Innocenzo VIII non aveva provveduta di principati la sua numerosa famiglia; ma avea diviso tra i suoi figliuoli le immense ricchezze della Chiesa, accordandone la maggior parte a Franceschetto Cibo, suo figliuol primogenito. Era questo Franceschetto, che, per ammassare più danaro, aveva renduta la giustizia così indegnamente venale. Aveva nel 1490 convenuto coi giudici del papa, che la corte apostolica non riceverebbe che il pagamento delle condanne al di sotto di cento cinquanta ducati, e che sarebbero a suo profitto tutte le maggiori di questa somma[414].
Per rendere ancora più ignominiosa la venalità della giustizia della corte di Roma, Domenico di Viterbo, scrivano apostolico, d'accordo con Francesco Maldente, fabbricarono false bolle, colle quali Innocenzo permetteva per danaro i più vergognosi disordini. Per altro la frode venne scoperta; furono imprigionati i falsarj e confiscati i loro beni, che produssero alla camera apostolica dodici mila ducati. I parenti de' colpevoli speravano tuttavia di sottrarli alla pena capitale. Maestro Gentile di Viterbo, medico, padre dello scrivano apostolico, offrì col mezzo di Franceschetto Cibo cinque mila ducati per salvare la testa di suo figlio: aveva offerto tutto ciò che possedeva. Ma il papa rispose, che, trovandosi compromesso il suo onore, non poteva fargli grazia a meno di sei mila ducati; e perchè non si potè trovare questa somma, i due falsarj furono giustiziati[415].
Quando gli scrittori contemporanei fanno un così odioso quadro della corruzione del clero, quando i medesimi papi prendono parte a tanti delitti, quando lo sregolamento de' loro costumi, o i figli naturali che essi arricchiscono coi tesori della Chiesa, più non sono oggetti di scandalo, accanto a delitti ancora più gravi, si sarebbe tentati di supporre che la religione avesse perduto ogni potere, e che i preti, che tuttavia l'invocavano, o i sovrani ed i popoli, che la mantenevano colle loro leggi, altro non fossero che sfrontati ipocriti, che facevano traffico del Cristianesimo pei loro privati interessi. Ma qualora si prendano ad esaminare più da vicino le passioni che agitavano l'Italia, o i pregiudizj che la signoreggiavano, si comprende bentosto che la religione nulla aveva perduto del suo impero, sebbene fosse stata interamente staccata dalla morale. La credenza che il papa ed i suoi prelati potevano soli disporre delle chiavi dell'inferno e del paradiso non si era indebolita; tuttavia universale era l'orrore che si aveva per ogni opinione d'indipendenza in materia di fede, perchè dannata come eretica; la giustizia di Dio, pervertita tra le mani degli uomini, più non era che la guarenzia della fede, non quella della probità e dell'onore.
Fu in questo depravato secolo, fu sotto il pontificato di Sisto IV, l'istigatore di tanti delitti, che l'inquisizione venne introdotta nella Spagna, e che questo sanguinario tribunale ricevette una legislazione assai più formidabile ed atroce, che non quella ond'era diretto tre secoli prima nella sua prima istituzione contro gli Albigesi. Dal 1478 al 1482 i tribunali stabiliti in Castiglia per esaminare la fede dei nuovi convertiti fecero bruciare due mila persone; altri prevenuti in assai più copioso numero perirono nelle prigioni; altri, e questi furono trattati con maggiore indulgenza, vennero segnati con una croce color di fuoco sul petto e sulle spalle, dichiarati infami, e spogliati d'ogni loro avere. I nuovi tribunali non perdonarono neppure ai morti; si estrassero le loro ossa dai sepolcri per essere bruciate, si confiscarono i loro beni ed i loro figli furono notati d'infamia. Coloro che avevano nelle loro famiglie il sangue di qualche Moro o di qualche Giudeo, fuggivano da quella terra di proscrizione, sicchè nella sola Andalusia rimasero deserte cinque mila case[416]. Cento settanta mila famiglie giudee, che formavano ottocento mila individui, furono scacciati dal territorio della Spagna; e non pertanto la maggior parte dissimulò la propria religione per conservare la patria, mentre altri moltissimi vennero dichiarati schiavi, e venduti al pubblico incanto[417].
«Questa severità nel punire gli apostati neofiti della razza giudea, dice l'annalista della Chiesa, Raynaldo, ottenne presso alla gente dabbene la più alta gloria ad Isabella, regina di Castiglia; altri però la calunniarono. Si diede voce che, non per vendicare le ingiurie dell'offesa divinità, ma per adunare dell'oro, e per accumulare ricchezze, procedevasi ne' giudizj con tanta severità. La stessa regina, avendo dato a conoscere di temere che quest'accusa non giugnesse alle orecchie del papa, Sisto IV scacciò dal suo cuore così ingiusto sospetto, ed applaudì alla di lei pietà colla sua lettera del 25 febbrajo 1483[418].»
Gli scrittori italiani del quindicesimo secolo, non meno che quelli del diciasettesimo, mai non parlavano di tali persecuzioni senza approvarne altamente la massima. I più moderati, i più umani contentavansi soltanto di biasimare le circostanze dell'esecuzione. Così Bartolommeo Senarega, storico di Genova, che vide trattenersi in quella città molte migliaja di giudei, e che fu commosso dai loro patimenti, ci offre nella sua narrazione un'adequata misura delle opinioni degli uomini i più filosofi e più tolleranti del secolo. «La legge del loro esilio, egli scrive, parve a prima vista lodevole, perchè tendente a conservare l'onore della nostra religione; ma in sè forse conteneva tanto quanto di crudeltà, qualora per lo meno vogliamo considerare i Giudei come uomini creati dalla divinità, non quali feroci belve. Non potevansi senza compassione osservare le loro miserie: molti di loro perivano di fame, in particolare i fanciulli ed i bambini lattanti; le madri, che potevano appena reggersi in piedi, portavano nelle loro braccia i bambini affamati e perivano assieme; molti soggiacevano al freddo, altri alla sete, l'agitazione del mare e la navigazione, cui non erano accostumati, aggravavano tutte le loro infermità. Io non dirò con quanta crudeltà ed avarizia fossero trattati dai loro condottieri. Molti vennero annegati dalla cupidigia dei marinai, molti costretti a vendere i loro figli, perchè non avevano onde pagare il noleggio; arrivarono a Genova in grosso numero, ma non fu loro permesso di trattenersi lungamente, perchè in forza di antiche leggi i Giudei viaggiatori non potevano rimanervi più di tre giorni. Pure si diede loro licenza di riparare le navi e di rifarsi per alcuni giorni dai patimenti della navigazione. Voi gli avreste creduti spettri; tanto eran magri, pallidi, cogli occhi sprofondati, e non distinguibili dagli estinti che pel movimento, sebbene si reggessero in piedi a stento. Molti di loro spirarono presso al molo, perchè questo quartiere, circondato dal mare, era il solo in cui fosse ai Giudei permesso di riposarsi. Non si avvertì a bella prima che tanti infermi e moribondi dovevano risvegliare il contagio; ma in primavera si manifestarono più ulceri, che non s'erano mostrate nell'inverno; e questa malattia, lungamente nascosta in città, fece nel susseguente anno scoppiare la peste[419].»
I preti non avevano risvegliato questo zelo persecutore soltanto nella Spagna; anche il clero d'Italia si sforzava di emulare nelle sanguinarie sue vendette con quello al di là de' Pirenei. Ogni anno facevasi circolare qualche nuova storia di un fanciullo cristiano rubato dai Giudei, e fatto lentamente perire sotto il coltello nel giorno di Pasqua, bevendo un dopo l'altro il suo sangue; e con queste terribili novelle si andava ispirando ai popoli lo stesso furore contro di loro[420]. A Firenze fra Bernardino d'Asti, francescano, predicò contro i Giudei una non piccola parte della quaresima del 1487. Raccomandò che si avesse cura di mandare tutti i fanciulli della città alla predica che intendeva di fare il 12 di marzo: e quando n'ebbe raccolti da due in tre mila, disse loro che gli aveva prescelti per essere i suoi soldati; ordinò loro di andare ad orare ogni mattina al santo Sagramento nella cappella della Chiesa, affinchè ispirasse agli adulti la santa risoluzione di scacciare i Giudei; dovevano perciò recitare un pater noster e tre ave Maria stando inginocchiati. Il susseguente mattino tutti questi fanciulli si affollarono infatti nella chiesa, e ne uscirono per mettere a ruba il quartiere de' Giudei. La signoria potè difficilmente trattenerli; volle ammonire il predicatore, il quale rispose che gli ordini di Dio erano superiori a quelli de' magistrati, e che niente potrebbe rimuoverlo dal dire sul pergamo tutto ciò che credeva conveniente alla salvezza del popolo. Convenne all'ultimo farlo uscire dalla città con grave scandalo dello scrittore, che lasciò memoria di quest'avvenimento[421]. Fra Bernardino andò a terminare la quaresima a Siena, ove cercò di ammutinare nella stessa maniera il popolo contro i Giudei[422].
In aprile del 1492 un Francescano, spagnuolo, tentò di eccitare in Napoli la stessa persecuzione contro i Giudei. Dopo avere invano esaurite tutte le fonti della sua eloquenza ed innanzi alla corte ed innanzi al popolo, tentò altresì di far parlare i morti; fece comparire l'ombra di san Cataldo, patrono della città di Taranto, che aveva vissuto nel quinto secolo; fece dissotterrare una cassetta, entro la quale aveva chiuse certe sue profezie scritte sopra lamine di piombo, nelle quali erano prenunciate la ruina del regno di Napoli e la vicina morte del re, se non si affrettava a cacciare i Giudei dal suo regno; e perchè Ferdinando non gli prestava intera fede, diffuse nella corte di Roma e per tutta l'Italia queste profezie, che furono bentosto spiegate colla espulsione della casa d'Arragona dal trono di Napoli[423].
Nello stesso tempo i tribunali ecclesiastici eccheggiavano di accuse di sortilegi; e lo spettacolo degli sventurati, che perivano tra le fiamme come maghi o come eretici, si faceva ogni dì più frequente[424].