Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese, cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le mura della città.

Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata, o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più sopportabili[91].

Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata francese[92].

Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico, dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione. All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].

Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli, combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].

Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani; contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la consueta alterigia.

Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo. Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice, ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua vita[95].

Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere di assedio quella città[96].

Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso, senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].