pose sotto il di lui comando.
L'armata del Caldora era del doppio o del terzo più numerosa di quella di Braccio; ma questi invece aveva il vantaggio del terreno, imperciocchè i suoi nemici, per giugnere al piano in cui era accampato, dovevano attraversare le scoscese montagne di san Lorenzo; e la cavalleria pesante non poteva, senza grandissimo pericolo, scendere per que' tortuosi sentieri in faccia al nemico. Ma Braccio, troppo impaziente per rimanere lungo tempo in tanta incertezza, volle affidare la sorte della guerra ad una sola battaglia. Opponeva al numero de' nemici la fiducia ne' proprj talenti, e lo sperimentato valore de' suoi soldati. Egli null'altro temeva che di vedere il Caldora procrastinare la guerra, a cagione delle difficoltà del passaggio della montagna; onde gli spedì un araldo per invitarlo ad una battaglia, promettendogli di aspettarlo nella pianura e di non attaccarlo nelle gole della montagna, di cui gli dava il libero passaggio. Il Caldera risguardò tale disfida come una rodomontata, e credendo di non si dover fidare alla promessa che l'accompagnava, non volle accettarla e rispose ancor esso con altra braveria. Ma Braccio, che credevasi legato dalla fatta offerta, non trascurò in ogni modo di trarre vantaggio dai luoghi che occupava. Chiuse il canale del piccolo fiume che scorre presso l'Aquila, facendo che le sue acque inondassero la pianura dove aspettava i nemici, e si tenne sicuro che quando i loro cavalli scenderebbero stanchi dalla montagna, ed entrerebbero in uno sconosciuto pantano, gli sarebbe agevole il tirar profitto dal loro disordine[458].
Il Caldora, dopo avere inutilmente tentato di soccorrere la città senza dare battaglia, o senza aprirsi altrove un passaggio per giugnere all'Aquila, si trovò costretto di prendere la strada della montagna di san Lorenzo. Tremavano i cavalieri scendendo per quegli angusti e sinuosi sentieri, ove trovavansi in balìa de' nemici. Osservavano al di sopra di loro l'infanteria occupare le strette per le quali passavano. Ma Braccio l'aveva colà posta per tagliare la ritirata alle truppe della Chiesa, non per impedire che si avvicinasse, e malgrado le istanze de' suoi ufficiali, non volle dare cominciamento alla battaglia prima che il Caldora fosse giunto in sul piano con tutti i suoi corazzieri.