Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].
Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di quei, che gli Spagnuoli chiamavano Ginetti ad esempio de' Mori, ed otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè, col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de' Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto mila fanti[175].
Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna, e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città. Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi le batterie[176].
Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].
Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia. D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].
Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours, informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille fanti[179].
La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria, la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima; ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].
Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo, facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].