Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este, Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di non lasciarsi avviluppare[78].

Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani. Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano cinque miglia[79].

Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi, spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di Lodovico XII presso il clero di Francia.

Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente; aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].

Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta, unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa: la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83]. D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla tortura[84].

Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci, l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de' soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per intraprendere un assedio di tanta importanza[85].

I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto, abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi della difesa de' suoi sudditi[87].

Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de' nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior credito ed autorità che prima non aveva[89].