In tempo di questa breve guerra Francesco Priuli aveva protette le coste dell'isola di Cipro con ventisette galere. Quando la vide terminata, suppose di potere ricondurre la sua flotta a Venezia, ed era di già giunto in Istria, quando ricevette l'ordine di ritornare all'abbandonata stazione. Il senato sapeva, che, abusando dell'autorità usurpata in Cipro, aveva renduta la sua autorità odiosa non meno ai popoli che alla regina, e non ignorava che questa impazientemente soffriva l'esclusione da ogni amministrazione governativa, i severissimi ordini, che le venivano dati, e la diffidenza che di lei si mostrava. Il senato aveva veduti i Ciprioti pronti a sagrificarsi per Carlotta di Lusignano, per Luigi di Savoja, per Alfonso, bastardo di Napoli; finalmente per qualunque avrebbe cercato di restituire al regno la sua antica indipendenza, facendoli entrare nel numero de' popoli liberi, dal quale non sapevano tollerare di essere diffalcati. La prima guerra marittima poteva rendere ai Ciprioti questa libertà, ed essi erano apparecchiati a rivolgersi agli stessi infedeli per ottenerla, se non trovavano protezione presso qualche stato cristiano. D'altra parte la regina era tuttavia giovane, era bella e poteva portare una ricca dote ad un nuovo sposo; si andava dicendo che Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, ne chiedeva le nozze, e se veniva ad avere figliuoli, tutti i diritti, che la repubblica credeva di avere acquistati per mezzo suo, sarebbersi perduti. Sostenevano i legisti veneziani, che il figlio di Giacomo Lusignano aveva ereditata la corona di suo padre; che, essendo questi morto in età fanciullesca, sua madre era stata la di lui erede; che finalmente la loro repubblica ereditava dalla madre, perchè questa era stata dichiarata figlia di san Marco. Ma se costei passava a seconde nozze, tutti gli sforzi fatti per istabilire i diritti di Catarina ad altro non avrebbero giovato, che ad assicurare quelli di un altro marito e de' suoi figli.

Giorgio Cornaro, fratello della regina, venne dunque spedito in Cipro a bordo della flotta del Priuli. Il consiglio dei dieci, i di cui formidabili ordini vincevano ogni considerazione di parentela o di personale ambizione, l'aveva incaricato, sotto la sua responsabilità, di ricondurre sua sorella a Venezia. La flotta era giunta presso l'isola di Rodi, ed il Cornaro si recò presso la regina il 24 gennajo del 1489[399]. Le comunicò gli ordini che aveva avuti, le fece sentire la sua dipendenza e la necessità di quest'ultimo sagrificio, conseguenza di tutti gli altri; cercò di calmare, come meglio poteva, il suo dolore ed il suo rammarico; le fece sentire che sarebbe inutile di giustificare la sua condotta in faccia al consiglio dei dieci, com'ella voleva fare, da che tutti conoscevano la di lei innocenza; ed all'ultimo da lei ottenne la promessa di perfetta sommissione ai voleri della repubblica. Ne spedì subito la notizia al capitano generale, che si era trattenuto ad Almizza, e che dietro quest'avviso venne a dar fondo nella rada di Famagosta il 2 di febbrajo del 1489[400].

Il giorno 15 dello stesso mese la regina si congedò dagli abitanti di Nicosia, i quali piansero dirottamente, perchè con lei perdevano perfino l'ombra della loro indipendenza. Essi vedevansi privati della sola loro protettrice, nello stesso tempo che perdevano i vantaggi pecuniarj, che una corte procurava alla loro città, spargendovi qualche danaro. Catarina, accompagnata da suo fratello, da un consigliere e dal provveditore dell'isola, scortata da tutta la nobiltà cipriota e da un corpo di cavalleria, si avviò alla volta di Famagosta. Colà fu ricevuta sulle galere di Venezia con rispetto e con reale pompa; ella approfittò di questa pubblica cerimonia per raccomandare i suoi sudditi alla signoria di Venezia per bocca del conte di Zaffo, suo cugino, e per riclamare a favore dei Ciprioti la conservazione delle loro leggi e de' loro privilegj. Il 26 di febbrajo l'insegna di san Marco fu posta sul palazzo di Famagosta, e su tutte le fortezze. Pure la regina non partì colla flotta che il quattordici di maggio. Arrivò a Venezia il sei di giugno, ed il venti dello stesso mese le fu ceduto in sovranità la terra d'Asolo con un'entrata di otto mila ducati. La piccola corte della regina di Cipro in Asolo deve qualche celebrità letteraria ai Dialoghi del Bembo. L'elegante finzione degli Asolani rappresentava verosimilmente le costumanze di quella corte; è presumibile che Catarina dimenticasse le noje, le cure e le umiliazioni della sua reale servitù, in mezzo a' ragionamenti di amore e di galanteria, nelle dispute in allora di moda intorno alla metafisica della passione amorosa[401].

Nello stesso anno richiamò a sè gli sguardi dell'Italia un altro avvenimento relativo alla politica del Levante ed alle imprese dei Turchi[402]. Gem, o Zizim, figlio di Maometto II, fratello e rivale del sultano Bajazette II, fece il suo ingresso in Roma, mettendosi sotto la protezione del papa. Aveva posto in campo per succedere a suo padre una pretesa spesso allegata dai principi greci di Bisanzio. Egli era porfirogeneta, val a dire, nato mentre suo padre era sul trono, e per questo rispetto superiore a suo fratello maggiore, Bajazette, che diceva nato da un semplice privato. Questa vana distinzione bastava per uno stato dispotico, dove non si riconoscevano che i diritti fondati nella forza. Ma questa mancò a Zizim, il quale, vinto in Asia nel 1482 in una sanguinosa battaglia, fu costretto ad imbarcarsi in Cilicia, ed a rifugiarsi in Rodi, per implorare colà la protezione de' cavalieri di san Giovanni[403]. Questi non osarono di tenere in sui confini dell'Asia un ospite, che poteva chiamare sopra di loro tutte le forze del gran signore; perciò lo mandarono in Francia, facendolo attentamente custodire nell'Alvergna in una commenda del loro ordine. Bajazette offrì immense somme, reliquie senza numero, ed amplissimi privilegj per averlo nelle sue mani; ma i principi cristiani non furono così privi d'onore di acconsentire a tanta indegnità: ad ogni modo riesce difficile l'intendere, per quali giusti motivi non fu mai permesso a Zizim di recarsi alla corte di Cait-Bai, soldano d'Egitto[404], il quale, avendo un'accanita guerra con Bajazette, lo chiedeva per procacciare favore alle sue armi; e per quale motivo lo negassero egualmente a Mattia Corvino, re d'Ungheria, che col di lui mezzo sperava di fare una diversione negli stati del suo nemico. Sisto IV scrisse al gran maestro di Rodi ed a Lodovico XI, esortandoli a ritenere questo principe in Francia ed a non lasciarlo partire per le armate cui veniva chiamato[405]. Innocenzo VIII ricusò ancor esso di affidare questo principe a Ferdinando, re di Arragona e di Sicilia, all'altro Ferdinando, re di Napoli, a Mattia Corvino, al soldano ed al principe di Caramania; ma in pari tempo aveva chiesto che fosse a lui consegnato, per essere certo che Zizim non entrerebbe ne' paesi turchi senza essere spalleggiato da una lega di tutta la Cristianità[406].

Bajazette dal canto suo aveva spediti altri ambasciatori a Carlo VIII, per ottenere dal re la promessa di ritenere Zizim in Francia. A tal patto Bajazette offriva un'assai ragguardevole pensione, e guarentiva alla Francia il possedimento di Terra santa, tosto che fosse tolta al soldano d'Egitto dalle armi riunite de' Francesi e de' Turchi. Ma Carlo VIII, d'accordo col gran maestro Francesco d'Aubusson, aveva di già acconsentito alle inchieste del papa, e Zizim era di già in cammino alla volta di Roma[407].

Vi fece il suo ingresso il 13 di marzo del 1489; era a cavallo col turbante in capo, tra Francesco Cibo, figlio del papa, ed il priore d'Alvergna, nipote del gran maestro d'Aubusson, ed ambasciatore di Francia. Trovavasi in allora in Roma un ambasciatore del soldano d'Egitto, per ridurre i principi cristiani ad unirsi col suo signore contro Bajazette. Questi andò ad incontrare Zizim; quando lo vide, smontò da cavallo, e si prostrò a terra; tre volte baciò il suolo, innoltrandosi verso di lui, poi baciò i piedi del suo cavallo e lo seguì fino al suo palazzo[408].

All'indomani il papa tenne concistoro per ricevere Zizim in pubblica udienza. Invano era stato questo principe istrutto degli atti rispettosi che i monarchi cristiani rendono al sommo loro pontefice, che non volle innanzi a lui abbassare l'orgoglio del sangue ottomano. Tenendo in capo il suo turbante, che gli Asiatici non sogliono mai deporre, e che risguardano come un simbolo della loro religione, attraversò la sala senza chinarsi, salì sul trono, ove stava Innocenzo, e lo abbracciò, toccando colle sue labbra la spalla destra del papa in segno di amicizia, piuttosto che di rispetto, lo che fece in appresso con tutti i cardinali. Il suo interprete disse al papa, che si rallegrava di trovarsi con lui, ma che avrebbe piacere di conferire seco più segretamente intorno ai comuni loro interessi. Il papa rispose confortandolo a darsi coraggio, poichè soltanto per il bene di Sua Nobiltà (titolo che la corte di Roma giudicò conveniente di dargli) era stato condotto in quella capitale[409]. Ma il maggior bene che Zizim doveva trovare in Roma, altro non era che una onorevole prigionia. Bajazette II pagava ogni anno prima al re di Francia, poi ad Innocenzo VIII, quaranta mila ducati per la pensione di suo fratello. Il godimento di quest'entrata non era stato l'ultimo de' motivi che aveano persuaso Innocenzo a domandare Zizim, comperando in certo qual modo l'assenso del gran maestro d'Aubusson col mandargli il cappello cardinalizio[410]. Pure Bajazette, non credendosi perciò sicuro della sorte di suo fratello, sebbene prigioniere, cercò i mezzi di farlo perire. Un gentiluomo della Marca d'Ancona, detto Cristoforo Macrino del Castagno, promise a Bajazette di avvelenare una fonte, dalla quale attignevasi l'acqua per le mense d'Innocenzo e di Zizim; il veleno non doveva manifestare i suoi effetti che dopo cinque giorni; ma il reo fu scoperto prima che dar potesse esecuzione al suo delitto, in maggio del 1490, e fu condannato ad orribile supplicio. Altri attentati simili furono egualmente prevenuti, e se non altro la vita di Zizim fu posta in salvo[411].

Non era difficile il trovare in Roma uomini apparecchiati a commettere così esecrande azioni; nè quella città aveva mai avuti tanti scellerati, nè era stata giammai travagliata da tanti delitti. Gli assassini camminavano a viso scoperto senza avere dato soddisfacimento nè alla famiglia di cui avevano versato il sangue, nè alla giustizia. Il papa, o i suoi ministri, loro vendevano bolle d'assoluzioni, colle quali le loro offese, e quelle di un determinato numero de' loro complici erano annullate; e quando rimproveravasi al vicecameriere questa venalità della giustizia, rispondeva parodiando le parole del Vangelo: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che paghi e viva[412].

Il cattivo esempio dato dal clero era così scandaloso, che Innocenzo VIII si vide costretto a rinnovare, il 9 aprile del 1488, una costituzione di Pio II, colla quale si vietava ai preti di tenere macello, alberghi, case di giuoco e di postribolo, o di fare per danaro il mezzano e l'agente delle cortigiane. Se dopo tre ammonizioni non abbandonavano una così vergognosa vita, il papa li privava del diritto dell'esenzione del foro secolare, e vietava loro d'invocare il beneficio del clero nelle cause criminali nelle quali potrebbero trovarsi compromessi[413].