I domenicani non volevano acconsentire che la civile autorità riconoscesse le loro sentenze, sebbene all'autorità secolare spettasse l'esecuzione delle medesime. Innocenzo VIII scriveva, il 30 di settembre del 1486, al vescovo di Brescia: «Nostro diletto figlio, frate Antonio da Brescia, inquisitore dell'eretica pravità in Lombardia, avendo condannati alcuni eretici dei due sessi, come impenitenti, ed avendo richiesti gli ufficiali di giustizia di Brescia di eseguire la sua sentenza, abbiamo udito con estrema sorpresa che gli ufficiali avevano ricusato di fare giustizia, e di eseguire i giudizj della santa inquisizione, se loro non facevasi conoscere il processo. In conseguenza vi commettiamo ed ordiniamo colle presenti, di ordinare ed ingiungere agli ufficiali secolari della città di Brescia, di dare esecuzione ai processi che voi avrete giudicati, senza appello e senza che siano altrimenti riveduti, nel termine di sei giorni dopo esserne stati legittimamente richiesti, sotto pena di scomunica, e di tutte le censure ecclesiastiche, che incorreranno per la sola disubbidienza, senza nuova promulgazione[425]

Così non fu nè la barbarie de' secoli di mezzo, nè un ardente ed entusiasta zelo, in un tempo in cui la religione riscaldava tutti gli animi, che accesero i roghi dell'inquisizione. Non fu nè meno la necessità di difendere la Chiesa contro i progressi de' novatori, come fu da taluno supposto. Le più furiose persecuzioni e le più implacabili, che macchiano la storia del clero, sono anteriori di quarant'anni alle prime prediche della riforma; esse sono contemporanee del più grande incremento delle lettere, della filosofia, della coltura dell'umana ragione, prima di quest'epoca memorabile; esse cominciano pure dall'istante in cui la corte di Roma era giunta all'estremo grado di corruzione, e sono la nuova e spaventosa conseguenza dei compensi, che questa stessa corruzione aveva fatto adottare ai credenti. Agli occhi di Sisto IV, d'Innocenzo VIII, di Alessandro VI, si cancellava la macchia del delitto pel rigore con cui si conservava la purità della fede. Bastava una persecuzione per lavare la vergogna di mille spergiuri, di mille impurità, di mille delitti. Coloro che in gioventù, o in matura età avevano ceduto alla forza del temperamento, o ai furori dell'ambizione e della vendetta, potevano di tutto ottenere il perdono, se negli estremi istanti della loro vita accendevano il rogo per i Giudei, per i Mori, per gli eretici. Questa spaventosa morale, dominante in Ispagna, predicata in Italia, sostenuta in tutta la cristianità dalle bolle dei papi, stendevasi rapidamente verso i paesi meno illuminati. Difficil cosa è il prevedere quale sarebbe stato il termine di questa spaventosa progressione, se la rivoluzione di una parte della Germania contro la tirannia di Roma non avesse, dopo una lunga lotta, costretti i papi a rinunciare a questa sanguinaria intolleranza, ch'era per loro diventata lo scopo unico della religione[426].

Il collegio de' cardinali, così zelante di mantenere la purità della fede, non ebbe appena notato lo spergiuro del capo della Chiesa, che, nel mese di marzo del 1489, Innocenzo VIII, in disprezzo de' suoi giuramenti, aggiunse sei nuovi cardinali al concistoro, sebbene questo collegio non si fosse ridotto al di sotto di ventiquattro membri; per lo contrario l'annalista ecclesiastico approva tale condotta, perchè le condizioni imposte dai cardinali, mentre la Chiesa era priva del suo pastore, sono dichiarate nulle da una costituzione d'Innocenzo VI. Ma lo stesso annalista Raynaldi, sempre così affezionato alla santa sede, disapprova che «con un vergognoso esempio di disprezzo per la disciplina ecclesiastica, Innocenzo VIII avesse nominato cardinale il figlio adulterino di suo fratello, ed il cognato ancora fanciullo del suo proprio bastardo[427].» La seconda di queste elezioni, che muove l'indignazione di così ortodosso scrittore della Chiesa, è quella di Giovanni, figliuolo di Lorenzo de' Medici, che fu poi Leon X. In fatti non aveva che tredici anni, e lo scandalo di dare alla Chiesa un principe così giovane era uno di quelli, contro i quali il giuramento d'Innocenzo VIII avrebbe dovuto metterlo in guardia. Per altro provò qualche vergogna di un'elezione disapprovata da molti membri del sacro collegio, ed impose per condizione al giovanetto Medici di non prendere l'abito della sua fresca dignità, e di non venire a Roma per sedere in concistoro prima che passassero altri tre anni, ed avesse compiuto il sedicesimo anno[428].

La stretta alleanza tra Lorenzo dei Medici ed Innocenzo VIII, conseguenza della debolezza del papa, veniva in tal modo ad innalzare sopra nuovi fondamenti la grandezza della casa de' Medici. Frattanto Lorenzo andava ogni dì più aggravando il giogo de' suoi concittadini: in principio del 1489 osò castigare con una ributtante insolenza il gonfaloniere Neri Cambi, che usciva allora di carica, per avere sostenuti i diritti della sua magistratura, ed ammoniti, senza avere prima consultato Lorenzo, alcuni gonfalonieri delle compagnie, che non si erano prestati a fare il loro dovere. Si trovò che tale condotta era troppo orgogliosa in faccia a Lorenzo, principe del governo, e questo nome di principe, fin allora sconosciuto ad una libera città, cominciò a pronunciarsi in Firenze[429].

La conseguenza di questo cambiamento fu di privare la storia di Firenze di ogni movimento e di ogni interesse. Tutta la politica della repubblica si concentrò nel gabinetto di Lorenzo de' Medici, e si trovò per conseguenza sepolta nel silenzio e nel segreto. I suoi encomiatori scrissero, ch'egli aveva mantenuto l'equilibrio d'Italia, che aveva dissuaso Innocenzo VIII dal muovere guerra a Ferdinando, dopo averlo scomunicato nel 1489, e dichiarato decaduto dal trono[430], che aveva impedito al duca di Calabria di prendere colle armi la difesa di Giovanni Galeazzo Sforza, suo genero, contro Lodovico il Moro, per ultimo che costantemente era stato il garante ed il mediatore della pace d'Italia. Quest'azione continua di Lorenzo dei Medici è possibile, non improbabile; ma non trovasene indizio negli storici fiorentini. Questa repubblica, centro in altri tempi di tutte le negoziazioni d'Italia, pareva che si andasse rendendo straniera a tutti i grandi interessi di questa contrada. I suoi annali sono vuoti. Scipione Ammirato passa rapidamente sui nomi di molti gonfalonieri senza contrassegnare la loro amministrazione con veruno avvenimento[431]. Anche gli altri storici passano quest'epoca sotto silenzio, più non si sentendo tirati a scrivere la storia, quando gl'interessi della patria più non erano quelli di ogni cittadino.

In questo universale silenzio richiama la nostra attenzione un avvenimento quasi domestico. Lorenzo de' Medici, sempre impegnato nel commercio ch'egli non esercitava personalmente, nè conosceva, lasciava i suoi affari nelle mani di commessi e di agenti stabiliti in varie piazze dell'Europa. Questi, risguardandosi quali ministri di un principe, si trattavano con ridicolo lusso, ed aggiungevano la negligenza alla prodigalità. Le immense sostanze che Cosimo aveva lasciate ai suoi nipoti furono dissipate da un lusso insensato; ma lungo tempo le obbligazioni de' ricevitori della repubblica cuoprirono il vuoto delle operazioni della banca. Tutte le entrate dello stato erano così distrutte, passavano in totalità nelle mani dei commessi della casa dei Medici, e venivano dissipate, come gli altri beni di questa casa, prima di essere riscosse. Giunse l'istante in cui tali ruinose operazioni non si poterono continuare, e giunse in mezzo alla pace, che avrebbe dovuto metter fine alle ristrettezze delle finanze della repubblica. Il 13 agosto del 1490, la signoria ed i consigli furono costretti a nominare una commissione di diciassette membri, onde ristabilire l'equilibrio tra le monete, le gabelle e tutte le finanze dello stato. Tale era la corruzione in cui caduta era questa nobile città, che questa commissione non si vergognò di disonorare la patria con un fallimento, per risparmiarlo alla casa Medici. Il debito pubblico, il di cui merito era fissato al tre per cento, si ridusse a non rendere che l'uno e mezzo, e, la diffidenza accrescendo ancora questa riduzione, i luoghi di monte, ossia le azioni di cento scudi, che prima di questo editto si vendevano a ventisette scudi, caddero ad undici e mezzo. Le pie istituzioni fatte dalla repubblica o da moltissime famiglie per pagare doti alle figlie che si maritavano, furono soppresse; e soltanto ne fu promesso il frutto dopo vent'anni, in ragione del sette per cento[432]. Poco dopo questi magistrati, che si facevano chiamare i Riformatori, screditarono le monete in corso, dichiarando che più non si riceverebbero nelle pubbliche casse, che colla perdita del quinto del loro valore. Intanto la signoria continuava ella stessa a darle in pagamento al corso plateale, onde questo scredito fu una fraudolente invenzione di accrescere di un quinto le entrate dello stato, senza che emanasse un'apposita legge dai consigli che potevano avere il diritto di stabilire le imposte[433]. Essendosi per tal modo salvata a spese della patria la fortuna di Lorenzo de' Medici, egli sentì quanto fosse imprudente consiglio il lasciarla ancora esposta in un ruinoso commercio, ed impiegò i capitali, che gli erano rimasti, nell'acquisto di vasti poderi[434].

Gli annali di Bologna, repubblica per tanti anni alleata di Firenze, e che aveva avuto in Italia quasi la stessa considerazione, erano egualmente senza interesse, dopo che un potente cittadino aveva abusato del credito acquistato con lunghi servigi dalla sua famiglia, impadronendosi di tutto il potere. Giovanni Bentivoglio occupava in Bologna, fino dal 1462, precisamente lo stesso grado, che Lorenzo de' Medici aveva a Firenze. Come Lorenzo, egli era circondato di artisti e di distinti letterati, che con un efimero splendore abbagliavano i Bolognesi intorno alla perdita della loro libertà. Come Lorenzo, aveva contratti parentadi con famiglie sovrane: Annibale, il primogenito de' suoi quattro figli, aveva sposata la figliuola di Ercole, duca di Ferrara[435]; Violanta, una delle sette sue figlie, sposò, nel 1480, Pandolfo Malatesta, signore di Rimini; ed abbiamo di già parlato dell'altra sua figlia Francesca, moglie del principe di Faenza, da lei assassinato. Come il Medici, anche il Bentivoglio dava ai popoli splendide feste, e loro presentava, in cambio dei perduti diritti, lo splendore e lo spettacolo di una corte: ornava, come egli, la sua residenza di sontuosi edificj, di palazzi e di chiese, unico argomento degli annali di Bologna[436]. Il Bentivoglio superava il Medici in virtù militari; poteva egli stesso comandare le sue armate; faceva fare ai suoi figli il mestiere di condottiere, ed egli non era costretto di fidarsi totalmente a braccia mercenarie, per difendere il suo stato; ma il Bentivoglio per molti altri rispetti era inferiore al Medici. Egli non aveva quel gusto, quell'eleganza, che fecero dimenticare nel Medici l'oppressore della repubblica fiorentina, per non ravvisare in lui che il protettore delle lettere. Al Bentivoglio mancavano però quella facilità di carattere, quella dolcezza nel privato conversare co' suoi famigliari, che guadagnarono a Lorenzo tanti illustri amici, la di cui testimonianza non lascia di fare illusione anche al presente.