Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio. Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua neutralità[108].
Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia; e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa, perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore. Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].
Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria, implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua, mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].
Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie, il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate, disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].
Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive negoziazioni.
Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani, aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del loro solo alleato.
Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile. Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso progetto[113].
Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi, prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione, risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di Gurck[114].