A questa serie di sciagure i Fiorentini opposero un indomabile coraggio. Adunarono per la settima volta la loro armata, e si posero in su le difese. Intanto andavano affrettando ad unirsi a loro tutte le potenze interessate a mantenere l'equilibrio dell'Italia, e spedirono ambasciatori all'imperatore Sigismondo, al papa ed ai Veneziani. Il primo troppo occupato dai Turchi e dagli Ussiti, ed il secondo accecato dalla sua collera, non le promisero verun soccorso[475]; ma i Veneziani parvero commossi, onde la repubblica mandò loro tre successive ambasciate per affrettarli a dichiararsi; ed i signori di Mantova, di Ferrara e di Ravenna, che cominciavano a temere per sè medesimi l'ambizione del Visconti, appoggiarono le istanze de' Fiorentini[476].

Un trattato di pace legava ancora per cinque anni il duca di Milano e la repubblica di Venezia; ma il duca non mostravasi scrupoloso osservatore di tali obblighi, ed erano palesi le sue pretensioni sulle città di Verona, di Vicenza ed ancora di Padova e di Treviso, perchè suo padre le aveva possedute prima che venissero in potere della repubblica. Bentosto un uomo, rifugiatosi a Venezia dopo essere stato ne' consigli del duca, fece sentire alla repubblica che invano differirebbe una guerra, cui in verun modo non avrebbe potuto sottrarsi.

Era questi il conte Francesco Carmagnola, lungo tempo il favorito del duca di Milano, di cui aveva per così dire creata la potenza. Per compensarlo de' suoi meriti il duca lo aveva ricevuto nella propria famiglia, e datogli il nome di Visconti; ma dopo qualche tempo era caduto in disgrazia del suo signore, cui davano grandissima cagione di gelosia le immense sue ricchezze, l'affetto de' soldati, e perfino la memoria de' suoi servigj, troppo importanti per un principe ingrato. Di già il comando della flotta Genovese, destinata all'impresa di Napoli, era stato tolto al Carmagnola per esser dato a Guido Torello[477]. Non molto dopo Filippo volle privare il Carmagnola del comando di trecento cavalli, che questi conservava unitamente al governo di Genova, onde il generale scrisse al duca supplicandolo di non allontanare dai soldati un uomo come lui, nato e cresciuto tra le armi; ma egli non ebbe risposta. Partì in allora per Abbiate Grasso, ove trovavasi la corte; e per la prima volta il Carmagnola si vide negato l'ingresso agli appartamenti del sovrano, sotto pretesto che il duca era occupato in affari: insistette, e non gli fu risposto; alzò la voce in maniera di farsi sentire da Filippo, protestando la propria innocenza, accusando gl'invidiosi, e giurando in fine che si farebbe desiderare, e che quello che gli chiudeva la porta, si pentirebbe un giorno di non averlo ascoltato. Subito dopo partì co' suoi cavalieri, e più non fermossi, finchè non giunse ad Ivrea sul territorio del duca di Savoja. Presentossi ad Amedeo, di cui era nato vassallo; gli appalesò i progetti del Visconti contro di lui, lo esortò a prendere le armi fin ch'era in tempo, ed a prevenire l'attacco del suo nemico, poichè non poteva schivarlo[478]. Attraversò in appresso la Savoja e la Svizzera per recarsi a Venezia, ove giunse il 23 febbraio del 1425, ed operò ancora con maggior calore presso il senato di questa repubblica, che non aveva fatto presso il duca di Savoja per vendicarsi di un principe che dimenticava i suoi beneficj, lusingandosi di abbassarlo come lo aveva innalzato. Dal canto suo Filippo, informato delle pratiche del Carmagnola, gli fece confiscare tutti i suoi beni, che in allora davano il reddito di quaranta mila fiorini[479].

Subito dopo il suo arrivo in Venezia era stato il Carmagnola preso al servizio della repubblica con trecento lance; ma il senato non si riduceva ad accordargli intera confidenza, dubitando che potesse essere simulata la sua contesa col duca, e sapendosi che altri ministri del duca si erano rifugiati presso i suoi nemici per averne il segreto, e per tradirli. La signoria tardava ancora a dare una soddisfacente risposta agli ambasciatori fiorentini: temeva di venire in aperta rottura col duca e voleva prendere consiglio dagli avvenimenti. Frattanto ogni mese sentivansi accaduti nuovi disastri alla repubblica fiorentina, e Lorenzo Ridolfi, uno dei dieci della guerra, ch'era venuto in qualità d'ambasciatore a Venezia, gridò nel consiglio con impazienza: «Signori, i vostri indugi hanno di già reso Filippo Visconti e duca di Milano, e signore di Genova, e sagrificando noi, voi andate a farlo re d'Italia; ma noi pure, se saremo forzati di assoggettarci a lui, lo faremo imperatore[480]

Un tentativo del duca di Milano per far avvelenare a Treviso il Carmagnola dissipò tutti i dubbj che i Veneziani avevano sul reciproco odio del principe e del suo generale[481]; e ciò diede maggior peso alle rimostranze del Carmagnola. Il senato si adunò finalmente il 14 dicembre del 1425, per prendere una finale risoluzione; e gli ambasciatori di Firenze, quelli di Milano, ed il Carmagnola furono ammessi a parlare innanzi a così augusta assemblea.

Lorenzo Ridolfi, dopo avere ricordato l'odio che costantemente si mantenne tra i tiranni e le città libere, odio che può rimanersi coperto, ma non mai spento in fondo dei cuori; dopo avere dimostrato quale era stata la costante politica della casa Visconti, e la serie delle sue usurpazioni; finalmente dopo avere dimostrato che il duca aveva violati tutti gli obblighi contratti con Firenze, chiamò i Veneziani a pensare al proprio pericolo. «Di già, egli disse, noi ci siamo spogliati con questa guerra; abbiamo sparse per tutta l'Italia le gemme ed i giojelli delle nostre spose e delle nostre figlie; e tutto abbiamo venduto quanto avevamo di prezioso per combattere. Le nostre spese ammontano a più di due milioni di fiorini d'oro, che quando si fosse venduta l'intera Firenze non sarebbesi avuta così gran somma. Ma dopo di noi voi sarete i primi ad essere schiacciati. Se voi amate quella libertà di cui si gloria a ragione la vostra città, finchè siete ancora liberi, unite le vostre armi a quelle degli uomini liberi. Dividete con noi la cura della salvezza pubblica, finchè ci resta la forza ed il coraggio di difendere la nostra dignità; imperciocchè noi cerchiamo alleati per dividere con loro il peso della guerra, non per gettarlo addosso a loro: per pesante ch'egli sia noi ne sopporteremo ancora la maggior parte»[482].

L'ambasciatore milanese purgò il suo padrone dalle imputazioni dei Fiorentini; diede plausibili motivi alla guerra che egli sosteneva contro di loro; e per provare la moderazione dei Visconti, ricordò la lunga amicizia che gli aveva legati ai Veneziani, sebbene dopo le conquiste di Giovanni Galeazzo i due stati fossero diventati limitrofi[483]. Ma Francesco Carmagnola, che parlò l'ultimo, fece evidentemente conoscere quanto il duca fosse alieno dal voler mantenere i trattati che aveva giurati. Palesò i suoi macchinamenti ed i segreti intrighi; soprattutto dipinse il di lui carattere; la sua segreta ambizione, non proporzionata alle forze del suo stato, non al vigore della sua anima, non ai talenti del suo spirito. Mentre i suoi tesori erano esausti, e che l'odio de' suoi popoli era esacerbato, lo rappresentò chiuso ne' suoi giardini ascoltando i vani ragionamenti de' suoi cacciatori, e parlando soltanto di feste e di piaceri coi suoi favoriti. Intanto i suoi generali non potevano ottenere di vederlo, quando ancora per lui si esponevano ai rischi delle battaglie; onde i suoi ministri, contro de' quali niuno era ammesso a parlare, erano in libertà di opprimere il popolo colle imposte. «Egli tiene in prigione (soggiunse egli) mia moglie e le mie figlie, credendo d'essere con ciò ancora mio padrone; ma dovunque io mi sentirò libero, crederò d'avere trovata una patria. Questa città, che apre un asilo ai mercanti di tutte le nazioni e di tutte le religioni, non ne ricuserà certo uno al Carmagnola. Io reco pure tra le vostre mura il mio mestiere, quello della guerra. Datemi delle armi, datemele contro quello che mi ha ridotto a questa dura necessità, e voi allora vedrete se io saprò difendere voi e vendicare me stesso[484]

Il senato di Venezia era di già scosso da questo ragionamento e da quello di Giovan Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che invocava la protezione della repubblica contro il Milanese[485]: il doge Francesco Foscari terminò di strascinare gli spiriti. «Ajutiamo i Fiorentini, gridò egli, mentre che Dio gli ajuta, mentre s'ajutano pure da sè medesimi: sappia tutto il mondo che i nostri amici ed i nostri veri alleati sono quelli che, come noi, si sagrificano per la libertà; che, ovunque la libertà spiega le sue insegne, venga altresì ripetuto il nome veneziano[486].» Il trattato d'alleanza tra Firenze e Venezia fu sottoscritto. Le due repubbliche si obbligarono a mettere in campo a spese comuni sedici mila cavalli ed otto mila fanti. Promettevano i Fiorentini di equipaggiare una flotta sul mare di Genova, ed i Veneziani di farne rimontare una per il Po. Finalmente tutte le conquiste che colle loro armi potrebbero essere fatte in Lombardia dovevano appartenere ai Veneziani[487]. Il marchese di Ferrara, il signore di Mantova, i Sienesi, il duca Amedeo di Savoja ed il re d'Arragona entrarono successivamente in quest'alleanza, e la guerra fu dai confederati dichiarata al duca di Milano il 27 gennajo del 1426[488].

Il Carmagnola adunò le sue truppe nello stato di Mantova, mentre il marchese d'Este formava un'armata sul Panaro, ed i Fiorentini ingrossavano quella che Niccolò di Tolentino, loro generale, comandava in Toscana. Il Carmagnola voleva aprire la campagna colla sorpresa di Brescia. Aveva molti partigiani in quella città, ch'egli aveva di già tolta a Pandolfo Malatesti, e di cui si era fin d'allora dichiarato il protettore. Tutti i Guelfi che abitavano in un separato quartiere circondato di mura, erano malcontenti della casa Visconti che gli opprimeva; alcuni soldati avevano pure promesso d'aprire la cittadella ai Veneziani; ma si suppone che il duca di Milano, dopo avere scoperta la loro trama, prendesse le opportune misure per conservare le fortezze, e chiudesse gli occhi sulle pratiche de' Guelfi, che pure gli erano note, onde prendere motivo, tostocchè si manifestassero, d'infierire contro quella fazione e di confiscarne i beni[489].