Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera, principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso, figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti gl'interessi di quello stato[142].

Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa, altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].

Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò, che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa sede[144].

Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio, invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro. Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di guastare senza pietà il territorio bolognese[145].

Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione, col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale. Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati, dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].

Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini, scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale, parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi co' suoi prelati.