Antonio Boscoli, commissario della repubblica fiorentina presso Galeotto Manfredi, era in allora a Faenza. Gl'insorgenti gli mostrarono grandissimo rispetto, e gli chiesero la protezione del suo governo. I Fiorentini avevano veduto con viva inquietudine le negoziazioni di Galeotto Manfredi coi Veneziani per la vendita di Faenza; perchè i Veneziani, acquistando questa città, sarebbero diventati confinanti con Firenze, ed il governo del Medici doveva temere la vicinanza di così potenti rivali. Perciò tutta l'armata che stava adunata a Sarzana, fu subito spedita in soccorso di Faenza, sotto il comando del conte di Pitigliano e di Ranuccio Farnese. Questa trattenne i Bolognesi, che dal canto loro si armavano per liberare il capo della loro repubblica. Giovanni Bentivoglio fu ritenuto come ostaggio a Modigliana, finchè venne ristabilito l'ordine nel principato, che probabilmente egli aveva voluto invadere. Sedici cittadini, de' quali otto di Faenza, ed otto di Val di Lamone, vennero incaricati della reggenza e della tutela del giovanetto Astorre di Manfredi. Allorchè questo governo fu stabilito, il Bentivoglio riebbe la libertà, dopo avere avuto un abboccamento con Lorenzo de' Medici a Caffaggiuolo. Gli fu renduta la figliuola; e questa rivoluzione, mettendo Faenza sotto la protezione de' Fiorentini, accrebbe la loro influenza in Romagna[389]. La rivoluzione di Forlì non era loro riuscita inutile. In tempo delle turbolenze, prodotte dalla morte di Girolamo Riario, i Fiorentini avevano ricuperato Pian Caldoli, che il Riario ingiustamente riteneva[390]. Poco dopo riuscirono a fare sposare alla di lui vedova Giovanni de' Medici, nato da un fratello del vecchio Cosimo, e padre di un altro Giovanni, che si rendette famoso nelle guerre d'Italia col suo valore, colla sua ferocia e coll'attaccamento ch'ebbero per lui le bande nere. Per tal modo Forlì ed Imola si trovarono sotto la dipendenza di un Medici, e Catarina Riario entrò in quella stessa famiglia, che il suo primo marito aveva tentato di distruggere.
CAPITOLO XC.
La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente tranquillità di tutta l'Italia. — Stato dell'Europa, e pronostici di nuove burrasche. — Morte di Lorenzo de' Medici e di Innocenzo VIII.
1488 = 1492.
La repubblica di Venezia non aveva voluto immischiarsi nelle piccole guerre che agitarono l'Italia nel corso del precedente periodo. Innocenzo VIII si era mostrato difficile ad assolverla dalle censure così ingiustamente contro di lei pronunciate da Sisto IV; aveva voluto imporle onerose condizioni, obbligarla a non prendere parte nelle presentazioni de' beneficj, e vietarle di percepire verun imposta dagli ecclesiastici[391]. Vero è che Innocenzo VIII rinunciò in appresso a così fatte pretese, quando volle trarre la repubblica nella guerra di Napoli; ma i Veneziani, posti in guardia da una precedente esperienza del poco fondamento che potevano fare sull'alleanza di Roma, non vollero dare ajuto ai nemici di Ferdinando, qualunque si fosse l'odio che contro di lui conservassero per la guerra di Ferrara. Essi continuarono a mantenere contro il papa l'indipendenza delle loro prerogative ecclesiastiche. Il vescovado di Padova, cui volevano traslocare il vescovo di Belluno, essendo stato dalla corte di Roma dato nel 1485 al cardinale di Verona, non solo rifiutarono il possesso della nuova sede al candidato pontificio, ma lo costrinsero a rinunciarvi coll'apprensione delle altre sue entrate[392]. Avendo il loro ambasciatore a Roma, Ermolao Barbaro, ottenuto da Innocenzo VIII il patriarcato d'Aquilea, il consiglio dei dieci mostrò ancora un maggiore malcontento per essersi fatta così importante nomina senza il suo parere. Nè la riputazione del nuovo patriarca, il primo letterato di Venezia e forse dell'Italia, nè la distinta carica che suo padre aveva nello stato, sottrassero l'uno e l'altro a severissime ammonizioni, ed a una umiliazione, che fu poco dopo cagione della loro morte[393]. Finalmente in tempo della guerra di Napoli i Veneziani non acconsentirono che il papa riscuotesse decime sul loro clero, e si opposero colla stessa fermezza ad ogni usurpazione de' loro diritti.
Questa guerra di Napoli, che durò pochi mesi, avrebbe probabilmente guastata lungo tempo l'Italia, se i Veneziani avessero voluto prendervi parte, ponendo in tal modo in equilibrio le due parti. Ebbero bentosto motivo d'essere contenti della presa risoluzione, quando si trovarono impegnati ai confini d'Italia in una piccola guerra, che ben poteva diventare egualmente importante. Sigismondo, conte del Tirolo, uno dei duchi d'Austria, aveva delle pretese opposte a quelle della signoria rispetto ai confini de' suoi stati nella contea d'Arco e nel Cadorino, e rispetto ai diritti sulle miniere di ferro di quest'ultimo distretto. Avendo determinato di farli valere colle armi, nel 1487 si assicurò di tutti i mercanti veneziani venuti alla fiera di Bolzano, e di tutto il ferro lavorato in Cadore, dichiarando in pari tempo la guerra alla repubblica di Venezia. Sette mila fanti e cinquecento cavalli tedeschi bruciarono il distretto di Roveredo, ed assediarono nella rocca Niccolò Priuli, che n'era governatore, il quale non si arrese che dopo una vigorosa resistenza[394]. In principio i Veneziani opposero a quest'invasione Giulio Cesare di Varano, signore di Camerino; in appresso diedero il comando della loro armata a quello stesso Roberto di Sanseverino, che l'aveva con sì felice successo diretta nella guerra di Ferrara. La morte di questo vecchio generale, che tanta parte aveva avuto in tutte le rivoluzioni d'Italia, fu il più notabile avvenimento della guerra del Tirolo. Dopo avere ottenuto qualche vantaggio sui Tedeschi, cadde in un'imboscata, che gli avevano tesa, e fu ucciso il 9 d'agosto del 1487 in riva all'Adige, che voleva passare per assediar Trento[395]. Allora i Veneziani si ritirarono a Serravalle, e, rompendo ogni comunicazione colla Germania, costrinsero bentosto i Tirolesi a chiedere la pace, necessaria al sostentamento della loro industria. Questa fu convenuta il 14 di novembre dello stesso anno, a condizione che fosse restituito tutto quanto era stato preso dall'una e dall'altra parte[396].
Circa lo stesso tempo la sola apparenza d'una guerra turca servì di pretesto alla repubblica per assoggettare all'immediato suo dominio l'isola di Cipro, che, dopo la morte di Giacomo di Lusignano, altro più infatto non era che una provincia veneziana. L'imperatore turco, Bajazette II, aveva fino nel 1486 apparecchiato un grosso esercito per attaccare Cait-Bay, soldano d'Egitto. E questi, che tutto sentiva il pericolo che soprastava al suo regno, se i porti di un'isola, posta in faccia alle sue coste, fossero in potere de' suoi nemici, aveva invitata la regina Cornaro a porsi in sulle difese. La repubblica le aveva subito mandati cinquecento Stradioti dalla Morea, e trecento arcieri di Candia, per guardare le sue fortezze[397].
Pure la spedizione turca venne protratta fino al 1488. In quell'anno un esercito, che facevasi ammontare ad ottanta mila uomini, andò ad attaccare il soldano in Palestina. Mentre attraversava la Caramania, dove aveva occupate le città di Adena e di Tarso, fu nel mese di agosto sconfitto dai Mamelucchi, alle falde del monte Aman, nella stessa angusta valle dell'Isso, renduta celebre dalla vittoria di Alessandro. La flotta ottomana venne pure parte dispersa e parte distrutta da una burrasca, ed il Turco rinunciò all'impresa d'Egitto[398].