Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima, ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta senza riserva sottomise la città al potere del re[344].
Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10 ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce, portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi, fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva nelle carceri[345].
Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo, di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento; soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro, quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].
Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII, che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando, non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore di Ferdinando.
Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia, ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi; coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de' suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando sentironsi invitati da un interesse presente.
La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio, Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de' Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].
Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra: mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con segreta sua intelligenza[353].
Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre del 1484[354].
Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel 1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza, di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di Genova[355].