A Filippo Maria era nota la gelosia dei suoi generali, ma egli la fomentava invece di apporvi rimedio; non volendo farne alcuno tanto grande, che lo potesse adombrare; nè voleva favorire uno di loro in modo da scontentare gli altri sicchè lo abbandonassero. E quando si vide finalmente costretto a sottoporre ad una sola la volontà di tanti capi, volle che il suo generalissimo fosse a tutti superiore per natali e per grado, più che per riputazione militare, di cui gli altri sarebbero invidiosi. Fece venire Carlo Malatesti, figlio del signore di Pesaro e nipote dell'altro Carlo Malatesti, signore di Rimini, e gli affidò il supremo comando dell'armata[503].
Il Carmagnola cercò di provocare il nuovo generale e di metterlo in opposizione co' suoi luogotenenti, che ben sapeva più di lui esperti. Lo andava dunque bersagliando, affettava disprezzarlo, senza per altro offrirgli la battaglia che quando aveva a suo favore il vantaggio del terreno. Andò finalmente il 10 di ottobre ad attaccare il villaggio di Macalò poco discosto dall'Oglio, e due in tre miglia dall'armata milanese, ma in luogo circondato da pantani. Il calore della state gli aveva in parte asciugati di modo che la superficie più dura, che copriva il fango, poteva ben sostenere i pedoni, ma non la cavalleria. Il Carmagnola aveva diligentemente fatto riconoscere questo pantano; onde ne sapeva ogni sentiere praticabile, e dietro ogni macchia, sopra ogni tratto di più solido terreno, aveva posto dei soldati, mentre apparentemente lasciava senza guardie l'argine tortuoso che attraversava il pantano. I soldati milanesi domandavano altamente la battaglia, e si consideravano come insultati dalla presa di Macalò fatta in sui loro occhi. Il Malatesti prendeva parte al loro risentimento, mentre nel consiglio di guerra molti de' capitani rappresentavano il pericolo dell'attacco[504]. Ma la vinse il partito più azzardoso, allorchè coloro che lo proponevano diedero ad intendere che i loro avversarj mancavano di coraggio. Pochi capitani, valorosi nel pericolo, hanno avuto il coraggio più nobile e più virtuoso di sprezzare una così fatta imputazione, quando lo chiedeva l'interesse della loro armata e della patria.
L'armata milanese si pose dunque tutta intera sulla stretta strada che attraversava il pantano, ed improvvisamente, quando più non poteva dare a dietro, fu assalita a destra ed a sinistra dagli arcieri. Allora la cavalleria leggiere e l'infanteria del Carmagnola comparvero ai due lati; e quando i Milanesi uscivano dall'argine per respingere il nemico, cadevano nel fango, e non potevano più muoversi. Tostocchè la colonna fu posta in disordine, i fanti del Carmagnola si avanzarono verso l'argine, e cacciando le spade nel ventre de' cavalli milanesi, rovesciarono i cavalieri, che, oppressi dal peso delle loro armi, più non potevano levarsi in piedi. Guido Torello trovò mezzo di salvarsi con suo figlio per un sentiere che gli venne fatto di scoprire a traverso al pantano; il Piccinino scorrendo tutto l'argine si aprì una via in mezzo ai nemici, e Francesco Sforza tornò a dietro; ma Carlo Malatesta fu fatto prigioniere con otto mila corazzieri, senza che, per quanto vien detto, ne sia rimasto morto un solo. Tutti gli equipaggi ed immense ricchezze caddero in potere del vincitore[505].
Ma era spento ogni odio tra i soldati de' campi nemici, e quando la battaglia non aveva costato sangue, terminavasi senza che i combattenti conservassero risentimento gli uni contro gli altri. I vincitori altro omai non vedevano ne' loro prigionieri che fratelli d'armi, gran parte de' quali avevano servito insieme nelle precedenti guerre; quindi trovavansi vincolati d'amicizia e da guerresca ospitalità con uomini diventati loro avversarj. Quasi tutti coloro ch'erano stati presi a Macalò avevano militato sotto il Carmagnola, e nel corso della campagna avevano più volte mostrato di conservare l'antico amore per questo generale. Nella notte successiva alla battaglia i soldati di Carmagnola accordarono quasi tutti la libertà ai soldati nemici da loro presi; onde i commissarj veneziani recaronsi la mattina alla tenda del generale, rimproverandogli di perdere tutto il frutto della vittoria con tale imprudente liberalità. Il Carmagnola ordinò allora che fossero innanzi a lui tradotti tutti i prigionieri che ancora si trovavano nel campo, e non se ne rinvennero che quattrocento. «Poichè i miei soldati, disse egli a questi, hanno data la libertà ai vostri fratelli d'armi; io non voglio essere meno generoso; andate voi pure, siete liberi.»[506] I Veneziani non mostrarono verun risentimento per questa mancanza di deferenza alla loro rimostranza; anzi il consiglio dei dieci mostravasi affezionatissimo verso il Carmagnola; aveva di già cominciato a diffidare di questo generale, e di già lo trattava come un uomo che aveva determinato di sagrificare.
La perdita di una battaglia altro omai non era che una perdita di danaro. Il duca di Milano dovette somministrare nuovi cavalli e nuove armi ai soldati rilasciati dal Carmagnola: due soli armajuoli di Milano gli vendettero cinque mila corazze, ed in breve si rimontò una nuova armata. Il Carmagnola ricusò di spingere le sue truppe fin presso alle porte di Milano, come volevano i commissarj veneziani. Forse sentiva ancora qualche compassione per l'antico suo padrone dopo averlo bastantemente umiliato, e fors'anco temeva di avventurarsi in un paese nemico, ove numerose milizie avrebbero supplito alla mancanza di truppe di linea; ma invece attaccò e sottomise Montechiaro, Orci e Pontoglio, e presso quest'ultimo castello ebbe luogo l'ultimo fatto d'armi di questa campagna, nel quale fu rotto di nuovo Niccolò Piccinino[507]. Nello stesso tempo Angelo della Pergola morì improvvisamente a Bergamo per uno sbocco di sangue; Ericio, segretario del duca, ch'era stato cagione della disgrazia del Carmagnola, morì ancor esso con tre altri capitani di Filippo; onde questi, indebolito da tante perdite, pensò di nuovo a fare la pace. Trattò prima con Amedeo, duca di Savoja, che staccò dalla lega delle due repubbliche, lasciandogli Vercelli che questi aveva conquistata. Sposò sua figlia Maria, ed il 2 di dicembre del 1427 soscrisse una pace separata[508].
Durante l'inverno il papa spedì di bel nuovo a Ferrara il cardinale Nicolò Albergati per riprendere le negoziazioni; era quello stesso cardinale che aveva conchiuso il trattato del precedente anno. Ad eccezione dei Veneziani, tutti desideravano la pace. Firenze soccombeva sotto gli sforzi che aveva fatti in cinque anni continui, senz'avere acquistato un solo villaggio, o raccolto verun altro frutto da tanti sagrificj; i signori di Ferrara e di Mantova, il Palavicini ed il marchese di Monferrato erano ruinati dalla guerra; il duca di Milano perdeva coraggio, perchè da lungo tempo l'imperatore Sigismondo, cui chiedeva soccorsi, non gli dava che vane speranze. Lo stesso Carmagnola aveva soddisfatto alla sua vendetta, ed il di lui carattere altero ed impetuoso era continuamente offeso dal cupo e sospettoso contegno dei procuratori di san Marco, che mai non lo abbandonavano, e spiavano tutti i suoi andamenti. Egli desiderava che la pace col duca gli facesse ricuperare i suoi beni, e riporre in libertà la consorte e le figlie. Ma egli stesso aveva fatto conoscere ai Veneziani il piacere delle conquiste; ed omai la loro ambizione era più attiva ed insaziabile che quella di verun monarca. In questa medesima epoca essi trovavansi in quasi continua guerra coi Turchi; il loro commercio veniva disturbato dai pirati; erano bloccate le piazze marittime che possedevano nella Grecia, talvolta uccise le loro guarnigioni, e passati a fil di spada dai Barbari tutti gli abitanti che s'erano posti sotto la loro protezione[509]. Ma il consiglio dei dieci più omai non riguardava le sue fortezze del Levante che come banchi di commercio, che contribuivano bensì alla ricchezza ma non alla grandezza dello stato; si consolava delle perdite cogli acquisti che andava facendo in terra ferma, e trascurava la marina, che in altri tempi avea formata la gloria di Venezia, per impiegare tutte le entrate dello stato nel mantenere soldati, aspirando a conquistare tutta la Lombardia.
I Fiorentini, in forza del loro trattato coi Veneziani, eransi obbligati a continuare la guerra, finchè fosse piaciuto di continuarla a questi ambiziosi alleati. Per altro sollecitavano il senato a dichiarare su di ciò le sue intenzioni, e tutti gli altri confederati sembravano apparecchiati a staccarsi dalla lega. Alfonso d'Arragona, in sull'esempio d'Amedeo di Savoja, aveva fatta una pace particolare col Visconti, il quale gli aveva fatta sperare la cessione dell'isola di Corsica; e finchè potesse ottenerne l'assenso dai Genovesi, aveva dato in mano all'Arragonese Lerici e porto Venere[510]. I Veneziani, che prima avevano domandato la cessione di Brescia, Bergamo e Cremona con tutto il loro territorio, si accontentavano adesso delle due prime città con parte del distretto della terza. Fu loro accordata l'Adda per confine dalla banda di Milano, ed il duca rese al Carmagnola i suoi beni e la sua famiglia. Gli altri confederati non ottennero alcun vantaggio dalla pace; soltanto Filippo Maria si obbligò, come aveva precedentemente fatto, a non immischiarsi negli affari di Toscana e di Romagna. Riconobbe per alleati de' Veneziani i signori di Ferrara, di Mantova e di Monferrato, ed i conti Palavicino e san Pellegrino nello stato di Parma. Riconobbe pure, quali alleati de' Fiorentini, i Sienesi, i Fregosi, gli Adorni ed i Fieschi di Genova, i signori di Romagna e Paolo Guinigi di Lucca: quest'ultimo, che si era posto tra i nemici de' Fiorentini, venne avvertitamente annoverato tra i loro alleati per privarlo della protezione del duca di Milano. Il trattato di pace fu soscritto il 18 di aprile del 1428[511].
Sebbene l'Italia sentisse estremo bisogno di godere alcuni anni di riposo, onde riparare le perdite fatte in tante guerre, pure dopo pochi mesi ricominciarono nel suo seno le ostilità. Il segno di una nuova guerra fu dato negli stati della Chiesa, quasicchè questa provincia si dolesse d'essere stata risparmiata nelle precedenti turbolenze. Ma sebbene sembrasse che Martino V avesse fatto prosperare i paesi riuniti sotto il suo dominio, non era altrimenti amato o stimato dai suoi popoli. Le imposte da lui moltiplicate non in ragione de' suoi bisogni, ma dell'avidità d'accumulare tesori, eccitavano universali lagnanze; e le sue smoderate liberalità verso i parenti che colmava d'onori e di ricchezze, dividendo con loro le entrate, le fortezze, i soldati, risvegliavano la gelosia della nobiltà e del clero. Finalmente le città, subordinate per lo innanzi a' rispettivi signori, sospiravano tuttavia lo splendore delle piccole loro corti, l'emulazione che esse eccitavano, le ricompense, le distinzioni, gli onori che accordavano al merito, le ricchezze che mantenevano in paese. Imola, Forlì, Ascoli e Fermo parevano deserte dopo avere perduti gli Alidosi, gli Ordelaffi, i Migliorotti. Bologna, più potente e più ricca, ed accostumata ad una più intera libertà, sospirava la costituzione della sua antica repubblica[512]. Il papa teneva in Roma, può dirsi come ostaggio, Antonio Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che in principio del secolo aveva usurpata la signoria di Bologna. Egli credeva di dover meno diffidare della contraria fazione, alla testa della quale vedevasi la famiglia Canedoli; pure si formò appunto una congiura tra questi per tornare la patria in libertà.