Alfonso d'Este passò a Roma, apparecchiato a sottomettersi alle umiliazioni, nelle quali pareva omai soltanto riposta la conservazione della sua sovranità. Vi arrivò il 4 di luglio, ed il pontefice, contento di questo passo del duca, parve raddolcirsi verso di lui. Sospese le censure contro di lui pronunciate, ed acconsentì che gli fosse data l'assoluzione, non alle porte della Chiesa colla corda al collo, e dopo essere stato battuto con bacchette dal penitenziere, ma nel concistoro de' cardinali. Paride de Grassis, maestro delle cerimonie del papa, ne concertò con lui preventivamente le formalità, e convenne intorno a ciò che direbbe il duca, e che Paride scrisse in appresso nel suo giornale. «Beatissimo e clementissimo padre, gli disse Alfonso, gettandosi a' suoi piedi, io conosco veramente e confesso che ho peccato in molti intollerabili modi sia contro la divina Maestà, sia contro Vostra Santità, vicario di N. S. Gesù Cristo, e contro la santa sede apostolica; e ciò tanto più gravemente, che io stesso ed i miei antenati e fratelli ne avevamo ricevuti i più grandi beneficj; perciò mi trovo pieno di pentimento e di dolore per essermi renduto colpevole d'ingratitudine verso Vostra Santità, e per averle fatto ingiuria.» Dopo aver pronunciate queste parole doveva piangere e sparger lagrime, poi ripigliare così: «Per tal cagione io mi prostro supplicante ai piedi di Vostra Beatitudine, ed abbraccio le sue ginocchia, implorando la mia grazia per la divina misericordia, e la pietà della Santità Vostra. Prometto che in avvenire non commetterò verun mancamento contro Vostra Santità, e mi dichiaro apparecchiato ad espiare quelli che ho commessi, sopportando nella mia persona, nel mio principato, nella mia fortuna, tutte le pene che Vostra Santità vorrà infliggermi nella sua misericordia.» Il papa, rispondendo, riepilogò in un lungo discorso tutti i delitti d'Alfonso d'Este; gli rinfacciò di non umiliarsi anche in allora che per forza, ma terminò coll'assolverlo[264].
In appresso furono nominati da Giulio II sei cardinali per conchiudere con Alfonso il trattato di pace; ma pochi giorni dopo costoro dichiararono che il papa aveva determinato di far rientrare Ferrara sotto l'immediato dominio della Chiesa. Soltanto, siccome Giulio pretendeva che tutto il paese posto a mezzogiorno del Po appartenesse alla santa sede, desso contava di farsi restituire la città d'Asti, occupata dai coalizzati, e di darla ad Alfonso in compenso dell'antico ducato. Questa proposizione fu pel duca di Ferrara un colpo di fulmine: vi ravvisò la malizia d'Alberto Pio, conte di Carpi, suo personale nemico, ed uno de' privati consiglieri del papa. Seppe bentosto che Reggio aveva aperte le porte alle truppe della Chiesa, e che la Garfagnana era stata conquistata dal duca d'Urbino: temette che Ferrara, di cui aveva affidata la guardia al cardinale Ippolito, suo fratello, fosse attaccata in tempo della sua assenza, e domandò il suo congedo per tornare a casa sua. Il papa lo ricusò con isdegno; ma l'ambasciatore d'Arragona ed i Colonna dichiararono che non soffrirebbero in verun modo che si abusasse del loro nome per sedurre il loro raccomandato, e violare una parola di cui si erano dichiarati essi garanti. All'indomani Fabrizio e Marc'Antonio Colonna condussero Alfonso alla vicina porta di san Giovanni di Laterano; e sebbene vi fosse stata posta doppia guardia, essi la forzarono, e condussero armata mano il loro ospite al proprio castello di Marino, di dove trovarono poi modo di farlo passare ne' suoi stati[265].
La santa lega provava di già la sorte di tutte le confederazioni. I suoi membri si erano creduti d'accordo, quando non trattavasi che di difendersi, ma non avevano prevedute le conquiste che la fortuna poneva nelle loro mani; i prosperi avvenimenti avevano fatto germogliare una nuova ambizione in petto a tutti gli alleati. Il papa, prima d'ogni altro, aveva, sotto certi rispetti, rotto il legame dell'associazione, occupando Parma e Piacenza; egli così violava i diritti riclamati dall'imperatore sopra tutta la Lombardia, e quelli del nuovo duca di Milano, Massimiliano Sforza, che la lega aveva promesso di rimettere sul trono, e quelli dei popoli, che vedevano con rincrescimento lo sfasciamento in piccole parti del loro antico ducato. Il papa, per giustificare l'inaudita estensione che voleva dare all'esarcato di Ravenna, comprendendovi tutti i paesi posti a destra del Po, pretese che la loro subordinazione alla Chiesa aveva durato fino al 1272; pure in quest'epoca, ch'egli stesso indicò al suo maestro delle cerimonie[266], non era in Lombardia accaduto verun fatto che cambiasse o ristringesse il potere del papa; soltanto il vicariato dell'Impero, che la Chiesa romana pretese d'esercitare in tempo del lungo interregno che tenne dietro alla morte di Federico II, e che terminò nel 1273 colla elezione di Rodolfo d'Apsburgo, lasciò forse negli archivj della Chiesa alcune confuse memorie, che Giulio II suppose comprovanti il diritto di sovranità[267].
Le pretese di Massimiliano non erano meno di quelle del papa contrarie alle precedenti convenzioni passate tra i confederati. Questo vano monarca, che mai non aveva misurati i suoi progetti colle sue forze, e che, dopo la conchiusione della lega di Cambrai, mai non aveva soddisfatti i suoi obblighi in veruna delle guerre nelle quali aveva strascinati i suoi alleati, non voleva, mutando partito, rinunciare a veruna delle speranze che aveva una volta concepite. Egli era entrato nella lega de' Veneziani, ma senza rinunciare alla pretesa che questi gli abbandonassero tutti i loro stati di terra ferma: altronde egli non voleva restituire a Massimiliano Sforza, suo cugino, il ducato di Milano, ch'era stato per lui conquistato. Ma gli Svizzeri, che occupavano tutt'intero questo ducato, e Giulio II, che voleva scacciare dall'Italia i barbari di qualunque nome, insistevano per lo ristabilimento dello Sforza sul trono de' suoi maggiori[268].
Raimondo di Cardone aveva nuovamente adunata l'armata spagnuola ai confini del regno di Napoli, e voleva avanzarsi in Lombardia per far vivere le sue truppe a carico di que' paesi, e per avere maggiore influenza nella ripartizione degli stati occupati dalla santa lega. Perciò chiedeva al papa ed ai Veneziani di pagargli i sussidj di quaranta mila ducati al mese, che si erano obbligati di corrispondergli finchè i Francesi fossero scacciati da tutta l'Italia, e pretendeva che non si potessero dire scacciati finchè le loro guarnigioni occupavano Brescia, Crema e molte altre piazze. Dall'altro canto il papa ed i Veneziani non desideravano di tirare in quelle province una nuova armata, o di caricarsi di così ragguardevole dispendio. Intanto gli Svizzeri continuavano a mettere a contribuzione il ducato di Milano. Essi avevano persuaso Carlo III, duca di Savoja, a sottoscrivere con loro a Bade nel mese di maggio un'alleanza difensiva per venticinque anni, e ne approfittavano per istaccarlo interamente dalla Francia e dal marchese di Saluzzo[269]. I Veneziani, senza partecipazione dei loro alleati, fecero alcuni tentativi contro Crema e Brescia, che non ebbero effetto. Gli alleati si accusavano a vicenda, e si lagnavano gli uni degli altri; e l'universale diffidenza annunciava il prossimo scioglimento di una lega cui inaspettati successi non permettevano di conservarsi unita.
Soltanto in una cosa i confederati sembravano consentire, cioè nell'abusare della superiorità delle loro forze contro la repubblica fiorentina. Eppure questa non aveva offeso veruno di loro; non aveva mancato a nessuno de' suoi obblighi, ed altri soccorsi non aveva dati al re di Francia che quelli cui erasi obbligata con un trattato negoziato di concerto con Ferdinando il Cattolico: altronde ella si era scrupolosamente confermata, con tutte le altre potenze, ai doveri di buon vicinato; ai soldati fuggitivi dell'armata rotta a Ravenna aveva accordato un asilo, invano da' medesimi cercato negli stati del papa. Vero è che la di lei politica era stata timida e vacillante. Per timore d'attirare sopra di sè l'attenzione delle altre potenze e di compromettersi, non erasi unita con tutte le sue forze ai Francesi; non gli aveva nè pure abbandonati, accettando le proposizioni del re d'Arragona, nè aveva cercato di far rispettare la sua neutralità ponendosi in istato di difesa. Erasi conservata neutrale senza che veruno gli sapesse buon grado della sua neutralità. Ma la sorte d'uno stato debole il più delle volte è affatto indipendente dai suoi prudenti o mal accorti consiglj; il risentimento di Giulio II, le pratiche dei Medici e la cupidigia dei generali influirono assai più nella ruina di Firenze, che la politica del Soderini.
Il papa e l'imperatore, facendo sentire alla repubblica il loro scontento, parvero offrirle sì l'uno che l'altro una via per sottrarsi al turbine. Il papa le mandò in luglio il suo Datario per chiederle di deporre il Soderini, d'unirsi alla santa lega contro i Francesi, e di richiamare tutti gli esiliati, offrendole a tale prezzo di ridonarle la sua amicizia. Dopo tre giorni di deliberazioni, i consiglj di Firenze ricusarono di assoggettarsi a queste condizioni[270]. D'altra parte Matteo Lang, vescovo di Gurck, e segretario di Massimiliano, che veniva a rappresentare il suo padrone in un congresso delle potenze della lega convocato a Mantova, offeriva ai Fiorentini di prenderli sotto la protezione imperiale mercè una contribuzione di quaranta mila fiorini; ma conoscendo questi quanto potevano fare poco fondamento sulle promesse dell'imperatore, non seppero risolversi a privarsi del loro danaro per acquistare una così debole garanzia[271].
Frattanto i Fiorentini spedirono il giureconsulto Vittore Soderini, fratello del gonfaloniere, alla dieta di Mantova per difendere i loro interessi, e farli comprendere nella universale pacificazione. Giuliano de' Medici, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, si presentò alla stessa dieta, per domandare il ristabilimento della sua famiglia in Firenze. Il suo esilio, e tutte le sue sventure, egli disse, erano l'opera de' Francesi; non potevasi perciò dubitare dell'attaccamento della casa Medici al partito dell'imperatore e della Spagna, nè per conseguenza di quello dei democratici fiorentini ai Francesi; e se le armate della lega abbisognavano di danaro, i Medici ne saprebbero ragunare a Firenze assai più per compiacere i loro amici, che non poteva offrirne il partito popolare per calmare i suoi nemici. In fatti il danaro era il solo convincente argomento sullo spirito degli alleati. Raimondo di Cardone trovavasene affatto sprovveduto; aveva fatto avanzare l'armata spagnuola fino a Bologna, ma questa ricusava di andare più in là se non era pagata. Massimiliano desiderava che entrasse in Lombardia per contenere gli Svizzeri e spaventare i Veneziani; ed ambidue avrebbero preferito il danaro contante de' Fiorentini alle lontane promesse dei Medici. Si fece di nuovo sentire a Gian Vittore Soderini, che per quaranta mila fiorini poteva salvare la repubblica; ma invece di appigliarsi rapidamente a questo partito, egli si credette obbligato a giustificare la sua patria, a provare che nulla doveva, e che non aveva commesso verun fallo: si lasciò fuggire l'occasione, e la dieta risolse di far marciare l'armata spagnuola ed il cardinale de' Medici, legato di Toscana, sopra Firenze, per mutarne il governo[272].