Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si apparecchiavano a sostenere un assedio[98].
L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata pontificia passò ad assediare Mirandola.
Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria, o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa, tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati saccheggiassero la piazza[100].
Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato quanto abbisogna di tempo per dire un Pater noster, era preso.... Il papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101].»
Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in suo soccorso.
Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani, l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico, sebbene suo nemico[102].
Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono all'assedio di Ferrara[103].
Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina, che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il suo avanzamento[104].
Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali. Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì, minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de' suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio, per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese; che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto celatamente conoscere il desiderio[106].
Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro, ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi eseguire[107].