Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza, ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti per la sua guardia[127].

Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.

Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo, sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de' cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi. All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere; allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca, raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta, ottenuta senza combattere, la giornata degli asini. Vennero in potere dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].

Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato. La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo, ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara, approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella della regina Anna di Bretagna[130].

Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali, che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri. Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la pace[131].

L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo, scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti. Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi, ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo e nelle sue membra[133].

CAPITOLO CVIII.

Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia che si era ribellata.

1511 = 1512.