La città di Brescia era in allora formata di molti quartieri difesi da separate fortificazioni. Eravi sulla montagna che la signoreggia una fortezza circondata da doppie mura, e sostenuta da torri, le une alle altre assai vicine. Un secondo giro di mura formava sotto alla prima una seconda fortezza, abitata dai Ghibellini; al di sotto, in sulla diritta, trovavasi la terza, detta la cittadella nuova, spettante alla Porta Filaria; ed era a mano manca l'altro quartiere, che stendesi nel piano, formante la più bassa parte di Brescia, che chiamavasi città guelfa. In questo solo quartiere fu introdotto il Carmagnola il 17 marzo del 1426, senza che gli fosse pur data la porta di Garzetta, che trovasi in fondo alla città, perchè custodita dalla guarnigione milanese[490].
La prima notizia dell'occupazione di Brescia cagionò molta gioja in Venezia ed in Firenze; ma quando seppesi che il Carmagnola non era padrone che di alcune strade e di poche piazze, mentre tutti i luoghi forti della città si conservavano pel duca di Milano, si perdette la speranza ch'egli vi si potesse mantenere, tanto più che Guido Torello, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino ed altri illustri capitani si avanzavano per riprendere così importante città. Per altro il Carmagnola supplì colla sua attività al pericolo della propria situazione; separò con una fossa larga e profonda il quartiere ch'egli occupava dalla più vicina fortezza, ed intraprese nel tempo medesimo l'assedio di porta Garzetta. Quando Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, giunse nel suo campo, cominciò pure l'assedio di due cittadelle; e perchè non potessero ricevere esterni soccorsi, le chiuse con una fossa lunga più di due miglia, e larga venti piedi sopra dodici di profondità. In questi diversi assedj si rinnovavano le zuffe senza interrompimento; e l'artiglieria, che cominciava in allora ad essere comunemente adoperata, essendo più micidiale che per l'addietro, distruggeva facilmente quelle fortificazioni che non erano state fatte per resistere alla sua furia. La porta di Garzetta fu la prima ad arrendersi, e poco dopo la cittadella nuova. Angelo della Pergola ricondusse dalla Romagna per ordine del duca l'armata con cui vi aveva sostenuta la guerra e passò il Panaro per negligenza, o per connivenza del marchese d'Este, che aveva sopra di sè la difesa di quel passaggio. Per tal modo tutti i condottieri del duca si trovavano riuniti in vicinanza di Brescia, formando un esercito di oltre quindici mila corazzieri con un proporzionato numero d'infanteria: ma la gelosia de' capi e la loro insubordinazione posero ostacolo ai profitti che tirar potevano da così ragguardevoli forze. Essi non attaccarono le linee del Carmagnola che quand'era troppo tardi per poterle superare, e furono respinti con perdita; indi i Bresciani, assediati nelle diverse loro fortezze, dovettero successivamente arrendersi. Cinque diverse capitolazioni cedettero a lunghi intervalli i diversi quartieri della città ai Veneziani: la cittadella vecchia ultima si arrese il 20 novembre del 1426, e compì la conquista di Brescia[491].
Quando Agnolo della Pergola evacuò la Romagna per ordine del suo signore, restituì al papa le due città d'Imola e di Forlì, che aveva occupate un anno prima. Nello stesso tempo il duca dichiarò di non avere intrapresa la guerra che pel vantaggio della Chiesa, spogliata de' suoi stati dai tiranni[492]. Perciò Martino V offrì subito la sua interposizione per riconciliare le due repubbliche col duca. Mandò il cardinale di Bologna a Ferrara per invitare ad un congresso le potenze belligeranti. Colà infatti si recarono i loro deputati, e quelli del duca di Milano mostravansi disposti a fare tutte le cessioni che potessero essere chieste. Le città della Romagna, il di cui possedimento era il principale motivo della guerra, erano restituite al papa, i castelli conquistati da Agnolo della Pergola erano stati ripresi dai Fiorentini; il duca non chiedeva d'essere messo in possesso di Brescia, come nè pure di alcuni villaggi occupati dal duca di Savoja in Piemonte; anzi acconsentiva di cedere ai Veneziani il restante del territorio bresciano. La pace venne dunque firmata il 30 dicembre del 1526. Ma il duca non aveva maggiore costanza nel sottomettersi alle privazioni, di quel che avesse coraggio nel sopportare i rovesci; quindi aveva appena sottoscritto questo trattato, che non seppe tollerarne le condizioni; e riprese subito le armi per vendicarsi di coloro, che lo avevano ridotto ad accettare una vergognosa pace[493].
CAPITOLO LXV.
Seconda guerra de' Fiorentini col duca di Milano. — Rivoluzioni nello stato della Chiesa. — Tentativi dei Fiorentini sopra Lucca; questa città ricupera la libertà. — Terza guerra col duca di Milano. — Morte del Carmagnola.
1427 = 1432.
I Milanesi si erano accostumati al dominio della casa Visconti: una lunga serie di principi, molti de' quali dotati di non comuni talenti, taluni ancora di virtù, avevano attaccato a questa dinastia l'onore nazionale; la sua autorità veniva risguardata come legittima, ed il diploma che innalzava Giovanni Galeazzo alla dignità ducale aveva dissipati gli ultimi scrupoli di coloro che ancora condannavano l'originaria usurpazione di Ottone Visconti. Gli uomini vorrebbero sempre rispettare coloro cui sono forzati di ubbidire, e ne soffre il personale orgoglio, quando debbono arrossire pei loro padroni. Perciò tutto quanto poteva esservi di spregevole nel carattere di Filippo Maria, veniva avvedutamente dissimulato. Si evitava di giudicare questo principe intorno ai molti atti di perfidia, intorno alla sua condotta verso la sua prima consorte, alla sua ingratitudine verso i più fedeli servitori. Mentre i suoi popoli gemevano sotto il peso delle contribuzioni, e che i suoi stati venivano guastati da continue guerre, cercavansi pretesti per giustificare queste medesime guerre, nelle quali veniva strascinato da insaziabile ambizione, ed ascrivevasi a saggia politica la pusillanimità con cui nascondevasi agli occhi del pubblico, come davasi il nome di filosofia alla effeminata sua mollezza, ed alla sua ricercatezza de' piaceri[494].
Non pertanto quando a Milano s'intese a quali condizioni aveva il duca accettata la pace che gli era stata offerta dai confederati, il popolo mostrossi scontento che il suo sovrano si fosse sottomesso a tanta umiliazione. Non sapevasi comprendere come si fosse scoraggiato per la perdita di una sola città, quando la sua armata numerosa di quindici mila corazzieri non aveva ancora combattuto; mentre i Fiorentini erano stati, nel precedente anno, disfatti in sei grandi battaglie, senza che le loro perdite gli avessero ridotti alla più leggiera umiliazione. I gentiluomini milanesi credettero compromesso l'onor loro e quello dello stato dal trattato che il duca aveva accettato; ascrissero a pusillanimità le cessioni che aveva fatte, ed afferrarono questa circostanza per domandare che la nazione avesse qualche parte nel proprio governo.
Una deputazione della nobiltà di Milano supplicò il duca a rompere un trattato contrario all'onor suo ed alla sua sicurezza; a non evacuare otto fortezze dello stato di Brescia ch'egli si era obbligato di dare ai Veneziani, ma che servivano di antimurale ai suoi stati; di non permettere ai suoi nemici di fortificare una testa del ponte sulla riva destra dell'Oglio; e per ultimo di non accordare al timore ciò che la forza non aveva potuto togliergli. Soggiugnevano che se il duca voleva affidarsi allo zelo ed alla lealtà de' suoi sudditi, i Milanesi lo renderebbero in breve vittorioso di tutti i suoi nemici. Quando Filippo Maria volle più partitamente sapere ciò che poteva da loro ripromettersi, i nobili Milanesi risposero che si obbligavano a mantenere dieci mila cavalli ed altrettanti fanti sotto le armi, purchè il duca lasciasse loro l'amministrazione delle entrate della città di Milano, e rivocasse le regalie usurpate dai suoi cortigiani. Filippo, dopo di avere discussa questa proposizione nel consiglio de' suoi favoriti, ricusò di dare motivo al popolo d'immischiarsi negli affari dello stato, onde non far rigermogliare tra i Milanesi quelle abitudini repubblicane che i suoi antenati avevano avuto cura di estirpare; ma per altro risolse di ricominciare la guerra, onde approfittare dei sussidj indicatigli dalla municipalità di Milano. Di mano in mano che i Veneziani licenziavano alcune compagnie di corazzieri, egli andava assoldandole, ed in sul cominciare della primavera, invece di evacuare le fortezze, in conformità del trattato, spinse improvvisamente le sue truppe nello stato di Mantova[495].