Il Carmagnola aveva abbandonata l'armata veneziana per rimettersi in salute, avendo molto sofferto per una caduta da cavallo; e durante la di lui assenza, i Milanesi avevano ottenuto qualche vantaggio sopra i suoi luogotenenti. Una flotta, che il duca aveva fatta costruire sul Po, scese questo fiume senza trovare opposizione, ed occupò Casal Maggiore, mentre Niccolò Piccinino assediò Brescello. Ma i Veneziani armarono ben tosto una flotta di trenta galere, che rimontava il Po sotto gli ordini di Francesco Bembo. Questa giunse fino a breve distanza da Cremona; ove il 21 maggio incontrò Pacino Eustacchio, l'ammiraglio dei Milanesi. Niccolò Piccinino ed Agnolo della Pergola trovavansi sulla sponda meridionale del fiume con sette mila cavalli ed otto mila fanti, e credevansi a portata di proteggere la loro marina, o per lo meno d'intimidire i loro nemici, onde confortarono Paccino Eustachio, che diffidava delle proprie forze, ad entrare in battaglia, lasciandosi portare dalla corrente del fiume contro i Veneziani che stavano al di sotto di lui. Quattro galere milanesi, ajutate dalla rapidità della corrente, attraversarono combattendo tutta la flotta nemica, ma le altre non osarono seguirle, e Francesco Bembo, approfittando della loro oscitanza, le andò cacciando contro la riva settentrionale per separarle dall'armata di terra, e dopo un'accanita battaglia, che non terminò che il secondo giorno, prese o bruciò tutta la flotta milanese[496].

Per altro l'ammiraglio veneziano non potè trarre molto vantaggio da così segnalata vittoria, non avendo truppe da sbarco per tentare veruna conquista in su gli occhi del Piccinino, che lo seguiva a poca distanza. Bensì bruciò avanti a Cremona tre ridotti che il duca aveva fatto innalzare per signoreggiare la navigazione del Po, e si avanzò fino alla foce del Ticino a poca distanza da Pavia; ma qualunque volta misero piede a terra i suoi soldati, vennero battuti o dispersi, e bentosto tornò alla volta di Venezia senza tentare colla sua flotta verun altra impresa[497].

Il Carmagnola, tornato alla sua armata in allora numerosa di dodici mila cavalli, si fece a trattare con vari castellani delle fortezze del duca, che cercava di guadagnare col danaro. Il Piccinino, avuto di ciò sentore, seppe ridurlo con fallaci promesse innanzi a Gottolengo, e colà lo sorprese il giorno della Ascensione, facendogli mille cinquecento prigionieri[498]. Fu questo pel Carmagnola un ammaestramento, che in appresso più non si espose in presenza ai nemici senza avere fortificato il proprio campo con doppio ricinto di carri, sul quali era solito di collocare costantemente numerose scolte. Due mila buoi aggiogati ai carri seguivano ovunque la sua armata e facevano intorno alla medesima una linea difficilmente superabile.

Intanto il Carmagnola si portò alla volta di Cremona con intenzione di assediarla. Dal canto suo credette il duca Filippo Maria di dovere, per la prima volta dacchè faceva la guerra, incoraggiare le sue truppe colla propria presenza. Venne a soggiornare in Cremona, mentre il suo campo trovavasi distante tre miglia da questa città. All'una ed all'altra armata nuovi corpi e nuovi capitani giugnevano ogni giorno. Gli stati, diventati più potenti e più ricchi, impiegavano maggiori forze per combattersi. Assicurasi che a quest'epoca si contarono nel solo territorio di Cremona circa settanta mila combattenti componenti i due eserciti[499]; lo che sembrava cosa prodigiosa in tempi, ne' quali si aveva memoria che tre in quattro mila corazzieri spargevano il terrore dall'una all'altra estremità dell'Italia. Omai la moltiplicità dei soldati sforzava a mutare il sistema militare, e ad estendere il piano della campagna sopra più vaste contrade; mentre in addietro le armate quasi stazionarie in un solo luogo, senza avanzare o rinculare, difendevano tutto un anno il passaggio d'un piccolo fiume o il possedimento di un villaggio.

Il campo del Carmagnola a Casal Secco era da un largo fosso separato da quello dei Milanesi. Ognuna delle due parti temeva di passarlo, e preferiva di essere attaccata piuttosto che d'attaccare. Pure il 12 di luglio, i generali milanesi, che bramavano di distinguersi in presenza del loro sovrano, cominciarono l'attacco, e penetrarono perfino nel campo del Carmagnola. Ma l'estremo calore della stagione rendeva il terreno polveroso, e tostocchè la cavalleria cominciò la carica, si trovò ravvolta in così densa nube di polvere, che ad ogni corpo riusciva impossibile il conoscere o il seguire la stessa direzione. Quando dopo un'ostinata zuffa si suonò dalle due parti la ritirata, molti cavalieri, credendo di recarsi al loro quartiere, entrarono in quelli de' loro nemici. Il Carmagnola, rovesciato da cavallo, fu veduto combattere lungo tempo a piedi; Giovanni Francesco Gonzaga fu alcun tempo in mezzo ai nemici; e Francesco Sforza penetrò senza compagni fino nel centro del campo veneziano; e tutti tre sarebbero rimasti prigionieri se alcuno dei combattenti avesse potuto vedere a pochi passi di distanza; ma all'ultimo le due armate si separarono senza sensibile vantaggio dall'una o dall'altra parte[500].

Intanto dalla banda d'occidente erano contemporaneamente entrati nello stato di Milano Amedeo, duca di Savoja, Gian Giacomo, marchese di Monferrato, e Rinaldo Pallavicini. Il duca tornò nella sua capitale per opporsi ai loro guasti, e spedì contro di loro Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, che dopo di essere stato alcun tempo incerto tra la lega ed il duca, erasi finalmente attaccato a questi. Ladislao obbligò i Piemontesi a ritirarsi; ma i Fiorentini non perdonarono a suo padre quest'atto d'ostilità contro i loro alleati[501].

Filippo, allontanandosi dalla sua armata di Cremona la lasciò sotto il comando di quattro generali rivestiti di uguale autorità. Niccolò Piccinino aveva adunati quasi tutti i soldati di Braccio da Montone, e ritornato l'essere a quelle bande lungo tempo famose. Lo Sforza comandava la truppa rivale ch'era stata formata da suo padre. Guido Torello era stato dal duca posto alla testa delle truppe che aveva messe insieme il Carmagnola e più volte condotte alla vittoria. Per ultimo Agnolo della Pergola, invecchiato nelle battaglie, aveva egli medesimo formata la propria armata. Questi capi, eguali di rango, di reputazione, di abilità, nudrivano gli uni verso gli altri tanta gelosia, che comunicavasi ancora ai loro soldati. Perciò il Carmagnola, la di cui autorità era riconosciuta da tutta la sua armata, aveva un grandissimo vantaggio sopra i suoi nemici tanto pel segreto che per la rapidità dei movimenti. Prese quasi in sui loro occhi Bina e Casal maggiore, ed ognuno di tali acquisti fu cagione di nuova contesa nel campo de' suoi nemici. Non è già che tra le sue genti non si trovassero di quegli uomini fieri ed indipendenti, che a stento sanno ubbidire, perciocchè formavano parte della sua armata i tre principi sovrani di Mantova, di Faenza e di Camerino, i due parenti dello Sforza Michelotto e Lorenzo Attendolo, i commissarj dei Fiorentini e de' Veneziani, e finalmente Paolo Orsini, che più d'ogni altro voleva essere emulo del suo generale[502]. Ma il Carmagnola aveva tanta dignità; era così risoluto e tranquillo ne' pericoli, che que' medesimi che più degli altri lo accusavano d'arroganza, non esitavano mai, quando dovevano ubbidirgli.