Ma Francesco primo contava meno sopra i suoi alleati che sulle proprie forze della Francia, e sull'entusiasmo con cui questa apparecchiavasi a secondare il suo giovane re nella prima di lui impresa. Volendo Francesco cancellare la vergogna delle sconfitte di Novara e di Guinegattes, ragunava la più poderosa armata che fin allora fosse stata condotta in campagna da un re di Francia. Riunì nel Delfinato duemila cinquecento lance francesi, il fiore di tutta la nobiltà francese; e perchè la gelosia di questa casta teneva in Francia disarmato il terzo stato e lontano da ogni militare esercizio; e perchè d'altra parte le ultime guerre avevano fatta sentire la decisiva importanza dell'infanteria, quand'essa presentava o la massa impenetrabile e coperta di picche degli Svizzeri, o l'agilità unita alla costanza degli Spagnuoli; Francesco I si procurò ventidue mila Landsknecht per far testa agli Svizzeri, e dieci mila Baschi da opporsi agli Spagnuoli. Erano i primi sotto il comando del duca di Gueldria, del capitano Tavannes, la di cui gente, che ammontava a sei mila uomini, chiamavasi la banda nera, del duca di Suffolck, del conte di Volff-Brandeck, e di Michele di Openberg[397]. L'avarizia di Ferdinando, che mai non aveva voluto pagare la taglia del suo illustre capitano Pietro Navarro, fatto prigioniero nella battaglia di Ravenna, somministrò ai Francesi un eccellente capo per formare l'infanteria basca. Il Navarro, stanco di così lunga prigionia, restituì a Ferdinando tutti i feudi che aveva da lui ricevuti, entrò al servigio della Francia, e levò parte nel Bearn e parte nel Delfinato i dieci mila uomini, cui egli diede la forma, la disciplina e le armi colle quali la sua fanteria spagnuola erasi lungo tempo distinta[398].
Raimondo di Cardone, dopo di avere minacciato il Vicentino, e forzato a rinculare Bartolommeo d'Alviano, che aveva dal senato ricevuto espresso ordine di non esporsi a formale battaglia, aveva ricondotta a Verona l'armata spagnuola. Giuliano de' Medici, che suo fratello Leon X aveva nominato gonfaloniere della Chiesa, adunava tra Piacenza e Reggio un'armata composta di truppe pontificie e di truppe della repubblica fiorentina. Finalmente gli Svizzeri si affrettavano soli di prevenire i Francesi, occupando i passi delle Alpi. Avevano stabilito il loro quartiere generale a Susa, ove tenevano di già un'armata di oltre venti mila uomini, la quale custodiva le aperture delle due valli d'Exiles e della Novalese, con tutte le gole del monte Cenisio e del monte Ginevra[399].
D'altra parte l'armata di Francesco I occupava le spalle delle stesse Alpi nel Delfinato, tra Grenoble e Briançon. Il passaggio del monte Ginevra, pel quale i Francesi erano nelle precedenti guerre scesi in Italia, veniva loro chiuso: ed il re giudicava impossibile di sforzare gli Svizzeri in anguste gole, ove la sua cavalleria non poteva agire, e dove il più piccolo ritardo avrebbe esposta la sua armata a perire di fame. In tale stato di cose il maresciallo Trivulzio s'addossò il carico di visitare le montagne, per informarsi da tutti i pastori intorno alle strade per le quali l'armata francese potrebbe passare e prendere alle spalle l'armata svizzera; s'attenne in ultimo a quella, che, dalle rive della Duranza, conduce per Guillestre e per l'Argentiera alle sorgenti della Stura, ed ai piani del marchesato di Saluzzo[400].
Già era il 10 d'agosto, e più non si vedevano nevi nelle gole delle montagne che si dovevano attraversare coll'artiglieria; ma verun'armata non aveva fin allora penetrato in così alpestre valli, sconosciute perfino dai condottieri di merci, e praticate solamente da alcuni cacciatori di camozzi. L'intrapresa di condurvi un treno d'artiglieria, tutti gli uomini d'armi francesi, e trenta mila pedoni, doveva dunque sorprendere l'immaginazione. Da Grenoble l'armata erasi recata ad Embrun per Vizille e la Mura. Colà provvedutasi di vittovaglie per cinque giorni, penetrò nelle montagne pei villaggi di san Clemente e di Crispino. Aveva lasciato a sinistra il monte Genievre, guadata la Duranza, e trovata la sua prima stazione a Gilestre. Di là fu d'uopo aprirsi col ferro una strada a traverso alla rupe di san Paolo, che chiudeva il passaggio: questo si eseguì il secondo giorno, e l'armata andò a passare la notte a Barcellonetta. Il terzo giorno si doveva valicare la catena centrale delle Alpi, quella che, tra Barcellonetta e l'Argentiera, divide le acque che scendono nel Rodano da quelle che vanno nel Po. Qua e là dovevansi far saltare degli scogli per aprirsi la via, o gettar ponti a traverso ai precipizj, o innalzare sull'erta delle montagne lungo i precipizj delle gallerie di legno. Settantadue grossi pezzi d'artiglieria dovevano passare per questa strada colla colonna centrale dell'armata, la cavalleria pesante e gli equipaggi; ed in oltre due mila cinquecento pontonieri e zappatori, raccolti in corpo e pagati come la fanteria, i quali dovevano aprire le strade; ma lo zelo dei semplici soldati era ancora più efficace; essi strascinavano l'artiglieria invece dei cavalli, e mostravano altrettanta avvedutezza e destrezza che coraggio per superare le inudite difficoltà che loro opponeva la natura. La terza stazione dell'armata fu ne' villaggi di Larchia e di Ehergia. L'armata era omai giunta nella valle della Stura; ma la montagna di Piè di Porco gli chiudeva tuttavia il passaggio: essa la superò il quarto giorno, ed il quinto si trovò in Lombardia nelle pianure del marchesato di Saluzzo[401].
Mentre la colonna del centro teneva questa strada, continuamente lottando con pericoli e con difficoltà che verun altro generale non aveva per anco tentato di superare, altre divisioni dell'armata tenevano le strade della Dragoniera, di Rocca Perotta e di Cuneo, senza mai scontrarsi negli Svizzeri, che con tanto vantaggio avrebbero potuto vietarne il passaggio.
Con una di queste divisioni La Palisse era stato incaricato di portarsi da Briançon a Villafranca, e di là per Sestrieres alle sorgenti del Po. Egli formava in tal modo l'ala sinistra di tutta l'armata francese, e siccome colui che trovavasi più vicino agli Svizzeri, era altresì quegli che più particolarmente copriva l'artiglieria. Bajardo, Humbercourt e d'Aubignì camminavano con questa divisione. Bajardo ebbe avviso che Prospero Colonna, capitano generale del duca di Milano, aveva il suo quartiere a Carmagnola, alle falde di quelle stesse montagne, e seppe inoltre che, sebbene la strada di Rocca Sparviera non avesse mai veduti cavalli, era non pertanto praticabile. Bajardo e La Palisse risolsero di sorprendere il generale nemico. Al Colonna riuscì in quest'occasione dannoso il suo circospetto carattere; perchè non potè credere possibile ciò ch'egli medesimo non avrebbe osato di tentare. Infatti egli non aveva verun sospetto dell'avvicinamento de' Francesi; pure era partito da Carmagnola per Pignerolo la mattina medesima del 15 agosto, giorno in cui, attesa la sollecitudine usata, La Palisse e Bajardo avevano sperato di sorprenderlo nella prima di queste due città: ma, avvisati della sua partenza, gli tennero dietro di galoppo. Il Colonna, che aveva con lui trecent'uomini d'armi, alcuni cavaleggieri, e molti cavalli di rimonta, erasi trattenuto a Villafranca per desinare. Non volle dar fede alle sue spie che vennero a partecipargli l'imminente arrivo de' Francesi. Il corpo di guardia, posto all'ingresso di Villafranca, vedendo venire il nemico volle chiudere le porte; ma due uomini d'armi francesi, che avevano preceduta la compagnia, si precipitarono avanti con sì grande impeto, che uno di loro riuscì a cacciare la sua lancia tra le imposte della porta che si chiudeva, ed a tenervela finchè sopraggiunsero i suoi camerata. Prospero Colonna, sorpreso, non potè fare veruna resistenza e fu fatto prigioniere colla maggior parte dei suoi uomini d'armi, e più di settecento cavalli[402].
L'Italia seppe nello stesso tempo la discesa dalle Alpi di un'armata francese tanto formidabile, e la prigionia del suo più riputato generale. Queste notizie scoraggiarono gli alleati, e li fece più diffidenti gli uni degli altri; onde essi volsero tutte le loro cure a cercare separatamente i mezzi di porsi al sicuro dal comune pericolo. Giuliano de' Medici, sorpreso da una pericolosa febbre, aveva abbandonata l'armata, per recarsi a Firenze, lasciandone il comando a suo nipote Lorenzo. Leon X si affrettò di far dire a quest'ultimo di non avanzarsi contro i Francesi, di non violare la neutralità, e di cogliere il pretesto della rivoluzione di Guido Rangoni, per trattenersi nel Modenese all'assedio di Rubiera. Nello stesso tempo spedì il suo confidente, Cinzio di Tivoli, a Francesco I, per iscusare i suoi primi passi, ed intavolare qualche negoziazione; ma questo emissario fu arrestato dagli Spagnuoli, e le carte che gli si trovarono addosso fecero conoscere a Raimondo di Cardone, cui furono rimesse, quanto poco fondamento doveva fare sul papa[403].
Il Cardone aveva concentrato in Verona tutte le forze della Spagna, e stava colà aspettando i soccorsi della Germania, che Massimiliano prometteva sempre e non mandava mai. Altronde egli aveva fin allora mantenute le sue truppe senza danaro a carico del paese ch'esse guastavano, conciossiachè non si può dire che rifacessero la guerra. Ferdinando non mandava verun sussidio; però nell'istante in cui avrebbe dovuto porsi in cammino, il generale non poteva dispensarsi dal pagare ai soldati almeno una parte de' soldi arretrati. Bartolommeo d'Alviano gli si era di nuovo avvicinato, occupando colla sua armata il Polesine di Rovigo; e, senza voler tentare la dubbia sorte di una battaglia, riteneva gli Spagnuoli, loro non permettendo di andare ad unirsi agli Svizzeri[404].
Gli stessi Svizzeri avevano con qualche perturbamento udita la notizia del passaggio di Francesco I: eransi da principio avviati verso Pignerolo con intenzione di liberare Prospero Colonna, ed avevano costretto La Palisse a ripiegarsi sopra Fossano; ma quando seppero che tutta l'armata, e lo stesso re alla testa della medesima avevano passate le Alpi, chiesero una sospensione d'armi per ritirarsi a Vercelli, lo che da Francesco, che ardentemente bramava di riconciliarsi con loro, fu subito accordato. Nella loro ritirata saccheggiarono Chivasso e Vercelli, ed infine si fermarono a Novara[405].