I commissarj fiorentini avevano approfittato di queste prime aperture per intavolare col conte Francesco Sforza un trattato di altra natura. Essi lo persuasero pel prezzo di cinquanta mila fiorini ad abbandonare Lucca, ed a tornare in Lombardia. Lo Sforza ricevette questa somma come il residuo pagamento di un debito contratto dalla repubblica verso suo padre, e ricusò di passare al servigio dei Fiorentini, come n'era richiesto[539].

I Fiorentini ripresero con nuovo vigore l'assedio di Lucca dopo la partenza dello Sforza; ma il duca di Milano non acconsentì che facessero un acquisto così importante; persuase sotto mano i Genovesi a far valere un trattato particolare ch'essi avevano con Lucca; a domandare ai Fiorentini che levassero l'assedio di questa città, e dietro il loro rifiuto, a spedire verso il Serchio Nicolò Piccinino, cui il duca aveva per questa cagione permesso che andasse ai loro servigj[540].

Guid'Antonio di Montefeltro, conte d'Urbino, comandava l'armata fiorentina, composta di sei mila cavalli e tre mila fanti. Il Piccinino non aveva tanta gente, ma le sue truppe erano fresche e provvedute del bisognevole, mentre le fiorentine avevano sofferto assai dalla cattiva stagione e dalle inondazioni del Serchio. I due campi sulle opposte rive del fiume si osservavano senza poter venire alle mani, quando un corpo della cavalleria fiorentina, avendo scoperto un guado, ne approfittò per attaccare il Piccinino alle spalle. Questi respinse caldamente i nemici, gl'inseguì entro il fiume, ed attraversando il guado ch'essi gli avevano fatto conoscere, piombò addosso all'armata fiorentina, che sgominò interamente, facendola quasi tutta prigioniera. Tutta l'artiglieria, tutte le munizioni e quasi quattro mila cavalli vennero in potere del vincitore[541].

E per tal modo la guerra, in cui erano entrati i Fiorentini colla speranza di conquistare Lucca, poteva di nuovo compromettere la propria loro indipendenza; e se Niccolò Piccinino, per ordine del suo padrone, non si fosse ritirato in mezzo alle sue vittorie, gli sarebbe stata facil cosa il prendere Pisa, che sospirava un'occasione di scuotere il giogo, e di mettere sossopra tutta la Toscana. I Sienesi, ognora più atterriti dagli ambiziosi progetti dei Fiorentini, avevano contratta alleanza coi Genovesi per la difesa di Lucca, ed avevano innalzato al rango di capitano del popolo con pieni voti quello stesso Antonio Petrucci, che aveva con tanta attività recato soccorso ai Lucchesi[542]. Un solo avvenimento parve ai Fiorentini meno sfavorevole, e fu la morte di papa Martino V, accaduta nella notte del 19 al 20 febbrajo del 1431. La sua parzialità pel duca di Milano, e l'odio suo contro la repubblica, avevano pressochè rovesciato l'equilibrio d'Italia. Ebbe per successore il cardinale Gabriello Condolmieri, Veneziano, che fu consacrato l'undici di marzo e prese il nome d'Eugenio IV. Il nuovo pontefice non tardò a far conoscere quanto i suoi affetti fossero contrarj a quelli del suo predecessore. In Roma cercò di tornare in credito gli Orsini, e di spogliare i Colonna smisuratamente arricchiti da Martino V; in Italia parve attaccato alle repubbliche, e fece con loro causa comune contro la casa Visconti[543].

Non è già che l'ambizione de' Veneziani non fosse eccessiva come quella del duca di Milano. Questi non aveva loro dato alcun giusto motivo di lagnanza, aveva giustificata la sua condotta in Toscana non in modo di purgarsi affatto da ogni cattiva intenzione, ma abbastanza per altro onde dimostrare che si era uniformato ai trattati ed al diritto pubblico allora in vigore. Non pertanto i Fiorentini facevano ai Veneziani vantaggiosissime offerte per muoverli a ripigliare le armi; obbligavansi a mantenere in Lombardia due mila corazzieri, ed a pagare ogni mese venti mila ducati per le spese della guerra, indipendentemente dagli sforzi che farebbero in Toscana contro il comune nemico. I Veneziani, allettati dalla speranza di aggiugnere Cremona alle altre conquiste, accettarono queste proposizioni. Rinaldo Palavicino prometteva di attaccare Parma e Piacenza; Gian Giacomo, marchese di Monferrato, doveva fare un tentativo sopra Asti o sopra Alessandria; il marchese d'Este ed il signore di Mantova erano al soldo dei Veneziani; per ultimo i singolari talenti del Carmagnola promettevano il migliore successo[544]. Dall'altro canto il duca di Milano aveva al suo servizio due non meno formidabili generali, Niccolò Piccinino ed il conte Francesco Sforza. Aveva inoltre resa più intima la sua alleanza coll'ultimo promettendogli in isposa Bianca, sua figliuola naturale, che in allora aveva soltanto sette anni[545]. Sotto questi due generali il duca aveva più di dieci mila corazzieri, i migliori soldati che allora avesse l'Italia.

Per belle che fossero le speranze concepite dai Veneziani la campagna fu loro da principio in ogni luogo sfavorevole. Il Carmagnola credeva di avere sedotto il comandante di Soncino, ed il 17 maggio avanzavasi poco cautamente per prendere possesso di quel castello. Ma quel comandante aveva dato avviso a Filippo del trattato; Francesco Sforza e Niccolò di Tolentino avevano tesa un'imboscata per sorprendere il nemico. L'armata del Carmagnola fu rotta, presi mille sei cento cavalieri, ed egli stesso non andò debitore della propria salvezza che alla velocità del suo cavallo[546]. Luigi Colonna ebbe pure un notabile vantaggio presso Cremona, ove comandava a nome del duca, e Cristoforo Lavello guastò il Monferrato. Niccolò Piccinino, dopo avere occupati nelle alpi Liguri più di sessanta castelli appartenenti ai Fieschi o ad altri gentiluomini di parte guelfa, e lasciatili saccheggiare dai suoi soldati, entrò in Toscana attraversando i territorj di Lucca e di Pisa.

Genova, Siena, Lucca, e Giacomo d'Appiano signore di Piombino, erano pure entrati nella lega contro i Fiorentini. La gelosia e l'odio loro raddoppiavano le calamità della guerra, rendendola più nazionale. I Pisani, che sempre sospiravano l'istante di scuotere il detestato giogo dei Fiorentini, mostrarono più apertamente la loro impazienza quando videro avvicinarsi il Piccinino, e furono in sul punto di prendere le armi. Il governo fiorentino non trovò altro espediente per salvare la città, che quello di farne uscire tutti gli uomini abili alle armi dai quindici fino ai sessant'anni, ritenendo come ostaggi le loro mogli e figli. Pure la maggior parte di coloro che furono costretti ad abbandonare la patria andarono ad ingrossare l'armata del Piccinino[547]. Quest'armata passò in appresso sul territorio di Volterra, ove non meno che a Pisa poteva temersi di qualche ribellione: quasi tutti i castelli del volterrano aprirono le porte al Piccinino, che saccheggiò tutta la val d'Elsa di concerto con Niccolò da Tolentino, e con Alberico di Zagonara, generale dei Sienesi. Minacciò pure Arezzo, e quando fu poi dal duca richiamato in Lombardia, lo Zagonara, che gli successe nel comando, proseguì ad impadronirsi de' castelli de' Fiorentini, che coprivano i loro confini dal lato di Siena[548].

Mentre ciò accadeva in Toscana, il Carmagnola avvicinavasi alle sponde del Po con un'armata di dodici mila corazzieri ed altrettanti pedoni. S'avanzava su questo fiume Niccolò Pisani con una flotta veneziana di trentasette grandi navi e circa altre cento minori[549]. Il senato veneto aveva risolto di volgere tutte queste forze contro Cremona che ardentemente desiderava di acquistare, e di già la flotta aveva rimontato il Po fino a tre miglia al di sotto di questa città. Dal canto suo il duca di Milano aveva fatta allestire una flotta al di sopra di Cremona sotto gli ordini di Pacino Eustachio: i suoi vascelli erano maggiori in numero, ma più piccoli di quelli de' nemici. Giovanni Grimaldi di Genova era stato chiamato su questa flotta con molti de' suoi compatriotti, per opporre ai Veneziani i soli rivali che potessero disputar loro l'impero delle acque.

Il 22 di maggio, Pacino Eustachio e Grimaldi avevano tentato di approfittare d'una escrescenza di acqua per attaccare coll'ajuto della corrente la flotta veneziana stazionata al di sotto di loro. Ma malgrado questo vantaggio cinque de' più grandi vascelli del duca di Milano, troppo essendosi avanzati, trovaronsi in mezzo ai Veneziani, e costretti ad arrendersi. In tempo di questa battaglia il Piccinino e Francesco Sforza con tutte le truppe del duca di Milano eransi avvicinati al Carmagnola e l'avevano tirato verso loro scostandolo dalle rive del fiume. La vegnente notte gli fecero intendere per mezzo di false spie le disposizioni ch'essi davano per attaccarlo all'indomani, e riuscirono in tal modo ad occupare tutta la sua attenzione. Frattanto essi salivano segretamente coi loro migliori corazzieri sopra le galere di Pacino Eustachio. Nella battaglia navale ch'essi volevano rinnovare all'indomani, le galere serrate nel letto del fiume non potevano battersi che all'arrembaggio; ed in tale stato di cose il coraggio, la forza del corpo e l'armatura impenetrabile dei corazzieri dovevano essere di maggiore vantaggio che le più abili manovre de' marinaj veneziani. Il Trevisani fece indarno chiedere al Carmagnola di spedirgli dei corazzieri, perciocchè credendosi questi sicuro di combattere all'indomani, non voleva indebolire la sua armata.

Finalmente la mattina del 23 di maggio s'avvide il Carmagnola che i generali nemici l'avevano ingannato, e che più non erano in vicinanza. Allora si ravvicinò al Po; ma oramai più non era possibile di far imbarcare i suoi soldati; perciocchè egli occupava la sponda sinistra del fiume, e Pacino Eustachio aveva, in principio dell'attacco, approfittato della violenza delle acque, cresciute per lo scioglimento delle nevi, per ispingere il Pisani sull'opposta riva. Colà continuavasi con indicibile accanimento la battaglia tra le galere. I Milanesi afferravano cogli uncini i vascelli veneziani, e subito i corazzieri dello Sforza e del Piccinino lanciavansi sul ponte dei loro nemici; invulnerabili sotto il ferro ond'erano coperti, combattevano contro uomini che non avevano che una mezza armatura, i quali cadevano sotto i loro colpi. La carnificina era tanto più spaventosa in quanto che i Veneziani non sapevano risolversi a rinunciare alla vittoria sul loro proprio elemento; altronde vedevano sull'altra sponda il Carmagnola che li confortava, e che disponevasi coll'intera sua armata ad ajutarli, tostocchè potessero approssimarsi a lui. Ma finalmente dovettero cedere dopo avere perdute ventotto galere e quarantadue navi da trasporto, che caddero in mano del nemico. Perirono due mila cinque cento uomini, ed un ricco bottino venne in potere dei vincitori. Assicurasi che l'armamento de' Veneziani, distrutto in tal modo in un solo giorno, aveva costato alla repubblica seicento mila fiorini[550].