Si era promesso al capitano Bruno che, appena spiegata la sua bandiera in città, verrebbe raggiunto da numerose partite di malcontenti; ma invece niuno appariva, onde questo condottiere, scoraggiato, non ardiva innoltrarsi per le strade. Gli emigrati quasi soli le corsero, gridando i Nove, popolo, e libertà. Pochi erano quelli che accorrevano in loro ajuto, ma altronde niuno prendeva le armi per opporsi. Il governo era troppo detestato per trovare difensori, troppo temuto perchè i cittadini ardissero dichiararsi contro di lui. Uno de' suoi capi, Cristoforo di Guiduccio, ingannato dalla voce di coloro che lo chiamavano, supponendoli suoi partigiani, si diede egli stesso in potere de' congiurati che lo uccisero. Altri, non più di quaranta, adunaronsi a Camporeggio; essi potevano pure bastare per iscacciare gli emigrati, che si trovavano dispersi per le strade di una vasta città, e scoraggiati dal vedersi abbandonati, ma quando i partigiani del governo si videro in così piccolo numero, non osarono tentar nulla. Molti di loro rientrarono celatamente nelle proprie case, e deposero le armi per non essere compromessi, ed i capi, trovandosi da tutti abbandonati, uscirono di città. Per tal modo due branchi di uomini si contendevano il possedimento di così potente e bellicosa città. Ognuno conosceva la propria debolezza, e, ignorando quella del nemico, credevasi perduto: finalmente dopo essersi molto aggirate, le varie bande d'emigrati riunironsi di nuovo sulla piazza, e, trovandosi in numero di ottanta, assediarono il palazzo. Matteo Pannilini, capitano del popolo, abbandonato da tutte le sue guardie, erasi chiuso solo nella gran torre, dove si difese qualche tempo; ma infine fu costrette a rendersi prigioniero, cedendo agli emigrati la sede del governo. E per tal modo, quasi senza spargimento di sangue, fu condotta a termine la rivoluzione che rendeva agli esiliati la loro patria[381].

Perchè la rivoluzione di Siena era stata operata da tutti gli ordini, tutti furono da principio chiamati a parte dalla suprema autorità. Si voleva che la repubblica fosse governata da quattro monti, ognuno de' quali darebbe al consiglio generale cent'ottanta consiglieri. Gli ordini dei gentiluomini e dei Dodici non furono contati che per un monte complessivamente; i Nove, il Popolo ed i Riformatori erano gli altri tre[382]. Questa divisione era saggia e press'a poco in ragione del numero de' cittadini che ogni monte aveva precedentemente scelto, sotto il nome di riseduti, per esercitare le magistrature; ma non fu lungamente mantenuta: una balìa, formata di ventiquattro cittadini, venne autorizzata ad esercitare per cinque anni un potere dittatoriale, ed il nuovo governo di Siena, come quello cui succedeva, credette di non potere fondare sopra solide basi la sua autorità, se non privando i suoi nemici del diritto di cittadinanza, esiliandoli, e mandandone inoltre alcuni al supplicio[383].

In questo tempo di pace generale per l'Italia, non furono le sole repubbliche travagliate da interne rivoluzioni; anche i piccoli principati vennero turbati da congiure; ed in quelle che scoppiarono in Romagna, nel 1488, si credette di ravvisare la conseguenza delle pratiche di Lorenzo de' Medici, ed il risentimento di un uomo, che dopo molti anni, vendicava antiche ingiurie.

Quel Girolamo Riario, figlio o nipote, e favorito di Sisto IV, che dieci anni prima era stato l'anima della congiura de' Pazzi, erasi, dopo l'elezione d'Innocenzo VIII, ritirato nel suo principato di Forlì e d'Imola. Era inoltre rimasto depositario di castel sant'Angelo; ma sua moglie aveva consegnata quella fortezza ai cardinali, il 25 agosto del 1484, contro il pagamento di grossa somma di danaro[384]. Questa principessa, figlia naturale dell'ultimo duca di Milano, aveva procacciata al Riario la protezione di casa Sforza. Dall'altro canto Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro, onnipossente alla corte d'Innocenzo VIII, era sommamente interessato alla difesa del principe di Forlì, suo cugino. Per tali motivi i molti nemici che questi si era fatti in tempo del pontificato di Sisto IV, non osarono di attaccarlo scopertamente, ma è probabile che avessero parte in una cospirazione formata in casa sua. Cecco dell'Orso, capitano delle sue guardie, Luigi Panzero e Giacomo Ronco, suoi ufficiali, determinarono d'ucciderlo, sebbene non avessero, che si sappia, verun altro motivo di odio, che quello di non aver potuto da lui ottenere il loro soldo arretrato, mentre venivano stretti al pagamento delle proprie loro contribuzioni.

Il 14 aprile del 1488, mentre stava pranzando la famiglia del Riario, i tre congiurati entrarono nella sua camera, sotto colore di parlargli delle loro incumbenze, ed avendolo trovato solo, lo pugnalarono, si divisero le sue vesti e gittarono giù dalla finestra il suo corpo spogliato. Il popolaccio, invitato dalle loro grida a vendicarsi del suo tiranno, strascinò questo corpo pei capelli per tutte le strade della città. Catarina Sforza sua vedova ed i suoi figliuoli vennero subito imprigionati, e la fortezza, di cui aveva il comando un luogotenente fedele al Riario, ebbe l'intima di arrendersi. I congiurati scrissero il 19 aprile a Lorenzo de' Medici di averlo liberato di un uomo che più d'ogn'altro meritava il suo odio, ed in pari tempo gli chiedevano ajuto[385].

Il comandante della rocca, non lasciandosi atterrire dalle grida del popolo nè dalla morte del suo padrone, ricusò di aprirla agli assedianti, se prima non ne aveva l'ordine dalla medesima Catarina Sforza, quando si trovasse libera. Dal canto suo questa promise agli insorgenti di persuadere il castellano a cedere ad una sorte inevitabile, purchè potesse parlargli. Siccome si ritenevano i di lei figli in ostaggio, non si ebbe difficoltà di lasciarla entrare nella rocca; ma vi fu appena ricevuta, che fece far fuoco contro gli assedianti. Si minacciò di far morire i suoi figli; ed essa rispose: «se voi gli uccidete, tengo un figlio in Imola, ne porto un altro in seno, che cresceranno per essere i vindici di tanto delitto[386];» onde il popolaccio atterrito non eseguì la sua minaccia.

Gli uccisori di Girolamo Riario avevano pure implorata la protezione d'Innocenzo VIII; e questo papa, sperando di ricuperare col loro ajuto la sovranità d'un'importante città, aveva ordinato al governatore di Cesena di condurre loro tutti i soldati che potrebbe adunare, e tutta la sua artiglieria. Nello stesso tempo Lodovico Sforza mandava in ajuto di sua nipote un'armata milanese, che di già aveva ragunata, di concerto con Giovanni Bentivoglio, ai confini della Romagna. Quest'armata, entrando in Forlì per la rocca, piombò all'impensata sui soldati della Chiesa, e tutti li fece prigionieri. Sei de' principali di loro furono tagliata loro la testa, fatti a pezzi per ordine di Bergamino, generale de' Milanesi. Il governatore di Cesena ed il restante de' soldati furono poi cambiati col figliuolo di Girolamo Riario, che questo governatore faceva custodire nella sua rocca di Cesena. I congiurati si rifugiarono a Siena con tutti i loro effetti preziosi. Catarina Sforza ebbe, quale tutrice de' suoi figli, il governo del principato di Forlì; e papa Innocenzo VIII, sempre apparecchiato ad intraprendere progetti arditi, e sempre atterrito di continuarli, tostochè incontrava qualche opposizione, non osò lagnarsi di ciò ch'era stato fatto ai suoi soldati, i quali non avevano altro delitto che di avere eseguiti i suoi ordini[387].

Ma le cospirazioni si moltiplicavano in Romagna con una sorprendente rapidità. Il 29 di aprile Ottaviano Riario, giovane figlio del conte Riario, era stato proclamato signore di Forlì e d'Imola, ed il 31 di maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, perdette la vita per le mani di Francesca sua moglie, figlia di Giovanni Bentivoglio. Costei, credendosi posposta ad un'amante, e divorata da cupa gelosia, si finse ammalata ed invitò Galeotto a venire a trovarla. Stavano nascosti sotto il suo letto tre assassini; un quarto si slanciò sopra Manfredi nel momento in cui entrava nella camera. Ma perchè questo signore era dotato di singolare forza e destrezza, stava per atterrare il suo assalitore, prima che gli altri, usciti di sotto al letto, avessero avuto tempo di alzarsi in piedi; quando sua moglie balzò dal letto, prese una spada e gliela immerse nel seno; poi seco prese i suoi figliuoli e riparossi nella rocca[388].

Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca, era in allora a Forlì con Bergamino, comandante dell'armata milanese. L'uno e l'altro accorsero subito in ajuto di questa sposa delinquente, ed entrarono senza trovare opposizione in Faenza. Non pertanto quegli abitanti erano affezionati alla famiglia di Manfredi, ed avevano veduto con orrore l'assassinio di Galeotto. I coraggiosi contadini di Val di Lamone, recaronsi in città, e sospettando tutti il Bentivoglio o il Bergamino di aspirare alla signoria di Faenza, gli attaccarono furiosamente. Bergamino fu ucciso in battaglia, ed il Bentivoglio fatto prigioniere.