La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza, cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il 31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV, conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.

Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse. Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].

Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche, che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque mesi[135].

In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre 1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio, assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori della Scala, o co' Visconti[136].

All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza, Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della Francia[137].

Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa, cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo, sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].

Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati, egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e, siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime. Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de' nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].

Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20 gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente, fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della repubblica[140].

Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi che teneva nello stato di Pisa[141].