L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria, pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de' Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini per conferire con loro[116].

Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla In cœna Domini. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia, che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].

Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per riconciliarli all'impero.

Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni, ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio della santa sede[119].

Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti, e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de' Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].

Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano, ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una grande battaglia[123].

Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio, dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.

Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento; ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna; egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de' loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi, difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco. Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna, di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione, di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che farebbero i Bolognesi[125].

Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato. Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava, vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva verun mezzo di farli ubbidire[126].

Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie non vollero ammetterli.