I Fiorentini assoldarono Nicolò Fortebraccio colla di lui armata, ed in pari tempo spedirono nello stato di Lucca Bernardino della Carda con ottocento cavalli. Erano talmente spossati dall'ultima guerra, che non ottennero mai d'avere più di due mila corazzieri. Per l'infanteria non impiegarono che le proprie milizie; ma il signore di Lucca, da tutti abbandonato, era così debole che ben prevedevasi che non avrebbe fatta lunga resistenza. I commissarj della repubblica fiorentina furono i primi a venire in di lui soccorso colla cattiva loro condotta. Astorre Gianni, che aveva avuto il carico di sottomettere la Garfagnana, si portò nella valle di Serravezza, presso Pietrasanta, e sebbene gli abitanti affezionati al partito guelfo ed ai Fiorentini fossero spontaneamente andati ad incontrarlo per porsi sotto la protezione della repubblica, egli abbandonò il loro paese al saccheggio e le persone loro agl'insulti de' soldati. Così brutta slealtà eccitò l'universale indignazione, e gli abitanti di Serravezza, ridotti alla mendicità, riempirono la Toscana di amare lagnanze. Invano la signoria richiamò e degradò Astorre Gianni, invano restituì i loro beni agli abitanti di Serravezza, e cercò di compensarli de' sofferti danni; i delitti di cui i brutali guerrieri disonorano le armi di un popolo, conservansi nella memoria degli uomini come macchie indelebili; l'odio che ispirano prepara anticipatamente i loro disastri, e le stesse vittorie arrecano vergogna alla nazione che gli adopera[525]. Inoltre altri commissarj fiorentini non si mostrarono gran cosa meno avidi. Pareva che Rinaldo degli Albizzi si fosse scordato lo scopo della guerra per non occuparsi che della preda; egli seguiva il campo meno per dirigere l'armata, che per comperare a basso prezzo dai soldati gli effetti ed i bestiami che predavano. Gli abitanti della campagna, che avevano prese le armi, perchè attaccati al partito guelfo, abbandonavano con dispiacere quest'armata di ladri; i castelli tornavano all'ubbidienza di Lucca, da cui si erano sottratti; i medesimi soldati fiorentini concepivano disprezzo pei loro commissarj, che operavano così bassamente, e ricusavano d'ubbidire. I dieci della guerra avevano ordinato l'assedio di Lucca; ma l'armata ricusò di stare accampata in tempo delle piogge dell'inverno, e prese quartiere a Cappannola, tre miglia lontana dalle mura, dando così tempo agli assediati d'apparecchiarsi alla difesa[526].

Filippo Brunelleschi, uno de' più grandi architetti che producesse Firenze, propose di approfittare delle medesime piogge, che impedivano le operazioni militari, per attaccare la città. Il Serchio, che attraversa il piano in cui è posta Lucca, soverchiava le sponde ingrossate dalle lunghe piogge, e Brunelleschi propose di dirigerne la corrente contro le mura per aprirvi una breccia colla violenza delle acque. Ma i Lucchesi, dopo avergli permesso di condurre quasi a termine questo lavoro lungo e dispendiosissimo, ch'egli aveva intrapreso, ruppero di notte l'argine da lui innalzato, ed inondarono talmente il piano, che i Fiorentini dovettero allontanarsi da Lucca[527].

Nello stesso tempo gli assediati facevano frequenti sortite sotto la condotta di Guinigi e de' suoi figli; due de' quali avevano militato in Lombardia, e sapevano distinguere i valorosi e premiarli; onde ottennero sui Fiorentini frequenti vantaggi, e rialzarono il coraggio dei loro sudditi. Pare che fossero i primi in Italia ad armare i loro soldati di fucili, la di cui invenzione è posteriore d'assai a quella delle bombarde e della grossa artiglieria[528]. L'anno susseguente l'imperatore Sigismondo fece ancora maravigliare gl'Italiani con un corpo di cinquecento fucilieri che lo accompagnava, quando recossi a Roma per esservi coronato[529].

Paolo Guinigi chiamava da ogni banda truppe al suo soldo, ed invocava l'ajuto di Filippo Maria, de' Veneziani e de' Sienesi. Pareva in particolare che gli ultimi prendessero grandissimo interessamento a di lui favore, risguardando l'attacco contro i Lucchesi come un incamminamento all'acquisto di tutta la Toscana che i Fiorentini meditavano, e temendo di essere in breve privati ancor essi della libertà loro da questa ambiziosa repubblica.

Non pertanto i Sienesi tardavano a decidersi apertamente, ma Antonio Petrucci, uno de' loro concittadini, che professava la milizia, portò egli solo ai Lucchesi que' soccorsi che avrebbe voluto dalla sua repubblica. In principio di questa guerra era stato mandato ambasciatore a Firenze, e vi era stato insultato dal popolaccio. Il desiderio della vendetta aggiugnevasi in lui al desiderio di mantenere l'equilibrio della Toscana, e d'impedire l'oppressione di un popolo alleato della sua patria[530]. Adunò un corpo d'armata ragguardevole assai, ed attraversando il Pisano, lo condusse a Lucca. Passò in appresso alla corte di Filippo Maria, e lo eccitò a soccorrere celatamente l'assediata città, quando non volesse farlo alla scoperta[531].

Il duca di Milano poteva in allora facilmente soccorrere il Guinigi, perchè teneva nella Lumellina la compagnia di ventura di Francesco Sforza, che da oltre un anno più non sembrava al suo soldo. Filippo non aveva perdonata allo Sforza una rotta che questo generale aveva avuta nelle montagne della Liguria combattendo contro i ribelli genovesi, e lo aveva accantonato al confluente del Ticino e del Po in una specie di relegazione ove tenevalo d'occhio. Assicurasi inoltre che due volte era stato in sul punto di farlo morire[532]. Quando il duca si riconciliò realmente con lui, diede ancora maggiore pubblicità alla precedente loro discordia; annunciò a tutte le potenze d'Italia che lo Sforza avevagli chiesto il congedo per recarsi nel regno di Napoli, e ch'egli più non rispondeva per questo generale che più non era al suo servigio. Lo Sforza, avendo adunati tre mila cavalli ed altrettanti pedoni, entrò in Toscana nel luglio del 1430 per la strada della Lunigiana e di Pietrasanta. Costrinse il campo fiorentino, che assediava Lucca, a ritirarsi; prese Buggiano, minacciò Pescia, e portò la guerra nel paese stesso degli aggressori[533].

Frattanto, ossia che Paolo Guinigi cominciasse a trovare che la difesa di Lucca gli costava più che non valeva il possedimento della stessa città, sia che i Fiorentini riuscissero con uno stratagemma a spargere la diffidenza tra di lui ed i suoi sudditi, fatte è che Pandolfo Petrucci, il Sienese che gli aveva procurati i suoi soccorsi, Pietro Cinnami e Giovanni di Chivizzano, magistrati di Lucca, sorpresero alcune lettere dirette dai commissarj fiorentini ed Guinigi: pareva da queste che i commissarj continuassero un trattato incominciato da lungo tempo, promettendogli due cento mila fiorini da pagarsi in più termini, ed il possedimento di alcuni castelli, come un equivalente della città di Lucca, che sembrava avere il Guinigi promesso di dare nelle loro mani[534]. Antonio Petrucci non aveva nè amore nè stima per Guinigi; soccorrendolo, aveva ascoltato il suo odio verso Firenze, non l'amicizia per quegli che difendeva; e se aveva voluto sottrarre Lucca ai Fiorentini prima di prendere le armi contro di loro, lo voleva ancora più caldamente ora che gli aveva irritati colla sua resistenza. Dopo avere cercato di conoscere le disposizioni di Guinigi ed essersi meglio confermato ne' suoi sospetti, concertò con Francesco Sforza i mezzi d'arrestare il signore di Lucca coi suoi figliuoli. Cennami e Chivizzano adunarono una quarentina di congiurati, e Petrucci, che aveva sempre libero l'ingresso degli appartamenti del principe, condusse nel cuore della notte i suoi complici fino alle porte di Guinigi che stava a letto. Questi, alzandosi precipitosamente, gli chiese il motivo di tale visita. «È già lungo tempo, gli rispose Cennami, che avendo usurpato il governo, tu hai attirati alle nostre porte i nostri nemici che ci fanno perire col ferro e colla fame. Noi siamo oramai determinati di governarci da noi medesimi, e siamo venuti a chiederti le chiavi della nostra città ed il tesoro che le appartiene.» — »Il tesoro, rispose Guinigi, raccolto colla mia economia, io lo erogai interamente per allontanare da voi un'ingiusta aggressione; per ciò che risguarda le porte, esse sono in poter vostro, come la mia persona e la mia famiglia: ricordatevi soltanto che io ottenni la signoria e la conservai trent'anni senza spargere sangue; e fate che il fine del mio potere risponda al principio ed al mezzo[535]

Guinigi venne in fatti arrestato dai congiurati con quattro de' suoi figliuoli che trovavansi presso di lui. Il maggiore di tutti, Ladislao, era nel campo presso Francesco Sforza, il quale lo fece arrestare nella stessa ora. Furono tutti insieme mandati al duca di Milano, che li fece custodire nelle prigioni di Pavia: Guinigi in capo a due anni morì, senza che accusar si possa veruno della sua morte[536]. I cittadini di Lucca cedettero ad Antonio Petrucci per sua ricompensa tutti gli effetti degli appartamenti del principe; le sue armi e cavalli furono dati allo Sforza, e portato nel pubblico tesoro tutto l'oro e l'argento. Nello stesso tempo un gonfaloniere e gli anziani furono nominati dal popolo, e la repubblica venne di nuovo governata a seconda delle antiche leggi[537].

I Fiorentini non avevano cominciata la guerra che per l'odio che nudrivano contro Paolo Guinigi; la sicurezza loro richiedeva, dicevano essi, di non soffrire un tiranno nemico così vicino: sembrava dunque tolta ogni cagione di continuare le ostilità dopo la prigionia del signore di Lucca. Infatti i Lucchesi spedirono immediatamente a domandare la pace a Firenze; rappresentarono che il solo nemico dei Fiorentini era già bastantemente punito del suo fallo; che rispetto a loro, tornati in libertà, erano quello che sempre erano stati, i più fedeli amici della repubblica, i più irremovibili partigiani della causa guelfa. Ma la signoria non ascoltava che la sua ambizione, renduta più ardente dall'esempio delle conquiste dei Veneziani; voleva ad ogni modo avere il possedimento di Lucca, e sebbene da principio offrisse la pace a condizione di cederle Montecarlo e Pietrasanta, ruppe bentosto ogni trattato[538].