Si conservò un profondo segreto dai congiurati, tra i quali trovavansi i capi delle principali famiglie di Bologna[513]. Una comune impazienza di scuotere il giogo dei preti, un disprezzo universale per la loro debole e languida amministrazione, erano i legami che univano i congiurati, e loro assicuravano l'ajuto del popolo. Infatti, il 1.º agosto del 1428, quando presentaronsi armati sulla pubblica piazza, si udirono da ogni banda le grida di vivano le arti e la libertà! Furono atterrate le porte del palazzo pubblico, che venne abbandonato al saccheggio, mentre il legato si vide costretto a fuggire. Si elessero il gonfaloniere e gli anziani per governare la repubblica di Bologna secondo le antiche sue costumanze, e Luigi di Sanseverino fu preso al soldo dalla nuova signoria con una compagnia di ventura, ch'egli aveva avuto sotto i suoi ordini nella guerra di Milano[514].

Ma i Bolognesi non potevano scegliere un più sfavorevole momento per ristabilire l'antica loro libertà. Tutti i loro vicini, spossati da lunghe guerre, temevano troppo di entrare in nuovi litigi. I Fiorentini, ereditarj alleati di Bologna, e protettori di tutte le città libere, ricusarono di riconoscere il nuovo governo. I vicini signori, accostumati a ricercare un soldo straniero, offrirono i loro servigi al papa, il solo sovrano che allora fosse in caso di pagarli. Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, venne spontaneamente ad attaccare i Bolognesi, prima d'averne avuta commissione da Martino V[515]. Fece subito lo stesso Carlo Malatesti, signore di Rimini, mentre Giacomo Caldora, scelto dal papa per suo generale, adunava le sue truppe nello stato di Modena. Antonio Bentivoglio, per gelosia dei Canedoli, si avvicinò a Bologna, facendo in tutti i castelli, nei quali aveva qualche influenza, spiegare le insegne della Chiesa; di modochè la nuova repubblica fu bentosto bloccata da ogni banda, e privata d'ogni esterno soccorso.

La guerra di Bologna si trattò con quel misto di mollezza e di ostinazione che forma il carattere delle guerre ecclesiastiche. I soldati, come se fossero stati capitanati da preti, non cercavano di acquistar gloria con verun atto di vigore o di coraggio; non accadevano nè fatti d'armi di qualche importanza, nè sanguinose zuffe, nè notabili assedj, ma altronde le armate non si annojavano per la lentezza delle operazioni, quasi sapessero che il tempo nulla importava alla Chiesa, e che l'ostinazione è la più sicura guarenzia del buon successo per colui che può aspettare. Dopo un anno di scaramucce, il 30 agosto del 1429, si fece una convenzione, in forza della quale l'esercizio della sovranità venne diviso tra il legato del papa e la signoria[516].

Ma la guerra aveva esacerbato l'odio delle due fazioni. La signoria per le spese della guerra era stata costretta di ricorrere a straordinarie oppressive imposte. Essa erasi difesa contro le cospirazioni dei partigiani della Chiesa con una sospettosa vigilanza, ed aveva più volte puniti i loro attentati con una crudele severità. Era stato versato del sangue dalle due fazioni, ed i trattati di pace non erano sufficienti a soffocare tanto odio. L'abate Zambeccari fece inumanamente assassinare nella sala del consiglio cinque amici dei Bentivoglio, che accusò di voler far trionfare la loro fazione[517]. Bentosto il legato si vide costretto ad uscire di città, e le ostilità ricominciarono alla metà di luglio del 1430, continuando colla stessa mollezza che aveva caratterizzato la precedente guerra; e malgrado gli sforzi fatti dai Bolognesi per ottenere la pace, ed i diversi mediatori da loro adoperati, si protrasse la guerra fino al 22 aprile del 1431. A tale epoca si terminò con un trattato conchiuso con Eugenio IV, ch'era succeduto il 3 di marzo a Martino V[518].

Il più potente vassallo della Chiesa, Carlo Malatesti, signore di Rimini, era morto nell'intervallo delle due guerre il 14 settembre del 1429. Esperto generale, sebbene spesse volte sventurato, egli godeva in Italia di una considerazione assai maggiore della sua potenza; era riguardato come il più virtuoso principe del secolo; sapevasi che aveva presi per suoi modelli i più illustri uomini dell'antichità, de' quali studiava attentamente la storia; ed in fatti frequentemente scorgevasi nella sua condotta una generosità ed una grandezza romana, da lungo tempo affatto sconosciuta agli altri signori d'Italia. La di lui morte riuscì fatale alla sua casa. Egli non aveva prole, ma Pandolfo Malatesti, suo fratello, morto un anno prima, aveva lasciati tre figliuoli legittimati, tra i quali si divise l'eredità dei signori di Rimini. Un terzo fratello, Malatesta, signore di Pesaro, riclamò contro una legittimazione, che dava ai bastardi un'eredità cui credeva avere diritto egli solo. Ricorse al papa, il quale avidamente accolse l'occasione di regolare la successione del più potente de' suoi vassalli, o piuttosto di spogliarlo. Martino V diede molti castelli, che appartenevano ai Malatesti, a Guido di Montefeltro suo parente; riunì al diretto dominio della santa sede Borgo san Sepolcro, Bertinoro, Osimo, Cervia, la Pergola e Sinigaglia, non lasciando ai tre nipoti di Carlo che le tre città di Rimini, Fano e Cesena, delle quali formò a favor loro tre piccole sovranità feudatarie della Chiesa[519].

Mentre ciò accadeva negli stati della Chiesa, la Toscana non era tranquilla. L'esaurimento delle loro finanze aveva costretti i Fiorentini ad accrescere le imposte per pagare gli enormi debiti contratti nell'ultima guerra; essi fissarono allora una nuova maniera di percezione, che chiamarono catasto[520]. Era una stima di tutte le private proprietà, mobili ed immobili, dietro la quale ognuno era tenuto al pagamento della mezza per cento sul suo capitale. Dopo che il catasto fu terminato a Firenze, la signoria volle pure estenderlo alle città suddite della repubblica; ma quasi tutte ostinatamente ricusarono d'assoggettarvisi, ed i cittadini si lasciarono piuttosto mettere in prigione che fare la dichiarazione dei proprj beni. In particolare la città di Volterra riclamò i privilegj che le erano stati accordati nel trattato d'unione, e la promessa fattale di non accrescere i tributi che pagava ab immemorabili. Un Volterrano, chiamato Giusto d'Antonio, dopo essere stato tradotto in prigione a Firenze, fu rilasciato dietro promessa di dare la chiesta dichiarazione; ma appena giunto a Volterra invitò i suoi concittadini alle armi in nome della libertà. Il popolo furibondo si sollevò, e non essendovi guarnigione in città, occupò subito le porte e la cittadella. Estremo fu il terrore a Firenze quando si ebbe avviso di questa sedizione, perchè la causa che aveva fatti sollevare i Volterrani era comune a tutte le città suddite, e sapevasi che grandissimo in tutte era il malcontento e la gelosia. I popoli soggetti ad una repubblica sono più bramosi della libertà, che vedono vicina senza parteciparne, di quello che lo sieno i popoli sottoposti ad un signore; ed è veramente cosa assai umiliante d'essere sudditi in mezzo a cittadini. Pure la prontezza con cui le milizie fiorentine marciarono contro Volterra spense la ribellione, prima che potesse dilatarsi. Palla Strozzi, spedito dalla signoria per offrire il perdono ai Volterrani, e far loro comprendere i pericoli cui si esponevano, ottenne in pochi giorni di cambiare le loro disposizioni; Giusto d'Antonio, il capo de' sollevati, fu ucciso dai suoi compagni, e la città venne aperta senza condizioni ai Fiorentini[521].

Niccolò Fortebraccio, figlio d'una sorella di Braccio di Montone, ed uno de' capitani più addetti ai Fiorentini che serviva da più anni, era stato spedito contro Volterra; e quando questa città fu sottomessa ai Fiorentini, eccitarono sotto mano Fortebraccio ad invadere il territorio lucchese. Desideravano vendicarsi di Paolo Guinigi, signore di Lucca, che nell'ultima guerra si era accostato al duca di Milano contro di loro; ma prima di attaccarlo apertamente volevano conoscere le disposizioni de' suoi sudditi a suo riguardo, ed i suoi mezzi di difesa. Effettivamente Fortebraccio cominciò il 22 di novembre a guastare il territorio di Lucca, ove si presentò come condottiere e capo di avventurieri armati per conto proprio[522].

Paolo Guinigi aveva regnato in Lucca trent'anni con minore splendore di Castruccio, ma in un modo meno ruinoso per la sua patria; aveva utilmente studiata la scienza dell'amministrazione, e la città di Lucca gli fu debitrice di molte savie leggi e di molte economiche istituzioni, che conservò fino all'età nostra. Durante il lungo suo regno egli mantenne quel piccolo stato sempre in pace, e quasi si sottrasse alla storia, che nulla ebbe a dire sul conto di Lucca in tale spazio di tempo. Pure Guinigi non ottenne d'essere amato, non possedendo alcuna di quelle luminose qualità che eccitano l'entusiasmo, e che possono talvolta far dimenticare al popolo la perduta libertà. Aveva un carattere negativo, senza generosità, senza grandezza, senza genio, senza valore, come pure senza vergognosi vizj e senza crudeli passioni. I suoi sudditi, vedendo sul loro territorio Niccolò Fortebraccio, lo ritennero mandato dai Fiorentini, e risguardarono il loro signore come perduto. Tutti i castelli ai confini, ed in particolare quelli di Val di Pescia, mandarono a prendere dai vicarj più vicini dello stato fiorentino gli stendardi della repubblica, che spiegarono sulle loro torri. Quando la signoria fu informata di tali movimenti, adunò i tre consiglj, e quasi di comune assenso fu decretata la guerra il 14 dicembre 1429 contro il signore di Lucca[523].

In quest'occasione si vide con sorpresa che il partito che aveva fatta più gagliarda opposizione alla precedente guerra, quando trattavasi di salvare la libertà della repubblica e dell'Italia, votò a favore di questa, sebbene non avesse altro fondamento che l'ambizione e la sete delle conquiste. Niccolò di Uzzano l'antico capo del partito guelfo, fece quanto poteva per impedirla, ma molti giovani influivano più di lui ne' consiglj della repubblica. Rinaldo degli Albizzi era giunto all'età necessaria per poter dirigere il partito in addietro formato da suo padre, e fu in tale occasione secondato da Cosimo e da Lorenzo, figli di Giovanni de' Medici. L'ultimo era morto in questo stesso anno dopo di avere colla moderazione, colla dolcezza, colla saviezza, spinta la sua famiglia ad un altissimo grado di potenza[524].