Aveva Braccio incaricato Niccolò Piccinino, il migliore de' suoi capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la porta dell'Aquila, e di non abbandonare quel posto, per qualsiasi motivo. Aveva mandata tutta l'infanteria sulle alture, perchè attaccasse i nemici alle spalle, tostocchè fossero dalla cavalleria disordinati. Il 2 giugno del 1424 diede cominciamento alla battaglia alla testa de' suoi corazzieri tre volte meno numerosi che quelli del Caldora; e col consueto suo impeto spinse bentosto il nemico alle falde della montagna, e lo sgominò affatto. Michelotto Attendolo, uno dei parenti dello Sforza, fece allora avanzare l'infanteria, con ordine di approfittare della mischia per cacciarsi sotto i cavalli, e ferirli di fianco; ed infatti i pedoni dello Sforza smontarono in poco tempo molte compagnie de' corazzieri di Braccio, e sparsero il disordine nel rimanente. In questo istante Niccolò Piccinino, volendo riordinare i suoi commilitoni, abbandonò la guardia della porta che gli era stata affidata, malgrado il contrario ordine di Braccio, e mentre questi non aveva potuto dare i convenuti segni all'infanteria, quando aveva appunto bisogno di farla scendere dalle alture che occupava; la battaglia fu perduta, perchè i primi abbandonarono la loro posizione ed i secondi si ostinarono a restare ove si trovavano. Quando gli abitanti dell'Aquila videro che le loro porte erano libere, uscirono in numero di sei mila e piombarono alle spalle dell'armata di Braccio, il quale mentre scorreva le file per incoraggiare i suoi soldati, fu ferito nella gola da un colpo di spada, e rovesciato da cavallo. I suoi guerrieri, sentendo che era caduto, si posero tutti in fuga. Braccio, rialzato dai suoi nemici, venne condotto alla tenda del Calodra: ma egli non volle mai nè rispondere, nè fare segno alle generose offerte ed ai conforti che gli davano i suoi nemici. A molti de' suoi soldati, ch'erano con lui prigionieri, venne permesso di recarsi presso al loro generale e di parlargli senza testimonj, ma non ottennero giammai da quell'anima alteramente feroce alcun segno d'aggradimento delle loro cure, nè mai volle prendere cibo. Sebbene i medici avessero dichiarato che la ferita non era mortale, dopo avere passati tre giorni senza mangiare o bevere o pronunciare una sola parola, morì di cinquanta sei anni il 5 giugno del 1424. I gemiti ed i singhiozzi de' suoi soldati risuonarono nel campo de' vincitori; ed una vittoria conseguita colla morte di così grand'uomo riuscì rincrescevole agli stessi suoi nemici. Il suo cadavere fu mandato a Roma, ove il papa lo fece seppellire in luogo profano, siccome scomunicato[459].

La morte di Braccio distrusse in un istante il principato ch'egli aveva formato. Perugia il 19 di luglio aprì le porte al papa, a condizione che gli emigrati del partito de' Raspanti non sarebbero richiamati in città, e che il castello di Montone, patrimonio degli antenati di Braccio, verrebbe consegnato al conte Oddo suo figliuolo. Le altre città dello stato della Chiesa seguirono l'esempio di Perugia, e Martino V rivocò la scomunica pronunciata contro di loro[460]. Capoa ed i varj feudi, ch'erano stati accordati a Braccio nel regno di Napoli, tornarono alla regina. Il conte Oddo, figliuolo di Braccio, coll'ajuto di Niccolò Piccinino, raccolse una parte dell'armata paterna, ed i Fiorentini, che di quest'epoca avevano estremo bisogno di truppe, presero questi due generali al loro soldo con quattrocento lance, ossiano mille due cento corazzieri[461].

Il duca di Milano, non contento di avere violato il trattato conchiuso coi Fiorentini, disponendo di Sarzana, città posta al di là della Magra e dei confini ch'egli medesimo aveva stabiliti ne' trattati alle sue conquiste, aveva pure mandate, dietro domanda del legato, truppe a Bologna per attaccare Castel Bolognese, ove si erano rifugiati gli eredi della casa Bentivoglio[462]. Da ogni lato le sue armate s'andavano avvicinando alla Toscana, ove cercava di ravvivare il partito che in addietro vi aveva avuto suo padre. Dopo la morte di Giorgio degli Ordelaffi, signore di Forlì, accaduta il 25 gennajo del 1422, la di lui vedova Lucrezia degli Alidosi, figlia del signore d'Imola, era rimasta tutrice di suo figlio, Teobaldo degli Ordelaffi, in età di soli nove anni, e governava il suo piccolo stato sotto la protezione dei Fiorentini. Ma sua cognata, Catarina degli Ordelaffi, erasi posta alla testa del partito ghibellino di Forlì. Incoraggiata dalle segrete offerte del duca di Milano, eccitò il popolo a prendere le armi ed il 14 maggio del 1423 fece arrestare sua cognata Lucrezia, e scacciare tutti gli Imolesi e tutti i Fiorentini che questa aveva chiamati a Forlì, introducendo in loro vece in città una guarnigione milanese[463]. Questa era dal canto del duca di Milano un'espressa violazione del trattato di pace; perciocchè aveva riconosciuto che tutta la Romagna fosse sotto la protezione dei Fiorentini, ed erasi obbligato a non prendere parte nelle rivoluzioni di questa provincia. I Fiorentini mandarono a Forlì Pandolfo Malatesti, per liberare la fortezza assediata dai Milanesi; ma questo principe fu battuto il 6 settembre 1423 a ponte a Ronco dal generale del duca di Milano, e da quell'istante la guerra si accese in Romagna[464].

Filippo Maria più non si tenendo obbligato da alcun rispetto, fece entrare in Romagna Agnolo della Pergola con una più numerosa armata. Questo generale, passando a canto ad Imola, sorprese questa città il 10 febbrajo del 1424, approfittando del gelo che aveva agghiacciate l'acque delle fosse in modo da potervi camminar sopra[465]. Luigi degli Alidosi, preso nella sua capitale, fu mandato nelle prigioni di Milano; pochi giorni dopo Guid'Antonio di Manfredi, signore di Faenza, dichiarossi a favore del duca, ed il papa, favoreggiando lo stesso partito, richiamò da Bologna il legato Condolmieri perchè creduto amico dei Fiorentini[466].

La guerra per questi ultimi ricominciava sotto i più svantaggiosi auspicj; Braccio, che doveva essere il loro principale difensore, e che riceveva un'annua pensione come prezzo de' servigj che doveva prestare ad ogni inchiesta, dopo avere lungo tempo deluse le loro istanze era stato rotto con tutta la sua armata. I deputati fiorentini erano stati spogliati dai vincitori nel suo campo, ov'eransi recati per portargli sessanta mila fiorini pel soldo delle truppe[467]. Per rimpiazzarlo i dieci della guerra avevano assoldato Carlo Malatesti, signore di Rimini, ed avevano adunata sotto i di lui ordini un'armata di dieci mila cavalli e di tre mila pedoni, i di cui principali capi erano Pandolfo Malatesti, Orso Orsini, Luigi degli Obizzi, e Niccolò di Tolentino[468]. Ma Carlo, avendo voluto soccorrere il conte Alberico da Barbiano, alleato della repubblica, che trovavasi assediato da Pergola nel suo castello di Zagonara, il 27 luglio venne a battaglia col generale milanese, dopo avere con una lunga marcia in disastrose strade e sotto una violenta pioggia stancata la sua gente ed i cavalli, onde fu compiutamente rotto e fatto prigioniero con molti suoi ufficiali. Il duca di Milano, che talvolta lasciava la sua bassa e perfida condotta per agire con cavalleresca generosità, accolse il Malatesti colle più vive dimostrazioni di affetto e di rispetto, quando gli fu condotto prigioniero a Milano; dimenticò la sua nimicizia, per non risguardarlo che come uno degli amici di suo padre ed uno de' suoi tutori, e dopo averlo trattenuto alcun tempo tra le feste ed i piaceri della sua capitale, lo rimandò libero senza taglia con tutti i prigionieri. Da quest'istante il Malatesti, vinto dalle cortesie del duca, abbandonò i Fiorentini per attaccarsi a questo principe[469].

Il conte Oddo, figliuolo di Braccio da Montone, e Niccolò Piccinino giunsero in appresso a Firenze cogli avanzi dell'armata disfatta innanzi all'Aquila. Il Piccinino, dopo avere raccolti i soldati fuggiti alla rotta di Zagonara, tenne in dovere alcuni castelli dello stato d'Arezzo che di già apparecchiavansi alla ribellione; ma quando volle in appresso passare in Romagna cadde, mentre attraversava la valle di Lamone, il 1.º febbrajo del 1425, in un'imboscata di contadini; cadde morto il conte Oddo, egli stesso venne fatto prigioniero, e dispersa per la terza volta tutta l'armata fiorentina[470]. Vero è che il Piccinino prigioniere venne condotto presso Guid'Antonio Manfredi, signore di Faenza, il quale aveva motivo d'essere scontento del duca. Ammesso alla sua confidenza, gli fece sentire quanto più vantaggiosa gli sarebbe l'alleanza de' Fiorentini che non quella del Visconti, e lo persuase a cambiare partito. Il signore di Faenza dichiarò la guerra al duca di Milano il 29 marzo del 1425 e rese la libertà al generale suo prigioniero[471].

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero avanzare un'altra armata nella Liguria, mentre che di concerto con Alfonso d'Arragona avevano armata una flotta di ventiquattro galere catalane, che presentossi in faccia al porto di Genova il 10 aprile del 1425. L'antico doge, Tomaso di Campo Fregoso, era a bordo di questa flotta, sperando di ridestare lo zelo de' partigiani di sua famiglia, dei Fieschi e di tutto il partito guelfo. Ma invano egli chiamò i Genovesi a scuotere il giogo di Filippo e dei Ghibellini; l'odio del popolo contro i Catalani era più forte che l'odio per la tirannide; e la flotta arragonese dovette ritirarsi, e l'armata fiorentina in cui trovasi un fratello del doge, fu battuta a Rapallo[472].

Niccolò Piccinino, che la repubblica risguardava come il suo più fedele capitano, avendo avuto qualche diverbio coi dieci della guerra, lasciò il servigio dei Fiorentini per passare a quello del duca di Milano, che di già aveva preso al suo soldo Francesco Sforza con due mila cavalli[473]. Poco dopo Bernardino della Carda degli Ubaldini, nuovo generale della repubblica, fu battuto ad Anghiari il 9 di ottobre da Guido Torello: e per ultimo il 17 dello stesso mese i Fiorentini provarono un'eguale disfatta alla Fagiuola; era questa la sesta, dopo cominciata la guerra, senza che in mezzo a tante perdite ottenessero nulla di prospero[474].