Una mal intesa economia, ed il timore di richiamare sopra di loro l'attenzione de' vicini, avevano impedito ai Fiorentini d'armarsi nel momento in cui le violenti convulsioni che provava l'Italia ne faceva loro un dovere di prudenza. Essi avevano somministrati trecento uomini d'armi al re di Francia, parte de' quali trovavansi in allora chiusi in Brescia, mentre gli altri, svaligiati dai Veneziani, tornavano scoraggiati, e perciò soli dugento allora ne rimanevano loro, i di cui capi non avevano veruna riputazione. Le milizie dell'ordinanza non avevano nè disciplina, nè pratica di guerra, nè confidenza in sè medesime. Si erano sollecitamente assoldate alcune migliaja di fanti stranieri; ma perchè non si aveva avuto tempo di sceglierli, non potevano stare a fronte di quelli de' Veneziani o del papa, meno ancora dei Tedeschi e degli Spagnuoli[273].
Nè le forze con cui il vicerè don Raimondo di Cardone andava ad attaccare i Fiorentini erano molto ragguardevoli. Egli non aveva che dugento uomini d'armi, due cannoni presi a Bologna e veruno degli equipaggi necessarj ad un'armata. Ma il Cardone contava nella sua cinque mila di quegli Spagnuoli che avevano così ostinatamente combattuto a Ravenna, e dopo avere distrutta una considerabile parte della fanteria tedesca e francese, eransi gloriosamente ritirati senza cedere alle cariche ripetute di tutta la cavalleria vittoriosa. Nell'attraversare gli Appennini con questa piccola armata il vicerè non trovò verun ostacolo[274]: giunto a Barberino, lontano quindici miglia da Firenze, mandò a dichiarare ai Fiorentini, che non era intenzione sua, nè della lega, d'attaccare le loro proprietà, le loro leggi o la loro libertà; che non domandava che due cose, l'allontanamento dei gonfaloniere Soderini, ch'era sospetto a tutti i confederati, e l'accettazione de' Medici in Firenze, non come principi, ma come semplici cittadini[275].
Il gonfaloniere in tempo della sua amministrazione aveva date frequenti testimonianze della moderazione del suo carattere e del suo amore per la libertà; ma non aveva egualmente fissata la stessa opinione rispetto a quella risolutezza e fermezza di carattere, che nelle difficili circostanze sono necessarie ai capi dello stato. Adunò il gran consiglio per fargli parte delle domande de' nemici, e dichiarò, che lungi dal volere che per la sua difesa si esponesse la repubblica, era apparecchiato non solo a sagrificare la sua dignità, ma la libertà e la vita per la salvezza della medesima: invitò soltanto i suoi concittadini a considerare, se potrebbero contenere sotto l'autorità delle leggi i Medici ricondotti in Firenze da un'armata straniera; e nel supposto che ne conoscessero l'impossibilità, li supplicò a non risparmiare nè le loro sostanze, nè il sangue de' soldati, nè quello de' cittadini, per salvare la loro libertà, il più prezioso di tutti i beni. «Niuno di voi si persuada, aggiunse egli, che i Medici siano adesso per governare come avanti la loro cacciata. Allora erano essi stati allevati in mezzo di noi, come cittadini, in privata condizione; grandissime erano le loro ricchezze, niuno gli aveva offesi, ed essi contavano sull'universale benevolenza. Essi associavano ai loro consiglj i principali cittadini, e lungi dal volere far pompa della loro potenza, si sforzavano di coprirla sotto il manto delle leggi. Ma oggi che da tanti anni vivono fuori di Firenze, che contrassero nuove straniere costumanze, che mal conoscono quelle della nostra patria, che d'altro non si ricordano che dell'esilio e dei rigori contro di loro esercitati, oggi che la personale loro ricchezza è distrutta, che sentonsi offesi da tante famiglie, che sanno che la maggior parte, e quasi la totalità della nazione, ha in orrore la tirannide, più non potranno fidarsi ad alcuno. La povertà ed il sospetto li renderanno proclivi a tutto riferire a sè medesimi, a sostituire in ogni cosa la forza e le armi alla benevolenza ed all'amore, di modo che questa città si troverà in breve tempo ridotta alla condizione di Bologna ne' tempi de' Bentivoglio, a quella di Siena o di Perugia. Ho voluto richiamare tutte queste cose a coloro che danno così smisurate lodi al governo di Lorenzo de' Medici: era ancora quella una tirannide, ma più dolce assai di tutte le altre; ed a petto di quella che ci viene minacciata, sarebbe un'età dell'oro. Oramai s'aspetta a voi il risolvere con prudenza, mentre che le mie parti saranno o di rinunciare con costanza e con gioja a questa magistratura, o se voi giudicate altrimenti, di coraggiosamente provvedere alla conservazione ed alla difesa della vostra patria[276].»
L'inquietudine che cagionava l'avvicinamento dell'armata spagnuola, e più ancora lo stato ostile di tutta l'Europa, disponeva tutti i cittadini a porgere orecchio alle moderate proposizioni fatte dal vicerè; ma quando si fecero a riflettere allo stato in cui troverebbesi la repubblica, perdendo il suo capo appunto nell'istante medesimo in cui la città sarebbe obbligata di ricevere entro le sue mura ambiziosi esiliati, che ravviverebbero le pretese di tutto un partito; quando pensarono che l'armata nemica, introdotta dai Medici nel seno della loro patria, sarebbe sempre ai loro ordini per ischiacciare ogni libertà; che gli stranieri desideravano il consolidamento della tirannide, affinchè desse ai nuovi principi il diritto di levare più ampie contribuzioni, ed in appresso di prodigar loro i tesori de' Fiorentini, tutti i Fiorentini sentirono un'eguale avversione per le proposizioni del vicerè. Il grande consiglio si divise in sedici sezioni, sotto la presidenza di sedici gonfalonieri di compagnia, e dopo una lunga deliberazione tutte le sezioni unanimamente dichiararono che acconsentirebbero al ritorno de' Medici, purchè soltanto il gonfaloniere rimanesse alla testa dello stato, e che non si facesse mutazione nel loro governo o nelle loro leggi[277].
Frattanto il vicerè era giunto sotto Prato: i Fiorentini avevano posto in quella città il condottiere Luca Savelli, che invecchiando tra le armi non vi aveva acquistata nè esperienza, nè riputazione; egli aveva sotto il suo comando cento uomini d'armi di quegli svaligiati in Lombardia, e due mila fanti quasi tutti presi nell'ordinanza o milizie di campagna. Non si aveva avuto tempo di provvedere la città di munizioni di bocca, e di artiglieria; ma non pertanto credevasi in istato di sostenere l'attacco degli Spagnuoli, e di fare una vigorosa resistenza. Il Cardone giunse in faccia alla porta di Mercatale, e cercò di sfondarla colla sua artiglieria, o di atterrare la vicina muraglia; ma da questo lato le fortificazioni si trovavano in buono stato, e dopo poche ore gli assalitori cessarono di far fuoco, riconoscendone l'inutilità[278].
Il vicerè non era totalmente persuaso che fosse vantaggioso al suo re il ristabilimento dei Medici a Firenze; onde il suo principale oggetto era quello di atterrire i Fiorentini, per ridurli al pagamento di una contribuzione: offrì dunque nuovamente di trattare, ma a condizione che fossero somministrate le vittovaglie alla sua armata, finchè continuerebbero le negoziazioni, perchè la campagna era deserta, ed i contadini avevano trasportati i raccolti nelle terre murate. O sia che in quest'occasione il gonfaloniere si rendesse più ardito che non comportava l'abituale suo carattere, lusingandosi che la mancanza dei viveri forzasse quest'armata a ritirarsi, o sia che avesse malamente provveduto al trasporto delle vittovaglie al campo spagnuolo, il fatto sta che gli Spagnuoli cominciarono bentosto a provare la fame, e i soldati impazienti di soffrire ricominciarono i loro attacchi contro Prato, ov'erano certi di trovare abbondanti viveri. Nella notte del 29 al 30 cambiarono gli alloggiamenti e vennero ad accamparsi innanzi alla porta del Serraglio, ove aggiustarono di nuovo i loro due cannoni in batteria. Nelle prime scariche uno si ruppe, e continuarono a battere le mura con un solo. In poche ore vi fecero una breccia larga venti piedi, molto alta dal suolo, ma alla quale per altro un rialto di terra attiguo al muro ne agevolava l'ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono su quest'apertura, ed uccisero due fanti che vi stavano di guardia; ciò bastò per atterrire tutti gli altri; e sebbene vi fosse al di là del muro un corpo di fucilieri e di uomini armati di picche, i quali avrebbero potuto difenderlo con estrema facilità, non appena videro gli Spagnuoli sulla breccia, che cominciarono tutti a fuggire.
I vincitori, sorpresi da tanta viltà, entrarono in Prato da ogni banda, e fecero bentosto sentire ai fuggitivi quanto la paura sia peggiore consigliere che il coraggio. Appena qualche centinajo di loro sarebbero periti sostenendo anche il più sanguinoso assalto, mentre la fuga li diede quasi tutti in preda alla morte senza difesa. In quest'occasione gli Spagnuoli vinsero di lunga mano in crudeltà gli oppugnatori di Brescia e di Ravenna. La maggior parte degli storici porta a cinque mila il numero di coloro che senza combattere, senza difendersi, senza avere provocato, furono inumanamente uccisi: tutte le case, tutte le chiese vennero saccheggiate con eccessivo rigore; e gli abitanti, spogliati d'ogni cosa, furono inoltre assoggettati ad orrende torture, onde i loro amici e parenti, mossi a compassione, si ridussero a redimerli. Soltanto la cattedrale, dove si erano rifugiate molte donne, fu sottratta a questi orrori da una salvaguardia che aveva per quella chiesa ottenuta il cardinale de' Medici[279].
La notizia della presa e dell'uccisione di Prato empì Firenze di spavento e di costernazione. Stavano adunati in città sedici mila uomini dell'ordinanza; ma i loro compagni avevano data una tale prova di viltà, che non potevasi riporre in loro la più leggiere speranza. La grande maggiorità de' cittadini non desiderava un cambiamento, ma mancava d'ogni coraggio militare; non si sentiva abbastanza forte per respingere il nemico, e non voleva esporre la capitale alle sciagure di Prato. Il vicerè non aveva rotta ogni negoziazione; ma essendosi sottratto al bisogno, ed avendo trovati in Prato danari e viveri in abbondanza, aveva ingrandite assai le sue pretese, e non chiedeva meno di cento cinquanta mila fiorini. Tutta la città trovavasi in uno stato di terribile fermento; la signoria era scoraggiata e lo stesso gonfaloniere, che più non dissimulava il suo terrore, aveva offerto di abdicare[280].
In questi frangenti, venticinque in trenta giovani delle più illustri e ricche famiglie di Firenze, che da lungo tempo avevano costume di adunarsi negli orti, diventati per essi famosi, di Bernardo Rucellai, onde intrattenervisi intorno alle cose delle lettere e delle arti, risolsero di procedere essi medesimi a mutare il governo; o perchè risguardassero l'intera libertà de' loro antenati come contraria al loro gusto per la poesia e pei godimenti del lusso, o perchè, giudicando necessario di cedere dolcemente alla burrasca, volessero, dirigendo essi la rivoluzione, salvare il gonfaloniere. Essi erano ben persuasi, che, se non venivano assecondati dai loro concittadini, non troverebbero neppure presso di loro opposizione. Erano alla loro testa Bartolommeo Valori, che aveva sposata la nipote del Soderini, e che veniva da lui risguardato come suo genero, Paolo Vettori, Anton Francesco degli Albizzi, i Rucellai, Capponi, Tornabuoni e Vespucci, che quasi tutti avevano strette relazioni colla famiglia del Soderini e co' suoi aderenti[281].