Dopo il cominciamento della guerra gli Svizzeri si trovavano divisi in due fazioni; gli uni, strascinati dal cardinale di Sion, implacabile nemico della Francia, non volevano udire ragionamenti di accordo; gli altri, i di cui principali capi erano Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, capitani de' Bernesi, e Giorgio di Super-Sax Valesano, desideravano di riconciliarsi con una monarchia, che risguardavano come la naturale amica della loro nazione; e si lagnavano, che si facesse loro versare il più puro lor sangue per una contesa affatto straniera alla svizzera. L'ambizione di coloro che volevano signoreggiare l'Italia ed opprimere la Francia, era sproporzionata affatto colla loro forza, e pareva loro che la Svizzera dovesse essere egualmente perduta, sia che la Francia cessasse di esistere, o sia che la Francia vittoriosa volesse vendicarsi de' suoi più prossimi vicini. Il timore, che inspirava l'armata di Francesco I, consigliava gli Svizzeri a dare orecchio alle persuasioni di Diesbach e di Alberto, che volevano che si accettasse la mediazione loro offerta dal duca di Savoja, e dal bastardo di lui fratello[406].
Ma gli Svizzeri, che il giorno d'una battaglia si assoggettavano ad una rigorosa disciplina, conservavano nelle loro armate, qualunque volta non si trovavano in presenza del nemico, tutte le più focose abitudini democratiche. I ragionamenti de' loro capi gli strascinavano a vicenda ad estremi partiti. Gli uni, di già carichi di preda, desideravano di trasportarla nelle loro montagne, altri domandavano la guerra, perchè non avevano ancora nulla guadagnato; tutti si lagnavano, perchè i quaranta mila ducati al mese, loro promessi dal papa e dal vicerè, mai non giugnevano al campo. In un istante di mal umore saccheggiarono la cassa del commissario pontificio, e di già si ponevano in cammino per tornare nella Svizzera, quando arrivò il danaro. Allora si calmarono, e si accamparono a Gallarate, ove aspettarono venti mila loro compatriotti, che passavano le Alpi per raggiugnerli[407].
Frattanto il bastardo di Savoja ed il signore di Lautrec avevano seguiti gli Svizzeri a Gallarate per continuare le loro negoziazioni; e perchè questi offrivano danaro contante, mentre che gli alleati avevano di già fatta conoscere la loro povertà, la maggior parte dei venti commissarj svizzeri, nominati per trattare con loro, erano disposti ad un accomodamento. Diffatti venne all'ultimo dalle due parti firmato un trattato, in forza del quale gli Svizzeri acconsentivano che il ducato di Milano tornasse alla Francia, non esclusi i piccoli distretti posti al piè delle Alpi ch'essi avevano staccati, a condizione che Francesco Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Francia, e ricevesse per appannaggio il ducato di Nemours, oltre una pensione di dodici mila franchi. Dal canto suo il re promise di pagare in diversi termini seicento mila scudi per la capitolazione di Digione, e trecento mila pei villaggi conquistati, che gli Svizzeri restituivano. Ritornò ai cantoni le antiche loro pensioni, e l'alleanza rinnovatasi tra di loro doveva durare tutto il suo regno e dieci anni dopo la sua morte[408].
Francesco I, premuroso di fare un primo pagamento agli Svizzeri, e di porre in tal modo il suggello alla pace, richiese a tutti i principi e gentiluomini di prestargli ciò che avevano in danaro contante ed in vasellame d'oro e d'argento. Ciascuno non si serbò che quanto era necessario pel proprio mantenimento di otto giorni: ed il danaro fu mandato a Buffalora, ove il signore di Lautrec doveva consegnarlo ai deputati della lega. La pace sembrava talmente sicura che il duca di Gueldria, capitano di tutti i Landsknecht, ripartì a tutta fretta per respingere un'invasione dei Brabantesi fatta ne' suoi stati; e quando ebbe a Lione la notizia della battaglia di Marignano, cadde per dispiacere pericolosamente infermo[409].
Frattanto Rosten[410], borgomastro di Zurigo, che per l'età e per la sua sperienza militare era stato da' cantoni nominato generale di tutte le loro truppe in Italia, arrivò da Bellinzona al campo, ch'erasi trasportato a Monza, con una nuova divisione di venti mila uomini. Gli Svizzeri, che prima si sentivano più deboli, credettero allora di avere ricuperata la superiorità. I nuovi venuti non sapevano risolversi a tornare in patria senza combattere; portavano invidia alle ricchezze acquistate dai loro compagni, e dichiararono che giammai i cantoni non acconsentirebbero alla restituzione delle podesterie italiane, secondo portava il trattato. Invano i partigiani della Francia rappresentavano quanto vergognosa cosa sarebbe il violare una convenzione così solennemente stipulata; la maggior parte di quella moltitudine di Svizzeri domandava la battaglia; essi proponevano, con due subiti attacchi, d'impadronirsi del danaro ch'era stato portato a Buffalora, e di sorprendere il re, che colla sua armata erasi avvicinato a poche miglia di Milano. Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, non volendo prendere parte a quest'atto di mala fede, abbandonarono il campo per tornare in patria, e con loro si posero in cammino sei in sette mila de' loro commilitoni. Il signore di Lautrec, prevenuto a tempo da alcune spie de' progetti degli Svizzeri, partì precipitosamente da Buffalora, e pose in sicuro il danaro a lui affidato[411].
Intanto l'armata francese aveva omai occupata la maggior parte della Lombardia. Aymar di Prie con quattrocento lance e cinque mila fanti erasi avvicinato a Genova, onde sollecitare Ottaviano Fregoso a dichiararsi per la Francia; e questi aveva subito spiegate le bandiere francesi, e rinforzata con quattro mila fanti l'armata d'Aymar di Prie, che occupava tutto il paese a mezzogiorno del Po[412]. Dalla banda settentrionale di questo fiume, il re si era avanzato da Vercelli verso Novara, che non aveva fatto che una debolissima resistenza; indi, passato il Ticino, si trattenne a Buffalora e ad Abbiategrasso, mentre che Pavia gli apriva le porte, e che Gian Giacopo Trivulzio si avanzava fino a quelle di Milano: quest'ultimo veniva incontrato da una deputazione del popolo di questa città, la quale lo supplicava di non compromettere, prima della battaglia, la capitale della Lombardia, che trovavasi tra le due armate, e di astenersi dall'entrarvi per umanità, e per riconoscenza dell'attaccamento dei Milanesi verso la corona di Francia[413].
Il cardinale di Sion trovavasi presso Raimondo di Cardone, che aveva stabilito il suo campo al confluente dell'Adda e del Po. Quando seppe che i suoi compatriotti avevano determinato di continuare la guerra, sollecitò il Cardone ad unire la sua armata alla loro, e non lo potendo ottenere, si recò egli presso gli Svizzeri a Monza, con Muzio Colonna, Luigi di Pitigliano, quattro cento cavaleggieri ed alcuni uomini d'armi. Gli Svizzeri non avevano altra cavalleria nella loro armata[414].
Il Cardone, dopo avere lasciate guarnigioni in Verona ed in Brescia, andò ad unirsi a Piacenza a Lorenzo de' Medici con settecento uomini d'armi, seicento cavaleggieri, e sei mila fanti. Dal canto suo il Medici aveva sotto di sè settecento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri e quattro mila fanti. Queste due armate, riunite alle spalle de' Francesi, erano abbastanza forti per tenerli inquieti; ma intanto l'Alviano aveva passato l'Adige, e, rimontando la sinistra del Po fino a Cremona, era venuto ad accamparsi in faccia al vicerè, che aveva di già apparecchiato il suo ponte di battelli sotto Piacenza. L'armata veneziana, che sotto gli ordini dell'Alviano contava novecento uomini d'armi, mille quattrocento cavaleggieri e nove mila fanti, teneva in dovere tutte le forze della Spagna, del papa e de' Fiorentini, e con così maestro movimento agevolava ai Francesi il modo di sperimentare co' soli Svizzeri la sorte della guerra[415].