Ma l'alleanza di Paolo Fregoso col duca di Milano eccitò la diffidenza di tutti i Genovesi, ed i nemici del doge approfittarono di questa pubblica disposizione per riunirsi contro di lui. Ibletto e Giovanni Luigi del Fiesco, due fratelli, che avevano contribuito alla sua grandezza, apparecchiaronsi ad abbattere l'idolo da loro innalzato, e si volsero a Battista Fregoso, che il cardinale, zio, teneva esiliato nel Friuli, dopo averlo tradito, e cacciato dal palazzo ducale cinque anni prima. Si addirizzarono inoltre a Giovanni e ad Agostino Adorno, capi dell'opposta fazione, che vivevano ritirati a Selva, e con questi fissarono il giorno in cui attaccherebbero all'impensata l'odiato doge[369].

Giovan Luigi del Fiesco s'internò tra le montagne per armare i suoi vassalli, ed unire alle milizie tutti i soldati vagabondi che gli verrebbe fatto di ritrovare. Ibletto, incaricato di raccogliere truppe negli stessi sobborghi di Genova, nascose le sue pratiche cogli apparecchi di continue feste, e di un dissipamento che dava a tutti nell'occhio. Il doge lo fece interpellare sul conto de' soldati che gli si vedevano intorno, ed Ibletto rispose ch'erano antichi suoi compagni d'armi, che approfittavano della presente pace d'Italia, per darsi buon tempo alcuni giorni con lui. Ma questo sospetto, manifestato da Paolo Fregoso, fece sentire ad Ibletto che non poteva protrarre più oltre l'esecuzione de' suoi progetti; onde la stessa sera, in agosto del 1488, sorprese porta delle Capre presso santo Stefano, vi si fortificò con un centinajo di soldati, facendo nello stesso tempo avvisare i suoi compagni dell'accaduto, e caldamente pregandoli ad accorrere in suo ajuto. Pietro Fregoso non credette di doverlo attaccare prima del giorno; ignorava le forze del suo nemico e le disposizioni della città, e non voleva spogliare le fortezze di soldati, nell'istante in cui forse pensavasi a sorprenderle; questo ritardo fu la salvezza de' congiurati. Prima del giorno Gian Luigi del Fiesco entrò in città colla piccola armata raccolta nelle montagne. Vi entrarono pure Agostino e Giovanni Adorno con tutta la loro fazione da lungo tempo oppressa: e Battista Fregoso non aveva tardato ad unirsi co' più inveterati nemici della propria casa, per vendicarsi della perfidia di suo zio. La loro armata trovavasi di già superiore d'assai a quella del doge, onde in sul fare del giorno, attaccò il palazzo del pubblico. Paolo, troppo tardi conobbe, che la perdita di una notte era stata cagione della sua ruina; fuggì con suo figlio nella cittadella, mentre che il suo amico Paolo Doria ritardava la marcia degli aggressori con artificiose proposizioni, e lo sottraeva in tal modo al pugnale di Battista Fregoso, infiammato da desiderio di vendetta[370].

I nemici del cardinale, poichè si videro padroni del palazzo, cercarono di dare una nuova forma alla repubblica. Non vollero nominare il doge, perchè questa suprema dignità avrebbe risvegliata la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, ed avrebbe inoltre scontentati i Fieschi, esclusi dalla loro nobiltà da una magistratura popolare. Il senato prescelse adunque dodici cittadini, cui diede prima il nome di capitani, poi di riformatori della repubblica di Genova. I capi delle due popolari fazioni, quelli di tutte le famiglie nobili, e quelli che per qualsiasi titolo avevano la confidenza de' loro concittadini, trovaronsi riuniti in questo nuovo consiglio[371].

Il primo ordine emanato da questi magistrati fu quello di attaccare la fortezza. Il cardinale non erasi accontentato di questa, ma aveva alloggiati soldati nelle vicine case, cacciandone gli abitanti; aveva barricate le strade, ed erasi posto in istato di sostenere un lungo assedio. Le battaglie date all'intorno della fortezza ridussero i Genovesi nella più spaventosa desolazione. Ogni palazzo veniva a vicenda attaccato e difeso coll'artiglieria; quando l'un partito o l'altro era forzato ad evacuarlo, vi appiccava, ritirandosi, il fuoco, ed in mezzo alle zuffe ed agl'incendj, vedevansi gli abitanti, le donne ed i fanciulli, contrastare ai soldati, che saccheggiavano le case, i loro mobili e le loro ricchezze. La devastazione s'andava ogni dì più allargando, e questa doviziosa città, così rinomata per la sua magnificenza, sembrava minacciata di distruzione dai suoi medesimi cittadini[372].

Mentre queste pratiche si andavano prolungando, i magistrati eransi rivolti al papa, loro concittadino, per implorarne la protezione, ed al re di Francia Carlo VIII, cui offrivano la signoria della loro città a quelle medesime condizioni che l'aveva avuta suo padre. Dall'altro canto Paolo Fregoso aveva domandato ajuto al duca di Milano, il quale fece avanzare verso la Liguria Gian Francesco di Sanseverino, conte di Cajazzo, figliuolo di Roberto, ch'era morto nel precedente anno. Nello stesso tempo alcuni ambasciatori milanesi arrivarono a Genova, e la loro mediazione fu accettata dalle due parti. Proposero di dividere la repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi; di cedere ai primi Savona con tutta la riviera di Ponente; di conservare ai secondi Genova e la riviera di Levante; per ultimo di riconoscere la suprema signoria del duca di Milano sopra l'una e l'altra parte[373]. Questa proposizione, che sagrificava la gloria e l'esistenza stessa della nazione a vantaggio dei capi di partito, venne rigettata dall'uno e dall'altro egualmente, pure accrebbe la reciproca diffidenza. Ma Battista Fregoso era odioso e sospetto a Lodovico il Moro; gli ambasciatori milanesi lavoravano nascostamente a staccare da lui i suoi nuovi compagni, e da questi ottennero infatti che fosse loro sagrificato. Battista venne arrestato nella casa di Agostino Adorno, dov'erasi recato senza verun sospetto, e fu portato a bordo di una galera, che partì alla volta d'Antipoli nel Friuli, luogo del suo precedente esilio, dal quale era partito poche settimane prima. Gli altri capi avevano acconsentito alle nuove proposizioni degli ambasciatori milanesi. Agostino Adorno doveva per dieci anni tenere in Genova l'autorità ducale, col titolo di luogotenente del duca di Milano; Ibletto e Giovan Luigi del Fiesco dovevano conservare tutte le loro onorificenze ed il loro credito. Il cardinale Paolo Fregoso doveva abdicare la carica ducale, e consegnare ai Milanesi il Castelletto e le altre fortezze. Gli si prometteva in ricambio un'annua pensione di sei mila fiorini, e mille si promettevano a suo figlio Fregosino, finchè il papa gli dasse in beneficj ecclesiastici una rendita eguale a questa somma. A tali condizioni poteva Paolo Fregoso trattenersi in Genova, purchè si limitasse alle sue incumbenze ecclesiastiche; ma costui era troppo orgoglioso per ubbidire dove aveva comandato. Uscendo dal Castelletto, in ottobre del 1488, s'imbarcò con tutti i suoi effetti sopra due galere che si era fatto apparecchiare, delle quali, sopraggiunte da violente burrasca presso le coste della Corsica, una perì con tutto il carico, l'altra, dopo avere perdute tutte le sue antenne, si sottrasse, può dirsi per miracolo, alla tempesta, ed approdò a Cività Vecchia; indi Paolo Fregoso passò a Roma, che più non abbandonò fino alla sua morte, accaduta il 2 di marzo del 1498[374].

La repubblica di Firenze non aveva motivo di lodarsi di questa rivoluzione, cui aveva contribuito, tenendo viva una piccola guerra nei confini della Liguria. Il duca di Milano non fu appena padrone di Genova, che manifestò il suo rincrescimento per la perdita di Sarzana e di Pietra Santa, e si fece ad apparecchiare i mezzi di riavere quelle due città[375]. Ma Lorenzo de' Medici, ostinandosi a diffidare di ogni repubblica, temeva assai meno le pratiche e le trame di un vicino principe, che l'esempio di libertà e d'indipendenza, che altri cittadini potevano dare ai Fiorentini. Oramai Perugia, Bologna e Genova non potevano per questo rispetto cagionargli veruna inquietudine. Venezia veniva sempre risguardata come una potenza nemica; e per ultimo le due repubbliche, che dividevano con Firenze la sovranità della Toscana, andavano ogni giorno perdendo la loro importanza. Pareva che quella di Lucca non ad altro mirasse che a farsi dimenticare, più non vedevasi rammentata da veruno scrittore del secolo: e perchè il suo governo vietò con gelosa diffidenza la pubblicazione di tutte le storie nazionali, appena ci possiamo accorgere della sua esistenza. In quello stesso tempo la repubblica di Siena faceva tristamente parlare di sè, consumando nel suo seno le proprie forze.

Poichè il duca di Calabria ebbe abbandonata quella città nel 1480, essa fu costantemente agitata dalla più spaventosa anarchia. Furiosi demagoghi avevano a vicenda esiliati, proscritti, precipitati dalle finestre del palazzo, e fatti morire sul patibolo tutti coloro che per i loro natali, per singolare ingegno, o per importanti servigi, renduti alla repubblica, si erano distinti in faccia ai loro concittadini. Gli ordini, ossia i Monti dei nove, dei dodici, dei riformatori, dei gentiluomini, ora gli uni, ora gli altri esposti alla persecuzione, erano stati talora affatto esclusi dal supremo governo, talora aboliti o proscritti. Nel 1482 la repubblica aveva riconosciuto il solo ordine del popolo, cui si erano riuniti tutti gli altri[376]. Ma questa prudente risoluzione, che doveva distruggere tutte le distinzioni tendenti soltanto a perpetuare i tumulti, era stata abolita nel 1484 dagli stessi democratici. Avevano voluto nuovamente segregare dalla loro corporazione tutti coloro che avevano qualche pretesa aristocratica, facendo appunto che questi aboliti diritti formassero un titolo d'esclusione, e lo stabilimento di quest'oligarchia affatto plebea era stato lordato col sangue di nuove vittime[377]. Ogni giorno andava crescendo il numero degli esiliati da Siena; questi più non vivevano isolati ne' luoghi del loro esilio, ma si adunavano negli stati limitrofi in ragguardevoli corpi di truppe, e spaventavano il governo rivoluzionario coi frequenti tentativi che facevano per tornare in patria, o per forza o per sorpresa. Lorenzo de' Medici era alleato di questo governo anarchico; egli aveva persuasi i Fiorentini a rinunciare all'antica loro massima di non cercare amici che tra gli amici della giustizia, dell'onore e della libertà. I suoi trattati venivano sempre suggeriti dall'interesse del momento, dalla gelosia, dal desiderio d'indebolire i suoi vicini, e per ultimo dalla politica, le di cui viste sono troppo più corte che quelle della morale. Nel 1482 aveva sagrificati gli alleati sienesi, padroni di Monte Reggioni, i quali, rimasti privi tutt'ad un tratto de' suoi ajuti, erano stati costretti di abbandonare quel castello ai loro nemici[378]; ed egli aveva il 14 di giugno del 1483 conchiusa una lega per venticinque anni, a nome de' Fiorentini, col popolaccio che tiranneggiava Siena[379]; ma gli emigrati non avevano perciò ommesso di cercare di occupare prima il castello di Saturnia, poi la città di Chiusi, ed all'ultimo la terra di San Quirico.

Questi emigrati Sienesi appartenevano a tutti i partiti, a tutti i Monti, secondo l'abituale linguaggio di Siena. Molti di coloro ch'erano stati mandati dopo gli altri in esilio, avevano partecipato alla proscrizione, ed ancora al supplicio delle prime vittime. Il giusto odio che li teneva divisi, formava la speranza degli oppressori della loro patria. Essi lo sentirono, dimenticarono tutte le offese che la sorte aveva di già vendicate, e presero la risoluzione di unirsi contro i soli nemici, de' quali non devonsi mai scordare le scelleratezze, cioè quelli che sono sempre possenti. Nicolò Borghesi e Neri Placidi sottoscrissero in Roma, a nome dell'ordine dei Nove, la pace con Lorenzo e con Guid'Antonio Boninsegni, rappresentanti del monte dei Riformatori. Nello stesso tempo Lionardo, figliuolo di Battista Bellanti, appartenente ancor esso all'ordine dei Nove, il di cui padre era perito sul patibolo, fece in Pisa la pace con Bartolommeo Sozzini e con Niccolò Severini del monte de' Dodici, i quali avevano avuto parte in queste crudeli esecuzioni. Obbligaronsi tutti ad operare di concerto pel vantaggio di tutti gli esiliati, ed a non avere in avvenire altro scopo, che quello di liberare la loro patria del giogo tirannico sotto cui gemeva[380].

Dopo ciò gli emigrati si adunarono a Staggia, posta all'estremo confine del Fiorentino, di dove partirono il 21 di luglio del 1487 con cento fanti, presi al loro soldo, e pochi cavalieri, comandati dal capitano Bruno di Cremona. Invece di tenere la strada principale, presero le poco frequentate delle foreste: ma non pertanto in Siena si era avuta contezza della loro intrapresa, ed erano stati spediti contro di loro molti distaccamenti di truppe, che si avanzarono fino a breve distanza da Staggia, sicchè poterono assicurarsi che non vi si faceva verun movimento. Avevano da prima visitate tutte le macchie presso Siena, e nulla vi avevano scoperto. Queste scolte tornarono perciò in città e riferirono al governo essere false le notizie dategli, e che non si trovavano nemici in verun lato. Un ridicolo accidente aveva sottratta alle loro indagini la piccola truppa degli emigrati. Avevano questi caricati sopra un mulo gli ordigni di cui volevano valersi per atterrare le porte; il mulo si pose in fuga per la foresta, e si trasse dietro tutta la piccola armata affatto fuori della via che doveva tenere. La bestia venne finalmente raggiunta, dopo due ore di faticoso viaggio, ed allora gli emigrati si rimisero in cammino alla volta di Siena, temendo per altro che questo ritardo, che fu loro cagione di prospero successo, non guastasse ogni loro disegno. Tutte le pattuglie erano rientrate in città, eransi levate dalle mura le guardie straordinarie, e dormivano le scolte notturne, quando questo drappello di congiurati arrivò, poco prima che facesse giorno, alla porta di Fonte Branda. I loro complici, che gli aspettavano sulle mura, gli ajutarono a salirle con scale di corda, finchè trenta dei più coraggiosi s'impadronirono della porta, e l'aprirono al rimanente della truppa.