Quando osserviamo atti di ferocia, ingiuste e vergognose violenze, macchiare le rivoluzioni colle quali i popoli servi tentarono di ricuperare la propria indipendenza, ci sentiamo spesse volte inclinati a supporre in queste nazioni un odio profondo, inveterato, implacabile contro i loro oppressori, a credere che l'abbiano saputo dissimulare finchè non si era presentata loro l'opportunità di scuotere il giogo, e che al presentarsi di favorevole occasione gli dessero libero sfogo. Sebbene l'odio, o lo spirito di vendetta annoverare non si possano tra i nobili sentimenti dell'uomo, una tal quale involontaria ammirazione si attacca a tutti i vigorosi affetti; la sola loro intensità eccita una specie di simpatia, e sonosi veduti talvolta uomini umani e filosofi scusare, e predicare perfino, quelle vendette popolari che loro sembravano acconce a ravvivare l'energia degli oppressi.

Per altro facevano quasi sempre soverchio onore ad una malvagia azione, attribuendola ad un nobile motivo. La ferocia de' popoli è d'ordinario il sintomo della viltà e della debolezza. L'odio che si manifesta con una così violente esplosione, nasce per l'ordinario solamente nell'istante in cui non si corre verun pericolo nel soddisfarlo. La è una delle cattive inclinazioni della natura, un'inclinazione che si manifesta in ogni occasione negli animali, ne' fanciulli e nel popolo ignorante, quella d'attaccare colui che sembra incapace di difendersi. I timidi uccelli opprimono col becco il compagno ammalato; i cani inseguono con furore l'uomo o l'animale che fugge; i fanciulli insultano l'idiota, lo scemo, che loro dovrebbe ispirare compassione; e la bassa plebe oltraggia con ogni specie d'insulti lo sciagurato esposto alla berlina, quantunque talvolta non ne conosca il delitto. Tostocchè le viene indicata come oggetto della sua collera una setta, un partito, una nazione, la plebe, senza esaminare i loro torti, senza neppure intenderne il nome, s'irrita, si agita e si porta agli estremi oltraggi, ai più sfrenati atti di ferocia, sebbene niun ragionevole motivo abbia potuto eccitare il suo risentimento. A stento un'armata che fugge può sottrarsi alla persecuzione di que' medesimi contadini, che prima della battaglia facevano voti perchè fosse vittoriosa.

I Francesi erano obbligati ad evacuare l'Italia; ognuno credette d'avere contro questi spossessati padroni i più legittimi motivi di malcontento, perchè ognuno volle far uso di tutto il potere che momentaneamente aveva, e perchè, esaltato dall'emozione che sempre comunica la moltitudine, suppose essere un suo proprio sentimento l'effetto delle grida e delle ingiurie che risuonavano alle sue orecchie. Pochi giorni prima l'armata spagnuolo-pontificia era stata sconfitta nella battaglia di Ravenna, ed i fuggitivi, attraversando di nuovo lo stesso stato del papa, erano stati spogliati, maltrattati, uccisi; gl'Italiani dai loro compatriotti, gli Spagnuoli da uomini, che ancora non avevano avuto tempo d'essere da loro vessati. Qualunque volta i Tedeschi erano perdenti nella Marca Trivigiana o nel Friuli, lo scatenamento de' contadini di quelle contrade, che tanto avevano sofferto, era lo stesso contro di loro. Venne la volta loro anche pei Francesi, quando meno se l'aspettavano, e furono esposti come i loro rivali a tutti i furori del popolaccio.

Le quattro straniere nazioni, che in allora guerreggiavano in Italia, avevano tutte dato prova d'insaziabile cupidigia e di terribile ferocia. Gli Spagnuoli, i Tedeschi, gli Svizzeri, i Francesi, non potevano per questo rispetto vicendevolmente nulla rimproverarsi. Soltanto i Francesi non aggiugnevano all'avidità, comune a tutti, l'avarizia degli altri. Tutto quanto si erano fatto dare, od avevano preso, abusando della vittoria, tutto dispensavano in appresso con mano liberale; e dopo pochi giorni si trovavano così privi di danaro, come prima del saccheggio. Nel seguire la vittoria, nel sacco d'una città, nel primo stabilimento de' loro quartieri, pareva che la loro rabbia mai non potesse saziarsi di sangue, e l'arroganza loro non risparmiava chicchessia; ma pochi giorni, e talvolta poche ore bastavano, per istringere domestichezza cogli abitanti presso cui si erano alloggiati: la sociabilità, che così eminentemente li distingue, e che per essi è un bisogno e quasi un istinto, loro faceva bentosto cercare ciò che poteva ravvicinarli ai loro ospiti; desideravano di dissipare sulla fronte loro il mal umore che li rattristava; cercavano di rendere qualche piccoli servigj a coloro che avevano maltrattati; lavoravano con loro intorno alla capanna che doveva tener luogo della casa ch'essi avevano bruciata, e bevevano insieme con tutta la famiglia il vino che aveano rubato nelle di lei cantine. Comunque non conoscessero la lingua de' loro ospiti, pure discorrevano con loro e sapevano indovinare ciò che non poteano capire. Se spesse volte davano motivo di gelosia agli amanti, ai mariti, ai genitori, non era altrimenti colla brutalità d'inesorabili vincitori, ma colle officiose attenzioni d'una militare galanteria.

Gli Spagnuoli, sobrj, taciturni, alteri, vendicativi, non abusavano meno de' Francesi dell'istante della vittoria; non perchè fossero come questi esaltati dalla frenesia delle battaglie, ma perchè rispettavano ancora assai meno la vita degli uomini, e non erano in verun modo sensibili all'altrui dolore. Il soldato spagnuolo quale si era mostrato il primo giorno, tale mostravasi ancora in appresso in tutte le relazioni che potevansi formare con lui. Egli aveva spogliato per avarizia, e quest'avarizia non veniva mai meno, andando sempre egualmente in traccia e di nuovi guadagni e di nuovi risparmj, sebbene talvolta lo stesso uomo spendesse per orgoglio e per sembrare magnanimo in una clamorosa circostanza ciò che aveva con gran pena ammassato in più anni. Quest'orgoglio mai non gli permetteva d'ammettere un forastiere a veruna famigliarità con lui; sempre si manteneva alla stessa distanza dalla famiglia de' suoi ospiti, e sebbene il suo idioma si avvicinasse in modo all'italiano da potere senza troppo studio intendere e apparare quello degli abitanti, mai non lo adoperava che per alcune frasi di cerimonia, cui avvezzava i suoi ospiti; egli loro insegnava i riguardi dovuti ad un senhor soldado, ma non si abbassava a conversare con loro.

Gli Svizzeri ed i Tedeschi, senz'essere considerati come uno stesso popolo, avevano tali rapporti gli uni cogli altri, che gl'Italiani non potevano assegnare un distinto carattere a questi formidabili ospiti. Gli Svizzeri, superbi de' loro prosperi successi negli ultimi vent'anni, avevano un più insolente contegno. Non accostumati a riconoscere verun superiore, più difficilmente degli altri si assoggettavano alla disciplina; e non avendo da lungo tempo militato che come soldati mercenarj, altro fine non vedevano nella guerra che quello di guadagnare danaro; ed a questo fine frequentemente sagrificavano la loro fede ed il loro onore. Altronde le due nazioni erano, a gara l'una dell'altra, feroci rispetto ai vinti, avide ed insaziabili nel saccheggio, ed avare per conservare ciò che avevano acquistato. Ambedue si abbandonavano allo stesso genere d'intemperanza; ed il diritto d'ubbriacarsi loro sembrava il più alto premio della vittoria. Affatto indifferenti pei popoli coi quali vivevano, senza curarsi di conoscerne i costumi o le opinioni, gli Svizzeri ed i Tedeschi, dopo le loro orgie, si abbandonavano ad un indolente riposo: essi non tentavano nè meno di farsi intendere dai loro ospiti, lasciandoli dubitare che potessero, come gli altri uomini, pensare, amare, sentire.

Ravenna fu la prima città in cui i Francesi furono vittima di quell'odio popolare che improvvisamente scoppiava contro di loro. Vero è ch'essi l'avevano crudelmente provocata col saccheggiarla nell'istante in cui i di lei magistrati sottoscrivevano la capitolazione. Giulio Vitelli, vescovo di Città di Castello, che aveva comandato nella fortezza di Ravenna, vi s'avvicinò con un corpo di truppe, quando seppe che l'aveva abbandonata La Palisse. I Francesi offrirono ancor essi di capitolare, ed il vescovo accordò loro un'onorevole capitolazione; ma riserbavasi d'usare odiose rappresaglie per la violazione della precedente capitolazione. Non curandosi della sua parola, abbandonò al popolaccio i quattro principali ufficiali della guarnigione, e permise in onta del suo carattere di vescovo e di luogotenente del papa, che fossero sepolti vivi sotto i suoi occhi in una fossa colla sola testa fuori della terra, e che si lasciassero colà perire in un lungo e crudele supplicio[259].

Nel tempo in cui i Francesi evacuavano la Lombardia, l'accanimento del popolo contro di loro si manifestò con eguale crudeltà. La feccia della plebaglia milanese trucidò tutti i soldati francesi ch'erano rimasti nelle loro caserme o ne' loro spedali dopo la partenza de' capi; attaccò in seguito le botteghe ed i magazzini de' mercanti francesi per saccheggiarle, e si dice che rimasero vittima del popolo furibondo mille cinquecento individui. Gli stessi orrori rinnovaronsi in Como subito dopo evacuata la città. I Francesi nella loro ritirata non potevano scostarsi dal grosso dell'armata; perciocchè tutti coloro che si disperdevano, e che più non erano in istato di difendersi, erano uccisi dai forsennati contadini; onde questa ritirata costò al loro esercito più soldati che una battaglia[260].

Credevano gl'Italiani che tanti oltraggi dovessero restar sempre impuniti: i Francesi altro omai non possedevano in Italia, che Brescia, Crema e Legnago, colle fortezze di Milano, di Novara, di Cremona e della Lanterna di Genova[261]. Altronde venivano occupati al di là dalle Alpi da una potente invasione. Mentre che l'ammiraglio Howard guastava le coste della Bretagna, il marchese di Dorset aveva, il 18 giugno, fatto uno sbarco nella Guipuscoa, ed avendo raggiunto Ferdinando con sei mila fanti inglesi, minacciava nello stesso tempo la Guienna e la Navarra. Non era presumibile che con tali nemici in su le braccia, Lodovico XII potesse, durante tutta la campagna, pensare alla Lombardia[262].

La sorte degli alleati della Francia non era diversa da quella de' soldati che si erano sbandati dall'armata. Il più esposto d'ogni altro era Alfonso d'Este, duca di Ferrara. Egli era stato perseguitato da Giulio II col più fiero accanimento; il suo stato trovavasi inondato da barbari soldati, esauste erano le forze, e perduta la speranza d'ogni esterno soccorso. In tale estremità egli si abbandonò all'amicizia ed alla riconoscenza di Fabrizio Colonna. Dopo aver fatto prigioniero questo generale nella battaglia di Ravenna, aveva costantemente ricusato di cederlo ai Francesi; per sottrarlo alle inchieste ed alle minacce di La Palisse l'aveva mandato a Ferrara, ed all'ultimo liberato senza taglia. Fabrizio chiamò in favore d'Alfonso tutta la sua potente famiglia, e persuase l'ambasciatore del re Cattolico ad intercedere per lui presso il papa, rappresentandogli che Alfonso era figliuolo d'una principessa d'Arragona[263]. Il marchese di Mantova interpose ancor esso i suoi buoni ufficj a di lui favore. Tanti intercessori chiedevano soltanto un salvacondotto pel duca di Ferrara, in forza del quale potesse andare a Roma a gettarsi ai piedi del papa per ottenere perdono. Fu accordato il salvacondotto, e l'ambasciatore d'Arragona con Fabrizio e Marc'Antonio Colonna guarentirono la libertà del duca.