Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo, perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].
Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco. Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini; gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di Genova[71].
Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de' patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo; Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri, ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti. La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi battuta in Cività Vecchia[72].
Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco. Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio, ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].
Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni, e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta; finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].
Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri. Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].
Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.
Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi chiamano i Monti di Brianza. Quand'ebbe fatto la metà del cammino, abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de' viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza, facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa. La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri non li liberava da ogni sospetto[77].