Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de' membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo, era il cardinale Giuliano di san Pietro ad Vincula, che poi fu papa sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].
Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo del suo predecessore.
Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna; spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.
L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando, quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia, d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri. L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando, crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria, cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia, come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva vendere[320].»
Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi. Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno; invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra il monarca ed i sudditi.
Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica; nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte di Roma[322].
La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara, ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del 1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza, prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione che proteggesse la loro libertà[324].
Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de' soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando, per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].
Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re, fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326]. Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura; il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito, di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].
Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione. Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi. Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione, affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.