Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito, assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre attaccarono Innocenzo VIII[329].
Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].
Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico, recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera. L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero, essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare, e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].
Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini, assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].
Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano; i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de' loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.
Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del 1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse, non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.
Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze. Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere. Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino, che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due cardinali non venissero alle mani[339].
Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro mediazione[340].
Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici. Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].
I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato. Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti, di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta, fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara, morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito. Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte di Sarno e del Petrucci.